Il libro del sabato di Massimo Sanfilippo… (in corso di pubblicazione)
 
Questo che è il terzo cimento letterario del mio amico Massimo e, con molte probabilità, la più atipica e originale tra le sue composizioni di largo respiro. Massimo con me e con tutte le persone che ritengono di avere molte cose da dire e che non sempre riescono a dirle ha in comune la straordinaria capacità di saper essere un po’ dottor Jeckyll e un po’ mr. Hide,  solo che a differenza di me – e la differenza purtroppo non è di poco conto – lui è Jeckyll nella esatta misura di quanto Jekyll debba essere Jekyll e molto più Hyde di quanto non sia riuscito a me di esserlo. Ho inserito questa breve digressione al fine di cercare di inquadrare il personaggio, ch’è personaggio affascinante, complesso e non alla portata di tutte le menti (e aggiungerei anche: non di tutti i palati).  
E se “Il volo dell’Ibis” costituiva una sorta di percorso nell’autocoscienza e “Le Isole del re Cremisi” una sorta di viaggio a ritroso nei ricordi, questo “Libro del sabato” che è opera inconsueta per gli opifici mentali del mio amico è una sorta di viaggio analitico o psicoanalitico che egli compie dentro se stesso.
 
Nella prima parte, congegnata come un poliziesco, il nostro uomo, che qui si esprime in prima persona, è un poliziotto che alla stregua del tenente Colombo (nel senso che di prim’acchito istintivamente intuisce la colpevolezza del suo uomo e nel prosieguo costruisce le prove e delle trappole della sua colpevolezza) che è o par’essere il responsabile di tre efferati delitti ai danni di donne sole e piacenti, storia non dissimili per certi non secondari aspetti a quella avvenuta qualche decennio prima nella provincia di Firenze e che videro protagonista quello che nell’immaginario collettivo venne subito chiamato “Il mostro di Firenze”.
Solo che qui il presunto assassino è soggetto ben diverso dei balordi che a più titolo e a più riprese occuparono le cronache dei delitti fiorentini. L’indiziato ricco, colto, pieno di soldi, cinico, sicuro di sé e (se mi è permesso dirlo) affascinante è figura di bel altro spessore. E il nostro bravo poliziotto, che per non destarne i sospetti si finge bancario e ne conquista l’amicizia, intesse con l’avversario degli strabilianti duelli mentali, che variando sull’universo mondo, il successo, le donne, il denaro, l’essere, il non essere, la pena di vivere e il gusto di morire ci persuadono, ci sconcertano e ci avvincono. L’ambientazione, la struttura (due uomini chiusi in una stanza) e i contenuti (il ricco che si diverte a giocare col povero come un gatto che giochi col topo) mi hanno fatto venire alla mente la pièce teatrale di Anthony Schaffer che negli anni cinquanta, col titolo, Sleuth tenne a lungo cartellone nei teatri inglesi e della cui successiva fortuna testimoniano le trasposizioni cinematografiche che negli anni settanta ne curarono Leo Mankiewicz e in tempi più recenti Kenneth Branagh. Noi non riveleremo il finale del “Libro del sabato” (titolo al solito criptico ma non senza significati) per non togliere a chi non vorrà privarsi del piacere di leggerlo il gusto di godere fino in fondo di questa sottile battaglia che due menti superiori senza esclusioni di colpi si portano, di questo micidiale scontro di cervelli fatto di abili blandizie ma anche di offese mortali ancorché di reciproche violenze psicologiche.
E la parte “gialla” del libro, quella della quale abbiamo trattato, ove ovviamente non prescinda dai sopra detti dialoghi, questa parte che abbiamo definito essere la parte poliziesca del libro potrebbe reggersi benissimo da sola e se un qualche benemerito editore volesse assumersene l’onere del lancio, “Il libro del sabato” secondo noi potrebbe affrontare la tenzone editoriale non senza probabilità di successo.
 
E se del racconto la vicenda poliziesca costituisce la spina dorsale, quella che forse sbagliando potremmo chiamare la seconda parte ne costituisce la parte sensibile, il ventre molle, il sistema nervoso. Ed è quasi la trascrizione fonografica di una seduta psicanalitica, cui il protagonista, sempre vigile di se stesso e come molte persone sensibili oppresso da inestricabili e spesso immotivati sensi di colpa ha voluto volontariamente sottomettersi. Non a beneficio dei lettori, espediente che gli sono del tutto estranei, ma piuttosto a beneficio di sé stesso, non per darsene lustro o farsene vanto (c’è poco dargliene lustro o fargliene vanto spietato, sincero e introspettivo com’è con se stesso) ma per cercar di capire – a me è parso - se dell’esser diverso dalla maggior parte della gente e migliori degli altri senza doverci necessariamente rimettere. Da come, tutto sommato, se l’è cavata e continua a cavarsela, da tutti i precari equilibri che gli danno forza e lo sostengono a me par proprio di sì.
26/1/2009