L'Ottimismo, di Francesco Alberoni - Rizzoli 1994, Super Pocket pagg. 220 euro 4,90.
Nota di copertina: L'ottimismo è la fiducia nell'essere umano e nelle sue capacità, è l'entusiasmo del fare, è la forza vincente contro le sfide della vita. … La vita quotidiana, il lavoro, il successo, la vocazione, la ricerca di se stessi. Crisi e fallimenti fanno parte della nostra vita, ma risollevarsi è possibile: basta guardare il mondo con entusiasmo.
Nota di recensione: Incontrammo la prima volta Alberoni, molti anni or sono, tramite quell'Innamoramento e Amore che a tutt'oggi è il suo libro più venduto, ma ci trovavamo in una situazione di sconquassi ormonali tali che, prudentemente, dopo, ben ci guardammo di conferire attendibilità all'entusiasmo che leggendolo allora ci prese.
Alberoni, che prima di allora aveva licenziato solo dei ponderosi trattati di sociologia per i tipi del Mulino, prestigiosa casa editrice di nicchia, da allora si è messo alacremente a percorrere, così come i vari Vespa, Crepet, Biagi e De Crescenzo (ma l'elenco è spietatamente lungo), i bene asfaltati viali della così detta divulgazione facile, trovandovi delle soddisfazioni che evidentemente hanno superato i disagi della fatica.
Dopo quel fortunatissimo trattatello sulle turbe amorose adolescenziali e spesso anche post adolescenziali (1971), di Alberoni le instancabili macchine rotative della Rizzoli hanno dato alla luce Le ragioni del bene e del male ('81), L'albero della vita ('82), L'amicizia ('84), L'erotismo ('86), Pubblico e privato ('87), L'altruismo e la morale ('88), Genesi ('89), Gli invidiosi ('91), Il volo nuziale ('92), Valori ('93), L'ottimismo ('94), Ti amo ('96), Il primo amore ('97), Abbiate coraggio ('98), La sorgente dei sogni ('00), La speranza ('01) e infine, proprio quest'anno, quell'Arte del comando che ci ammicca dalle vetrine di tutte le librerie d'Italia.
In questi giorni m'è capitata tra le mani, nell'edizione economica, una di queste sue vulgate facili, quella sull'ottimismo, appunto. Che, lèttala in tre giorni, non posso che definire una nutrita serqua di ovvietà.
Tuttavia vorrei mettere in guardia chi pretende che ciò che è ovvio sia anche sbagliato, o scorretto. Alberoni senza sforzo alcuno, com'è suo mestiere, ci fa una esauriente rassegna di come si dev'essere per riuscire nella vita, e indubbiamente al riguardo - chi può negarlo? - l'ottimismo è un formidabile propellente. Ci insegna come si deve agire per sfondare nella carriera e nelle professioni e quel che dobbiamo fare per avvincere i nostri interlocutori e affermare le nostre idee.
C'è molto di "amerikano" in tutto questo, è innegabile. Ma non si tratta di porcherie del tipo Come vincere per sempre la timidezza e avere successo con le donne o del tipo di quelli che ci insegnano a diventare ricchi con il Totocalcio. No, Alberoni getta le sue reti nel pescoso mare dell'etica liberista, in quelle idee che, all'inizio dell'Era moderna, partite da Lutero e da Calvino, avrebbero reso forte, ricca e potente (e detestabile al massimo, ma ogni stagione ha i suoi frutti) l'America dei Wasp.
La competizione, la creatività, l'entusiasmo, la capacità di sintesi, le virtù polari, il voler essere leader, il saper creare consenso, la predisposizione al cambiamento (e qui - lo confesso - con una stretta al cuore il mio pensiero è corso ai poveri co.co.co, ovvero ai giovani laureati iperspremuti, sottopagati e tenuti in un perenne stato di precarietà), il successo, lo spirito di iniziativa, l'etica aziendale, la rettitudine.
Il libro l'ho letto volentieri, e devo confessare che m'è piaciuto. Non pretendo che quella che ci propina l'Alberoni satollo dei suoi diritti d'autore facili sia una ricetta universale, ma per noi italiani certamente è l'unica possibile.
Giacché noi - so di ripetermi ma non posso esimermi dal farlo - viviamo dentro una mela bacata dai perversi e putridi esiti di quell'innaturale connubio tutto italiano che è il clerico-marxismo.
Alberoni lancia la sua freccia molto in alto e fa così perché vuole che cada nel punto giusto. E' il punto giusto è che se la società americana oggi può sembrare (è, sicuramente è) troppo tecnocratica e spietata ("negli USA non ti chiedono che lavoro fai ma quanto guadagni") è da lei tuttavia che noi italiani, che siamo due secoli indietro a loro, possiamo trarre i più opportuni ammaestramenti per diventare un Paese moderno e un popolo che voglia decidersi a camminare con le proprie gambe.
Questo non è l'IF di Kipling, e nemmeno il monologo del giovane idealista del Big Kahuna. Lì ci sono concetti per uomini giusti, c'è spiritualità. Per noi che dobbiamo ancora crescere, diventare adulti, imparare a scegliere, a soffrire, a non lamentarci, a parlare di meno, ad essere coerenti, c'è questa sorta di TU DEVI kantiano, e l'accostamento non sembri sacrilego, ognuno si apparecchia le scale che può permettersi. Vorrei vedere un ragazzo prossimo ad affacciarsi alla vita con la Critica della Ragion Pratica o con la Metafisica dei Costumi sulle ginocchia! Questo agile bedeaker ("da macellaio a chirurgo in tre lezioni", appunto) può farne le (prime) veci. Ne sono così persuaso che ne renderei obbligatoria la lettura tra il penultimo e l'ultimo anno delle medie superiori, se si ha avuto la fortuna di scampare al prete e per evitare di finire tra le grinfie del capocellula.
10 giugno 2002