Il Garlinàuen di Laura Donnarumma : Composizione inedita in sette quadri e una figura. Opera non pubblicata.

Chi ha la ventura d’arrivare ad affacciarsi sul lembo dell’anima di questa ragazza o fugge via impaurito o vi cade dentro tramortito. Soggiogato dal magistero stilistico, impressionato dall’afflato lirico che vi emerge, permeato dal dolore di cui le grandi, magnifiche parole sono intessute, impastoiato nella mia normalità, leggendo mi chiedevo come abbia potuto una ragazza di appena trent’anni portare dentro di sé tanto dolore. Come abbia potuto, una ragazza di appena trent’anni, scriverlo, renderlo, parteciparlo così bene, con tanta magistrale e splendida simmetria, con la sapienza e l’accortezza dei cesellatori antichi, senza che vi emergano sbavature, con i legamenti del periodare nitidi, naturali, puntuali e perfetti, così che ne esce musica, musica dolorosa, anche musica di dolorosi timpani talvolta, o nenie stordenti, o malinconiche melopee, un canto di amore e morte.

C’è dolore, tanto dolore, molta tristezza, ma ci sono anche il dispetto e la rabbia della ragazza che capisce ma non riesce ancora a farsene una ragione (Perché siamo nati per soffrire? Perché ci siamo ridotti così male?).

Gli otto canti mi sono piaciuti tutti e otto, non uno escluso. Forse però, ma è un forse che probabilmente ad una nuova rilettura vacillerebbe, il "Cantico delle Forme" è quello che mi affascina più degli altri, m’affascina più degli altri per l’originalità dell’ispirazione e per il fatto che la metafisica non svanisce nell’astrattezza, e perché, qui calate con forza, anche le forme geometriche primarie, le più leggere, par che soffrano come gli elementi di maggior peso e complessità.

L’introduzione della notte è il tremendo monito di chi non vista vede tutto. Lei, la Notte, ha visto, sa e ci grida: "Ma cosa ne sapete voi di Garlinàuen, voi che rimanete ad essiccarvi al sole della crosta terrestre e cosa capirete mai del suo sollazzo a carpire fichi secchi agli uccelli…, voi che dei margini tondi della terra ne fate motivo di gloria.".

Salgono da lontano il lamento di Garlinàuen, l’innocenza che gli è stata carpita, l’orrore che gli è rimasto e il suo desiderio di fuggire: "Non ho più la mia tana, né i muschi dove affondare le mani, mi hanno strappato dal collo il flauto rotto, mio fedele amico, e lo hanno sostituito con un organo cromato troppo pesante perché io lo porti appresso. La mia compagna è morta nello strazio… mi hanno messo una forchetta in mano e strani segni vogliono che io impari, dicono che così si esprime l’uomo ma io non ho bisogno di parole, io col mio canto sapevo contrattare i semi con gli uccelli, la mosca con il ragno e le formiche chiedevano aiuto a Galrinàuen per trasportare un carico pesante.".

Segue, come per dargli ragione, il canto del coro, un canto collettivo di disperati senza fine, legati senza speranza alla atroce macina dell’esistere ("… e non poter per questo definire se siamo rimasti fermi o abbiam girato"): "… anche la morte usiamo seppellire sotto pesanti carichi di terra e strilli e si contorce poveretta e scava con l’aiuto di megère i suoi neri cunicoli fin sotto i nostri letti dove s’acquatta e ulula di lutto come un mostro.").

Ma poi per un momento si apre il cielo, è la struggente melopea dell’Alma Tellus. Se ci avessero detto che è di Rousseau noi ci avremmo creduto: Dice la Terra "così io vinsi il nulla indifferente dove ogni cosa senza un nome vaga e si confonde come fanno l’ombre che il loro buio intrecciano incoscienti perché di fatto sono inesistenti: ecco com’io ti trassi dalla notte e come la mia gloria ha dato luogo alle pluralità di questo mondo che tanta gioia son per l’intelletto di cui ti faccio dono, mio diletto."

Ed eccoci dunque al "Cantico delle Forme", bellissimo, originalissimo. dove prendono voce – chi lo avrebbe mai potuto supporre? – la linea retta, forse l’assoluto incoercibile ("Fui concepita dalla disperazione, figlia a sua volta di un miraggio antico, che volle farmi priva di difetto come a voler da me trarre coscienza della miseria d’ogni altra misura. La mia definizione rappresenta il solo mezzo che l’uomo ha di capire quanto sia folle questa sua esistenza." [perdonatemi se continuo, ma mi piace troppo] "Fui assunta a religione della terra e come tale io vivo in ogni luogo, fuori del mondo e fuori delle menti come un mistero che sfugge dalla vista e che non rientra nella messa a fuoco.".

È quindi la volta del punto, il minimo immaginabile: "Io sono il punto e non ho dimensioni. Di tutto ciò che esiste sono parte e ciò che esiste da me viene negato." [che meraviglioso distico!]… "Fui generato dal senso di paura che dall’incontinenza si sprigiona e cerca allor di limitar gli effetti di quella corsa pazza oltre misura;"… che anche il punto, il punto che ovunque è contenuto ma nulla in sé contiene, non sia anch’esso un’illusione? "Io son la prova dell’inesistente in cui coincide l’opposto d’ogni cosa e questo fa di me pluripotente. ma questa prova d’esistenza è vana se non si può pensare oltre un confine al di là del quale m’è dato scomparire.".

Infine la curva che ha perduto l’innocenza, perché la stoltezza del mondo l’ha costretta a mutarsi in cerchio: "Figlia io son della sua sapienza che dall’orgoglio trae la sussistenza e la condanna ad un perpetuo moto nato a sua volta dall’inquieta terra che volle circoscriver la mia forma e porla ad espressione del suo volto simile in tutto ad un recinto stolto (bravissima , bravissima Laura!) in cui sogna da tempo sia richiusa ogni sostanza ed ogni essenza certa." Vinta, vinta anche lei così si lamenta: "Questa mia forma nuova ed alterata [cioè il cerchio] fu assunta anche a segno del perfetto che mai si coglie nella vera essenza visto che il mondo ama far paragoni solo tra forme di sua conoscenza." [cioé tra cose imperfette].

Segue il canto a una voce che fa da contrappunto al canto a più voci del coro. ed è la voce stessa di Laura, e in cui io ravviso nitido il Giacomo Leopardi dei Grandi Idilli!: "Restami ancora un poco sulla pelle alito d’energia fioco e fuggente, e suadente entrami nel cuore come un canto non compiuto al sole. Perché l’essere mio non s’abbandona al ritmo consueto della terra che ogni parola vuole incompiuta e spenta e acerba ancora, anche ad un vecchio, tronca. Ma come l’eco lontana d’una festa m’assale a volte un’ansia d’avventura quando la veglia levita sul mondo e la coscienza cede il posto al sogno. L’incompiuto allor si fa coraggio, la paura diventa desiderio, l’essere mio si colma d’infinito e familiare a lui è quest’incanto. Povera terra lisa e assottigliata che alle lusinghe tue con ogni astuzia assicurasti l’anima mia innocente, non i raggiri valsero ma il sogno. O forse il sogno non è che un tuo raggiro oppure un segno di bontà nel mondo con le sembianze proprie della mente in cui s’alloggia, così ch’ambiguo esso traspare, a volte o forse è troppo lieve ed imperfetto per penetrar nel muro senza crepe che in moto opposto il divenir mi volge. Io so soltanto che a volte ho ancora sete di luce intensa sopra spazi aperti e che ogni tanto raccolgo della neve per obbedienza a un futuro rimpianto; lentamente così mi volgo indietro o nel bruciar del gelo m’inginocchio, quante parole, quanti gesti ancora non avranno la grazia d’un ricordo. Ormai son vecchio e più io non ragiono con la scaltrezza e l’ordine di un tempo: voglio che sia di pace ogni mio accento, ma l’alternarsi d’opposti sentimenti ancora non si placa nel mio petto. Oh dire addio così io non vorrei, altro era il sogno, altri gli intendimenti. Parola strana, addio, per questa terra, parola senza cenno di concreto che si trasforma in sogno o il sogno in terra, parola che non rientra nella mente e come estraneo a me stesso sembro se mi rifletto in esso e non m’accorgo che l’energia m’ha già sopito il canto.".

L’ha trascritta interamente, è così tanto bella che non ho potuto farne a meno.

Viene quindi, ultimo com’è naturale, "L’Epilogo del Giorno", lamento accorato e disperato, in cui tutto si conchiude ma nulla si risolve ("dell’Infinito ch’io non so cantare, ho visto solo l’anelito del mondo, ma l’infinito è il Nulla, mio Signore?").

 

Dio misericordioso e compassionevole – adesso sono io che mi ci rivolgo -, questa ragazza ci deve delle enormi spiegazioni! Non si possono scrivere queste cose, non è possibile, non è giusto, ci piange il cuore, che la sua povera grande anima si disperi tanto!

C’è infine, suprema sintesi grafica di un anelito senza fine, il disegno d’una linea obliqua che parte dal basso e sale verso l’alto. ma è una linea sottile, la linea d’un cuore solo. Ma ci viene il doloroso dubbio che si tratti solo d’un segmento. Non crediamo che col dolore del mondo sulle spalle si può andare lontani.

23/1/05