Personali considerazioni sovra I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni e dopo aver letto anche il Fermo e Lucia che dei Promessi Sposi è la prima stesura.

La prima stesura dei Promessi Sposi è molto diversa dall'edizione definitiva, che vedrà la luce nel 1840, quasi vent’anni dopo. L'autore, nell'arco di due anni scrive il romanzo in quattro tomi, intitolandolo provvisoriamente Fermo e Lucia, dal nome dei protagonisti.
La novità che balza subito all'occhio è il fatto che sono protagonisti personaggi di origine umile e l'ambientazione è di tipo rurale. Con delle situazioni che, trasposte in epoche diverse, potrebbero vedere coinvolto chiunque.
E le stesse vicende eccezionali come la peste, la guerra, il rapimento della protagonista, una clamorosa conversione il Manzoni le presenta con estrema verosimiglianza. Infatti crede nella necessità di rifondere, nel romanzo, il “vero” storico e l'”invenzione” poetica. Lo scrittore pensa che la letteratura, per avere carattere educativo, non debba rinunciare a proporsi come momento di conoscenza e di stimolo alla riflessione, per cui deve prospettare personaggi, vicende, situazioni, considerazioni, scene, dialoghi e soliloqui in cui il lettore si possa riconoscere.
Per tanto l'ambientazione rigorosamente studiata e i tipi umani scelti dall'autore rimandano alla realtà: i protagonisti non sono creature eccezionali, ma gente semplice come se ne trova ovunque e in ogni epoca. I personaggi "storici", ossia quelli ricavati dalle cronache, sono riprodotti senza che mai siano falsate (o "romanzate") le fonti storiche, ma proprio questi personaggi acquistano una suggestione straordinaria quando l'autore cerca di illuminare la loro psicologia e immagina ciò che le cronache non possono dire, ossia il loro dramma interiore, il fastello di irrequietezze, di paure, di contraddizioni, le riflessioni, i compromessi che li portano a scelte e a decisioni sofferte. L'autore li ricostruisce dall'interno, inventa il processo spirituale che li ha resi quelli che tramandano gli storici; per questa operazione letteraria deve fare appello alla sua arte poetica, alla sua sensibilità, e anche – non è difficile supporlo - anche alla sua esperienza personale: chi potrebbe negare che, per ricostruire la faticosa conversione dell'innominato, Manzoni non abbia ripensato alla "sua" conversione?
La vicenda è ambientata nel territorio del Ducato di Milano e dura per due anni, dal 1628 al 1630. Protagonisti sono due giovani borghigiani che non possono sposarsi perché il signorotto della zona si è incapricciato della promessa sposa. Dopo lunghe peripezie (i fidanzati devono separarsi ma si ritrovano, poi, in circostanze drammatiche) le nozze vengono celebrate.

Il romanzo nella sua prima stesura non soddisfa affatto l'autore che lo dà in lettura agli amici Visconti e Fauriel. Quest'ultimo gli suggerisce alcuni tagli sostanziali, per modificare una struttura in alcune parti prolissa e fuorviante. A questo punto, però, l'autore comprende che non si tratta soltanto di scrivere una bella storia capitata in passato, di comporre un romanzo che sappia divertire e intrattenere il lettore: sente dentro di sé l'urgenza di trasmettere un messaggio universale e di dare alla sua opera quella funzione educativa, già obiettivo dei suoi precedenti lavori. Occorre, quindi, guadagnare in sobrietà e chiarezza, dando ai personaggi quel carattere particolare che consente di farsi portavoce di un'esperienza di vita.
Nel 1825 i quattro volumi sono ridotti a tre, dall'intreccio più agile e organico. Nel 1827 escono i Promessi Sposi (Storia milanese del secolo XVII scoperta e rifatta da Alessandro Manzoni) e duemila copie sono esaurite nell'arco di due mesi. L'autore, rifacendosi a un espediente non molto originale – già l’Ariosto e il Cervantes vi erano ricorsi -  si presenta nelle vesti di scopritore e di rifacitore, nel milanese in uso ai suoi tempi, di un antico manoscritto secentesco, composto da un misterioso autore anonimo.
A lavoro ultimato, il Manzoni scriveva la seconda Introduzione che è il documento drammatico dell’insoddisfazione che provava per non aver saputo dare alla narrazione di una vicenda che aveva per protagonisti due personaggi del popolo una soluzione stilistica adeguata: cioè una lingua comune all’intera società destinataria dell’opera, oggettiva come ogni lingua di comunicazione (sul modello francese della lingua). Ma nella situazione linguistica della società italiana, divisa in tanti stati e in tantissime lingue, stavano le cause delle difficoltà del Manzoni e, nello tempo, la premessa per il superamento del problema.
Difatti se era vero che come esistevano una società società milanese, una società veneziana, una società romana non esisteva una società italiana, così non esisteva una lingua italiana. Per cui era necessario che tra le tante lingue se ne eleggesse una destinata a diventare la lingua di quella società che i moti del Risorgimento si proponevano come traguardo di aspirazioni non più soltanto ideali. E, tra le tante, il Manzoni non esitava a scegliere la lingua toscana, già lingua della grande cultura non meno europea che italiana, fino al Cinquecento, poi decaduta anch’essa al ruolo di lingua regionale.
Il Manzoni non si rimise immediatamente a correggere e a rifare la prima stesura del romanzo ma lesse, studiò, consultò a lungo il Vocabolario della Crusca nell’edizione veronese del Padre Cesari, ed esplorò gli scrittori della nostra tradizione, soprattutto toscani onde reperire il patrimonio più vasto possibile di espressioni e di parole suscettibili di essere usate come modi e voci di una lingua quotidiana, viva e insieme “normale”. Si giovò anche dei suggerimenti che negli ultimi mesi del ’23 erano venuti a dargli gli amici Fauriel, venuto appositamente dalla Francia, e l’altro suo amico Ermes Visconti che glie ne diede ancora di più. Il Manzoni fece tesoro e delle osservazioni di questi suoi due primi lettori e di tutto il bagaglio nozionistico e letterario che nel frattempo aveva acquisito.
Quando poi si accinse a correggere e via via a rifare il Fermo e Lucia, impiantò ex novo una seconda minuta. Il romanzo non più in quattro parti ora aveva assunto il titolo di Gli Sposi Promessi, ma già nell’ultimo dei tre tomi in cui era diviso, il titolo è quello definitivo di I Promessi Sposi.
Ma la differenza maggiore tra gli Sposi promessi o il Fermo e Lucia e i Promessi Sposi non attiene solo all’aspetto linguistico che pure è tutt’altro che marginale. E’ diversa anche, e non meno, la qualità del narrare, che nelle versioni precedenti a quella definitiva appare discontinua e imperfetta e nei Promessi Sposi fluente, unita e lineare.
Diversa nei primi e nel secondo sono le parti che lo scrittore assegna al moralista. Nelle prime il moralista ha una parte scopertissima, che prende sempre più campo fino a diventare soverchiante. Mentre nella versione “sciacquata in Arno” l’aspetto moralistico si fonda su una diversità tonale che quasi vi è disciolta come un lievito buono, viva e vivificante.
Libera a ciascuno la scelta, secondo i gusti; ma capire distinguendo è un bel capire, anche in arte. Sono, insomma, due libri diversi che stanno a fronte: un romanzo cospicuo, quasi barocco, e un romanzo di lineare complessità, o, se si vuole, di complessa linearità, con una sua costante traiettoria.
Le parti narrative e descrittive del Fermo e Lucia hanno un forte colore secentesco, apposta cercato. Le parti storiche sono condotte con tranquillissimo agio, col fine quasi insaziabile di far del moralismo, un moralismo ardito, severo e irto; quasi una rigida figura che lascia mano libera a un narratore verista, minuto sovente fino alla spietatezza!
E’ il Fermo e Lucia lo specchio del Manzoni “illuminista”, quasi giacobino. Ma sarà un accanimento quasi dettato dal sofisma. Perché poi, come se da quel rigore si sia saziato, se non estenuato, il Manzoni riduce, smorza quel descrivere e narrare, e quasi ritrae la mano. Lo scrittore è sazio, è guarito. Ridotti i toni, moderati i termini, la sua voce si farà limpida e tersa: anch’essa guarita, anch’essa salva. E il suo narrare, ci parrà più umano, più vero e pertanto, cristianamente, misericordiosamente, più vicino alle umane creature. Perché appunto il Fermo e Lucia è opera del Manzoni illuminista e i Promessi sposi, sono opera del Manzoni cattolico poiché risalta che nel Fermo e Lucia la compassione del Manzoni per i personaggi minori è una compassione mista di sprezzo e di rabbia, mentre nei Promessi Sposi la compassione diviene strumento ed elemento dell’arte. Il mutato linguaggio diviene il corollario, l’effetto di questa fondamentale trasformazione.
 
Concludendo.
 
Il Fermo e Lucia e I Promessi Sposi dono due opere affatto diverse; infra essi a leggerli ambedue, come ho fatto io, s’avvertono sensazioni– se è lecito ricorrere a delle ardite figurazione – che potrebbero somigliare, la lettura del Fermo e Lucia, a quelle che potrebbero provarsi dinanzi a un dipinto del Velasquez, mentre quelle che io ho provato a leggere i Promessi Sposi me le immagino più simili a quelle che potrei provare se avessi la fortuna di vedere coi miei occhi la Venere di Milo o una scultura del Canova. Oppure, se vogliamo portarci nel campo della musica, tra quelle che il melomane d’educato orecchio può avvertire ascoltando prima una passacaglia di Haendel e le variazioni Goldberg, oppure tra una sonata di Ludwig van Beethoven e una di Bach.
 
5 aprile 2008