La milleduesima notte di Joseph Roth (1939) – Adelphi editore. 235 pagg. €. 7,00.
 
Trama: “Nella primavera del 18…, lo Scià di Persia, annoiato e malato di nostalgia, decide di compiere un viaggio di piacere a Vienna. Qui è accolto con grandi onori e, durante uno sfarzoso ricevimento, si invaghisce di una dama nobile e bellissima. Gli zelanti funzionari dell’impero asburgico, e in particolare il giovane barone Taittinger, provvedono a offrirgliela per una notte, sostituendola però con Mizzi Schinagl, svagata cortigiana, antica amante e madre d’un figlio di Taittinger, assai somigliante alla nobile e intoccabile dama. Lo Scià riparte, deliziato dall’amore occidentale, lasciando in dono a Mizzi una magnifica collana di perle. Da questo episodio, casuale e fantastico, si sviluppa il racconto, con conseguenze inattese e drammatiche per i protagonisti.”  (dal Dizionario Bompiani delle opere e dei personaggi). 
 
Nota di copertina: Un’avventura erotica dello Scià di Persia nella Vienna asburgica. Un romanzo dove l’autore torna ad essere la pura voce senza nome della favola e muove i suoi personaggi in una spietata partita a scacchi di cui nessuno di essi può essere consapevole e che segnerà, per tutti, la rovina. Intatta, alla fine, rimane solo una collana di perle attorno a cui ruota tutta la storia aveva occultamente ruotato. “Il capolavoro di Joseph Roth, l’esito estremo della sua asciutta disperazione e del suo struggente amore di vivere” (Claudio Magris).
 
Nota di recensione: Cosa mi ha lasciato la lettura di questo romanzo? Voglio dirlo senza infingimenti: mi ha lasciato quella paura che si ha paura di chiamare paura e che più conciliantemente chiamiamo disagio: il disagio psicologico che ci viene dal ritenerci inadeguati a vivere, fragili dinanzi al mondo, incapaci di capire gli eventi, timorosi di farci dei nemici, inidonei a pararne i colpi, inadatti a fare le scelte giuste. Ma non è paura delle grandi cose, ché dei nostri insuccessi di fronte agli eventi fatali riusciamo facilmente a farcene una ragione, è la paura, piuttosto, delle cose piccol, come lo scivolare sopra a una buccia di banana, il vedere che il semaforo segna rosso e non riuscire a capire li per lì cosa significhi quel rosso, la paura di non comprendere il senso di una parola velata o il significato di un’occhiata, l’essere troppo o troppo poco concilianti con chi ci parla, quella paura che quando siamo deboli ci spaventa e ci disarma.
I franti del mio adorato Roth non sono come i vinti del Verga, ché quelli avanti di rovinare per terra sul Gran Cavallo in Corsa erano riusciti a montarci, e credevano anche di tenerne in mano le briglie, loro la loro mezz’ora di illusione l’avevano avuta e se l’erano anche goduta.
Non invece i franti di Roth, testimone impaurito d’un mondo che scompare (anche Roth come il capitano Taittinger porrà fine alla sua vita suicidandosi, e al capitano che nella sua vuota testa mille miliardi di pensieri vuoti aveva elaborato non gli riuscirà, dinanzi alla morte, neanche in quel momento nel quale per una volta poteva non avere paura più di nulla, di esprimere un giudizio, un commento, una scelta, una ragione che finalmente fossero coerenti con quel che serbava nell’animo), sono un’altra cosa, sono canne al vento, sono creature incapaci di capire, di reagire, di tenere nella mente un pensiero che durasse e nella bocca un discorso che suonasse; sono canne al vento, e il vento che li percuote, li frastorna e piega non è il vento violento della Deledda che spira da fuori e stradica e ammazza. E’ poco o niente, ciò che li acceca e li confonde; spesso è una normalissima brezza di primavera, è il vento del lento, consueto, monotono girare della terra intorno al proprio asse.
Il barone Taittinger non è il principe Myskin di Dostoevskyi, non è un candido idiota mosso dalla fede nella fratellanza umana e dal proposito di fare il proprio dovere con onestà e sincerità; no, egli è un uomo che non vuol pagare né dazi e né gabelle, ma non sa come fare. E’ debole, stanco, disorientato, malato di pesantezza, incapace di vedere con chiarezza, di capire con giustezza, di agire con lucidità, di reagire con vigore, di interagire con coerenza, di difendersi con credibilità; procede ma è sempre pronto a cambiar percorso, quando ha creduto di farsi una qualche idea, e ha elaborato un piano, e si è preparato anche le parole più giuste, ripetendosi che c’è alcuna ragione perché le cambi, ecco che tra il dire e il fare, anche se è questione di un attimo, vengono a frapporsi la paura e l’istinto di auto protezione, così che perde la poca sicurezza che si era costruita, e si disorienta, e dirà altre parole, parole che non voleva pronunziare, che aveva escluso di poter pronunziare, parole diverse di quelle che aveva pensato di dover pronunziare. Il poco lo spaventa, il nulla lo confonde, le ragioni degli altri gli appaiono sempre più logiche e meglio pensate delle sue: l’improvvisa paura dell’incomodo, il timore di reazioni non previste gli tolgono quella sicurezza che poco prima, parlando con sé stesso, nel calduccio della indiscussa e non contraddetta auto ragione, aveva creduto di trovare. Il barone istintivamente sceglierà sempre la fuga, e tra la via impervia che sale e quella comoda che scende sceglie sempre quest’ultima e così andrà perdersi come un sughero tra i flutti.  
Così di frequente noi umani siamo soliti agire, anche se non ci piacerà mai ammetterlo. Così è anche la piccola Mizzi, fragile cocotte, fuscello umano; così anche la Metzer, la vecchia tenutaria del bordello dove lavorava la Mizzi. Anche se il barone è il campione di questo modello di comportamento, esso è nell’indole umana, sembra dirci Roth. Anche se a noi ci piacerà sempre far credere che siamo persone tutte d’un pezzo, uomini che non hanno bisogno di chiedere.
Ma gente così esiste solo nei film, nelle pubblicità e nei romanzi degli scrittori mediocri e sani.
Roth è uno scrittore immenso e malato. In questo, come negli altri suoi romanzi è vivamente avvertibile la nostalgia dell’esule e il profondo rimpianto per un modo di vita che non esiste più: quello romantico e gentile, glorioso e formale del grande impero. Continua ad essere, Joseph Roth, il testimone lucido e sgomento della fine d’un mito, di quell’Austria felix che fu generosa tutrice di popoli di diversissima indole e posizione, di quella Regiaimperial dinastia dal cui crollo è iniziato il feroce secolo “breve” di cui ha scritto Eric J. Hobsbawm, secolo che durerà purtroppo non meno di quel che ai suoi tempi durò il dominio di Roma sul mondo.
Io di Joseph Roth ho letto “La cripta dei cappuccini”, “Fuga senza fine”, “Giobbe”, “La marcia di Radetzky” e questa “Milleduesima notte”, e ancora non so decidermi quale sia il suo libro più bello. L’ultimo che leggo mi pare ogni volta più bello del precedente. Come al barone Taittinger, l’ultimo che mi parla mi convince.
 
20 gennaio 2006.