Le isole del re Cremisi, di Massimo Sanfilippo (2004) – Edizioni GBM. 188 pagg. €. 12,90.
 
Nota di copertina:
La ricerca di un alter Ego attraverso la memoria dei primi anni settanta, con una voce narrante d’eccezione: Bob Dylan. Omaggio a una generazione che ha vissuto l’illusione e il sogno di tutti i meravigliosi perdenti che cedettero di poter cambiare il mondo.
 
Nota di recensione:
La narrazione si dipana in tre parti approssimativamente di un ugual numero di pagine. Della prima l’autore si serve per porre i sostegni onde infiggere l’impalcatura adatta a sostenere la seconda, che è quella dove il mistero (sì, il mistero, perché “Le Isole del re Cremisi” è anche un romanzo giallo, e dei meglio congegnati) viene smontato e quindi rimontato per poi portarci alla terza, l’ultima, la più bella o comunque l’essenziale per poter comprendere ciò che è successo, e che ci rivelerà la natura etica del romanzo e i canoni estetici dell’autore.
Per cui delle prime due parti tracceremo solo un breve riassunto onde trovare il modo giusto per puntare sulla parte conclusiva, intorno alla quale poi ci ingegneremo a scrivere le cose che crediamo di aver capito, che ci girano per le sinapsi come delle trottole impazzite.
Non ci verrà facile anche perché il plot narrativo è coerente con un mondo che non purtroppo non ci appartiene e che se lo abbiamo visitato lo abbiamo visitato poi, in un secondo tempo, un po’ di straforo e senza pagare il biglietto.  
Ci riferiamo alla città di Bologna che abbiamo avuto la ventura di visitare solo una volta, in un giorno che di tenue e fastidiosa pioggerella, ma che, ciò nonostante e grazie ai porticati che la ingentiliscono, ci apparve appetibile e saporita come una bella donna dai capelli inanellati e biondi, provvista di due gran belle poppe, di un gran bel culo e resa allegra e ben disposta alla vita da un cospicuo conto in banca, il che come si sa sulle donne produce gli effetti di un afrodisiaco.  
Il protagonista, o comunque l’io narratore, è un giovane ispettore di polizia in forza al Commissariato di Bologna che di nome e cognome fa Enrico Strazzeri, un tipo scrupoloso e solerte che un giorno si imbatte nel cadavere di un uomo, tale Massimo Sellitto che all’incirca ha la sua stessa età, il quale si è appena tolto la vita iniettandosi in vena una dose massiccia di eroina.
Poiché nella abitazione del suicida il nostro bravo poliziotto ha rinvenuto dei punti di attenzione contigui alla sua cultura (difatti, rara avis, Strazzeri è un poliziotto colto), un po’ per scrupolo professionale e più ancora per curiosità, ottenute due settimane di congedo decide di scendere in Sicilia, a Caltanissetta, la città dove il suicida ha la residenza per poter vedere da vicino e toccare con mano la sostanza di quelle concomitanze culturali che lo avevano colpito.
Il racconto è per la gran parte un fitto intrecciarsi di fatti autobiografici; le tre città sopra le quali le vicende dei tre protagonisti si snodano sono le stesse nelle quali la esistenza dell’autore si è dipanata e tuttora si dipana. Difatti non si può narrar di città dove non si abbia abitato.       
A Caltanissetta Strazzeri conosce Sara, la compagna (o vedova) del suicida. Un tipo di donna spiccia e disinibita, di quel tipo di donna che sa badare benissimo a se stessa (tutto sommato un tipo abbastanza sgradevole) e l’unico figlio della coppia, Marco, di circa otto anni, un bambino intelligentissimo che forse per colmare un vuoto affettivo si lega a Enrico con molta spontaneità e sinceramente. Sara lo ospita, senza farla tanto lunga lo introduce nella propria camera da letto, lo presenta ad amici comuni,  familiarizzano. Tra Enrico e Marco nasce una forte reciproca simpatia (qui il riferimento autobiografico si fa stridente). Nella abitazione del suicida (che, a noi par essere il primo degli alter ego dell’autore del libro) Enrico trova una gran messe di dischi, cartoline, riviste, fotografie, manifesti e album che prepotentemente lo riportano nella mitica Londra della seconda metà degli anni sessanta e proiettano nel favoloso clima di quei tempi. Quei reperti Sara, forse per recidere ogni legame con lo scomparso, gli consente di portarseli con sé.
Nella seconda parte del romanzo Strazzeri tornato a Bologna, e vieppiù intrigato da quelle concomitanze, inizia a svolgere delle indagini sulla vita del Sillitto e sulle circostanze che lo avevano portato a suicidarsi. E’ come abbiamo detto la parte più complessa del libro, quella dove i congegni narrativi si fanno più appropriati e degni di quelli di cui possono disporre giallisti di mestiere come Chesterton o come Bill James, cioè scrittori con molti libri sulle spalle.
Nella terza ed ultima parte i tasselli che il nostro bravo poliziotto così faticosamente ha rinvenuti e catalogato da vengono rimontati in modo che alla fine, combaciando tutto perfettamente, l’autore, lo scrittore, potrà lanciarsi nel coup theatre un finale a sorpresa, dove, per quel che attiene alla vicenda del Settitto, emergerà l’uomo non si era affatto suicidato e che, novello (e più fortunato) Adriano Meis aveva approfittato del suicidio di un amico londinese in qualche modo somigliantegli per sostituirsi a lui e sparire, andarsene a Londra, scomparire nella grande città che anche se non è più quella mitica e irripetibile della seconda metà degli anni sessanta, la quale è irrimediabilmente scomparsa (se di essa come un’erba falcidiatrice è passata la signora Tatcher, lasciando dietro di sé frotte di indiani e di pakistani con le loro friggitorie, i loro ristoranti, le loro lavanderie, le loro usanze, le loro voci gutturali) ma, ciò nonostante, che ancora rimane uno dei migliori posti per scomparire e provare a rifarsi una vita, per vedere se veramente un altro Egitto esiste o se è solo la speranza di noi disadattati...
Col fiuto di uno Sherlock Holmes Sittitto, avvalorando un paio di indizi di poca consistenza, intuisce che il suo uomo debba trovarsi a Londra. Vi ci reca, con qualche fortuna e con uno stratagemma lo aggancia. Si tratta proprio dell’ex suicida (o suicida mancato) Massimo Settitto, il quale di fronte a Strazzeri che lo chiama per nome getta la maschera, così che i due (o i tre) alter ego finalmente vengono a combaciare.
E qui all’unisono viene fuori lo “spleen” quegli anni indimenticabili, per le canzoni e i cantanti di quel tempo e di quell’ora (sono sempre le musiche e le canzoni quelle che più profondamente si impressionano negli animi dei nostalgici), per quei favolosi interpreti (John Sebastian, James Taylor per citarne solo un paio), per quegli irripetibili personaggi che come il funambolico Gorge Best permearono un’epoca (durata poco, ahinoi…!), crearono un modo, uno stile di fare e di vestire, i maschi con i capelli lunghi, o luoghi come Piccadilly, come St. James Park, come Shaftesbury Avenue, luoghi indimenticabili; le bombe, le canne, il libero amore… 
Il ricongiungimento, o la congiunzione tra i due uomini, per la identità delle vedute e le comuni esperienze diventano subito amici (e qui il caleidoscopio finalmente mette a fuoco le figure dei due “alter ego”) avviene tramite il corpo o attraverso il corpo di una bellissima fanciulla irlandese, Sarah, bella quanto poteva essere bella nel marzo del ‘71 a Londra una la più bella della fanciulle irlandesi (qui ci consentiamo una digressione per ringraziare l’autore di aver fatto sì che i due protagonisti per il saluto più stretto prima dell’addio abbiano evitato i modi di congiunzione in uso, per intenderci, presso le montagne di Brokeback, che ripugnano alla nostra coscienza di siculi, anche se anche da noi i tempi non sono più quelli di una volta).
La narrazione si chiude con il nostro buon poliziotto che resistendo alla (forte) tentazione di fare da terzo incomodo, prende il primo aereo per Roma da dove si porta alla stazione di Bologna e da lì, si suppone, al commissariato di P.S. che lo aveva in forza.
Com’è inevitabile Massimo Settitto, poliziotto o non poliziotto, resterà una sorta di uomo dimezzato, alla guisa del famoso Visconte di Calvino. Ha visto che l’Inferno se non si raccomanda per il clima sicuramente si raccomanda per le buone compagnie, e il ricordo di quel che ha lasciato, di quel che avrebbe potuto essere e che (un’antica luce ancora balugina nell’antico cuore dell’uomo) forse potrebbe ancora essere, e questo, insieme con gli anni che passano e con la vita che giorno dopo giorno si accorcia, lo dilanierà. Non per nulla chi di inferno se ne intendeva più di chiunque altro ha scritto che non c’è maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria. Non si può fuggire al tempo che passa; sta a noi cercare e trovare delle alternative con le quali si possa convivere senza molto soffrire.
Io nel mio piccolo(ma molto piccolo) ho vissuto una analoga esperienza. Sono stato dieci anni in Piemonte e non son stato capace di restarvi, e anch’io ora son quaggiù a vivere una vita da reduce e, chiedo scusa per la ripetizione, da Visconte dimezzato.
In fondo come dico a me stesso quando voglio consolarmi “Esserci stato per dieci anni e poi esserne andato via e sempre meglio che il non esserci mai stato”. Se poi, anche, si ha avuto la fortuna di scoparsi una fanciulla come Sarah può bastare per farci ritenere fortunati.
E che tu caro Massimo (Settitto) ci sia stato, e come, lo testimonia questo stupendo, bellissimo libro che chiunque non si sia trovato lì ed allora non avrebbe mai potuto concepire e scrivere.
Conservalo, di quell’epoca e di quel tempo felice non poteva darsi testimonianza più efficace. poteva darsene una altrettanto efficace della bella vita che hai condotto.
20 dic. 2008