Il visconte dimezzato, Il barone rampante, Il cavaliere inesistente della trilogia detta I «nostri antenati» di Italo Calvino. Prezzo € 29,00. Editore Mondadori.
 
Trascinato dalla lettura radiofonica che “Radio Tre” recentemente ha dato de “Il Barone rampante” mi sono letto l’intera trilogia che Italo Calvino, che forse perché le immaginarie ed improbabili storie che racconta sono ambientate nei secoli passati, o più probabilmente, per voler affermare che in ognuno di noi c’è un pizzico di follia o qualche cosa che non va, Calvino volle intitolare “I nostri Antenati”.
Io di Calvino mi ero fatta l’idea (in vero abbastanza gratuita, giacché di lui non ho mai letto nulla (neanche un suo commento all’ Orlando Furioso che qualche anno fa acquistai più per un riguardo all’Ariosto) che potesse essere, sì, come si dice, uno scrittore raffinato, ma anche abbastanza noioso. Devo dire che anche se la lettura che Manuela Mandracchia mi aveva avvinto (ma quasi tutto ciò che esce da “Ad alta voce”, pel fatto che ormai faccio fatica a leggere, mi coinvolge e mi persuade, devo dire, dopo che l’intera trilogia l’ho letta nel senso tradizionale del termine (cioè col libro davanti agli occhi e gli occhiali sul naso), quel vecchio sospetto m’è rimasto.    

Il primo volume che è intitolato “Il visconte dimezzato” uscì nel 1952 e racconta la storia di un visconte che partecipando alla fine del Seicento in Boemia a una guerra di religione si becca in pieno corpo una palla di cannone che letteralmente lo taglia in due. Ma non muore, ed anzi, in qualche modo ricucito, viene a formare due soggetti uguali e contrari, speculari e antagonisti. Prende così il via così la vita parallela delle due metà di Medardo, del quale inizialmente ritorna al paese il solo lato maligno che si mette a commettere gratuite e terribili atrocità quale quella di condannare a morte decine di uomini solo per il gusto di vedere aumentare, la sera, al cimitero, il numero dei fuochi fatui, rivelando però, nelle pieghe di tanto sadismo, delle inaspettate doti di involontario umorismo, quasi che Calvino abbia voluto non infierire troppo. Ma successivamente al paese natio fa ritorno anche l’altra metà del visconte, quella buona. La quale si comporta in modo totalmente opposto: gentile, altruista, buono o meglio “buonista”, caratteristiche che però vengono esasperate fino alla nausea, quasi che Calvino volesse prenderne le distanze o dar a vedere di non prenderlo troppo sul serio. Va a finire che ad un certo momento i "due" protagonisti si innamorano della stessa donna, la pastorella Pamela e, dopo varie vicissitudini, giungono a un duello che finirà con una ferita contemporanea proprio nel punto della cesura e dunque della precedente "divisione". Un altro chirurgo riuscirà a ricongiungere le due metà e a ripristinare la unità fisica di Medardo, la doppia personalità del visconte e, probabilmente, il quieto vivere dell’ambiguo personaggio. Questa molto brevemente è la trama. A me il racconto nonostante il suo dipanarsi leggero non è piaciuto. Nonostante la sua eccentricità mi è parso alambiccato, greve, contraddittorio e pieno di non sempre comprensibili allegorie.

Il secondo pezzo della trilogia è “Il barone rampante” che fu scritto nel 1957. Il racconto attraversa tutta l’esistenza del barone Cosimo Piovasco di Rondò, primogenito di una famiglia nobile «momentaneamente» decaduta. Il fatto principale è rappresentato da un futile litigio avvenuto il 15 giugno 1767 nella tenuta di Ombrosa, immaginario paesino della riviera Ligure, tra Cosimo adolescente e suo padre, dopo il quale Cosimo salirà sugli alberi del giardino di casa per non scenderne mai più. Le pagine de “Il barone rampante” sono riportate con gli occhi del fratello minore, Biagio. Dopo il litigio, la vita del protagonista si svolgerà sempre sugli alberi, prima del giardino di famiglia e, in seguito, nei boschi del circondario e, sempre per via vegetale, anche nella Francia illuminista e rivoluzionaria. La figura di Cosimo è del tutto diversa da quelle alquanto bislacche dei protagonisti delle due storie. Cosimo è forte, testardo, introverso e scontroso, ma onesto e dotato di forza di volontà, fatto che gli consente di non venire mai meno ai propri ideali. Mantiene una normale vita di relazione, prosegue gli studi, impara a cacciare, si fidanza, ama, viene riamato, consolida amicizie e segue la vita di famiglia. Ciò contribuisce sensibilmente a renderlo strano ma anche, a differenza del Visconte del quale abbiamo detto e dello strano Cavaliere del quale diremo dopo, affascinante agli occhi della società. La sua fama si diffonde con rapidità e toni impensabili per l’epoca. Se all’inizio Cosimo diviene famoso come fenomeno da baraccone, e la sua famiglia quasi se ne vergogna, in seguito interagisce anche con personaggi come Diderot, Rousseau, Napoleone e lo Zar di Russia, stratagemma che Calvino usa probabilmente per conferire dignità e importanza a un personaggio in parte autobiografico. Non stiamo dicendo che Calvino sia salito su di un albero e non ne è mai più disceso, vogliamo solo dire che solo uno scrittore come Calvino, i cui padre fu direttore dell’orto botanico di San Remo e la cui madre direttrice e che quindi tra gli alberi e le piante sostanzialmente visse poteva pensare a un’opera del genere e riuscire convenientemente a scriverla. Cosimo scrive anche un Progetto di Costituzione di uno Stato ideale fondato sugli alberi, opera che contribuisce alla fama e al rispetto di cui sopra. Il ritorno di Viola, suo primo amore, fa esplodere un sentimento reciproco in realtà sempre esistito, che si concluderà drammaticamente per una serie di equivoci e cose non dette. La morte di Cosimo viene pensata in maniera coerente col la vita del personaggio che, non avendo da più di sessant’anni messo piede a terra, non avrebbe potuto dare le sue ossa alla nuda terra. Visconti ricorre all’escamotage di farlo scomparire nel nulla un giorno che, vecchio e stanco, un giorno si era aggrappato a una mongolfiera di passaggio. I personaggi più importanti che lo affiancano, oltre ai componenti della famiglia, sono: Viola d’Ondariva, bellissima smorfiosetta che si “impossessa” del suo cuore fin dalla più tenera età, il cane Ottimo Massimo, bastardino ricordo di Viola e inseparabile compagno di caccia, il brigante Gian dei Brughi che Cosimo inizia ai piaceri della lettura, l'abate tutore Fauchelafleur e il Cavalier Avvocato. I capitoli più riusciti sono quello della totalizzante e paralizzante conversione alle lettere del truculento brigante Gian dei Brughi, il rincontro a cagione di Ottimo Massimo, tra Cosimo e Viola, la civetteria della stessa Viola che alimenta il suo rapporto amoroso ingelosendo l’amato e men che niente curandosi della reputazione che glie ne deriva presso le corti europee, i duelli verbali per conquistarne le grazie che intessono due suoi due spasimanti, valorosi e coraggiosi guerrieri, ma zuccherosi e ridicoli cicisbei, la tragica vicenda del Cavalier Avvocato…. A noi è quello che è piaciuto di più, anzi, ad esser chiari. il solo che ci sia piaciuto. E non solo per la originalità dell’impianto quanto per il fatto che nella descrizione delle vicende del Barone la prosa si rivela sempre accattivante e ricercata, più di quanto Calvino fosse riuscito a fare nell’opera precedente e più di quanto non gli riuscirà di fare capiterà nell’opera successiva.  

Il terzo è “Il cavaliere inesistente” che uscì nel 1959 e che racconta le straordinarie vicende capitate al tempo che Carlomagno faceva guerra ai mori, ad Agilulfo Emo Bertrandino dei Guildiverni, di Corbentraz e di Sura, nonché cavaliere di Selimpia Citeriore e di Fez. Tutti questi nomi per designare un cavaliere dal portamento quasi regale che in mezzo a quel lerciume, al fango e al sangue, in ragione del suo portamento e della armatura bianca e perennemente lucida e pulita, sembra quasi irreale. E’ in effetti irreale lo è, non fosse altro che per il fatto che dentro quell’armatura non c’è un corpo. Però Agilulfo agisce e pensa, e si spende giorno e notte (difatti non avendo corpo non ha neanche la necessità di nutrirsi e di riposare) a ispezionare il campo, gli accampamenti e le fortificazioni, a rivelare ogni manchevolezza, a muovere appunti, non lesinando a destra e a manca ordini e critiche, la qual cosa lo rende indigesto ai più. La sua vicenda si incrocia con quella di un altro cavaliere, il giovane Rambaldo, che si era arruolato nell’esercito dei cristiani per vendicare il padre ucciso dai mori. Rambaldo si innamora di Bradamante, algida guerriera cui deve la vita, che, invaghita di Agilulfo, non lo corrisponde. Durante un banchetto, di fronte e Carlomagno e alla corte, un altro cavaliere, Torrismondo, provoca Agilulfo che per poter provare al re e agli altri la liceità del suo titolo deve rintracciare una certa Sofronia che molto tempo prima egli avrebbe salvato da violenza sessuale. Qui le vicende di Agilulfo e di Rambaldo chiamato anche lui a dover dar prova della liceità del suo titolo, si divaricano e si intrecciano in un susseguirsi di situazioni intenzionalmente surreali che a me son parsi irreali e anche abbastanza cervellotiche, che per questo non racconteremo. Alla fine Calvino un po’ tira fuori che Agilulfo e Rambaldo sono fratelli tra loro, anzi fratellastri “acquisiti”, per cui, in forza di una serie di giochi prestigio i cui meccanismi in buona parte ci sono rimasto oscuri, Rambaldo potrà soddisfarsi delle grazie di Sofronia, sua supposta madre (e perché non contrario…?!!) . E poi, ricevuta in dono da Agilulfo (il quale ha deciso di scomparire perché “in un mondo reale non può esserci posto per un cavaliere irreale”) la sua splendida armatura potrà darsi a Bradamante che, come abbiamo detto, di quella armatura si era innamorata. Libro oscuro, noioso e anche abbastanza raffazzonato, non c’è che dire. Anche se in questo racconto la prosa di Calvino si fa elegante e raffinata, in specie quando ammicca alle grazie femminili.

11 gennaio 2009