Biografia del figlio cambiato, di Andrea Camilleri (2001). pagg. 267, Editore Rizzoli (B.U.R.) €. 8,20.
 
Nota di copertina: La vita che qui si racconta non è tanto quella dello scrittore, ma quella del “figlio cambiato” che Pirandello pensò sempre di essere. Una vita segnata dal rapporto difficile, conflittuale, con il padre Stefano, una marchiatura indelebile che segnerà la sua esistenza di uomo, di marito, di padre,  e ne guiderà il cammino di scrittore. La scoperta del primo amore, il racconto amaro del matrimonio con Antonietta e la tragedia della sua follia, il difficile legame con i figli: Biografia del figlio cambiato è un’appassionata narrazione che si dipana intorno al tema dell’identità, fulcro autentico e ineludibile della vita e dell’opera di Pirandello. E che Camilleri interroga con curiosità e sguardo umanamente partecipe e severo.
  
Nota di recensione: Camilleri è uno scrittore originale e smisurato, e il figlio del quale si tratta è il grande commediografo Luigi Pirandello, del quale Camilleri, suo compaesano, ci narra con sovrabbondanza di particolari la (magra) biografia. Camilleri che di lui tutto sa, tutto ci descrive, arrivando perfino, al solito suo, a tracimare.
Dico questo perché non ho ben capito se questa storia del disconoscimento morale e affettivo del padre (che Pirandello arrivò a chiamare “l’uomo di cui solo anagraficamente porto il nome”) sia autentica o se invece non si tratti di farina uscita dal capace sacco camilleriano che come sappiamo è quasi un pozzo di san Patrizio. Non mi stupirei se di questo si trattasse, perché la caratteristica principale di Camilleri, intorno alla quale il linguaggio e le sue grandi capacità d’inventiva ruotano, è la sua facondia o fecondità.
Me ne sorprenderei invece se dicendo questo voglio precisare che non intendo impancarmi a conferire giudizi morali o a pronunciare sentenze sui torti di quello o le ragioni di quello…, siam pirandelliani no?!) Pirandello realmente avesse vissuto la normale, giovanile e comune conflittualità padre-figlio in una maniera così abnorme e lacerante (isterica, mi verrebbe da scrivere). Don Stefano Pirandello fu un padre migliore di tanti cui facilmente si riconosce questo titolo, se non altro perché, poco o punto convinto, gli consentì d’inseguir alate chimere e d’andare a fare (a spese di lui) il dandy ovunque gli piacque d’andarlo a fare (trasferirsi a Palermo quando i genitori vivevano ad Agrigento; portarsi a Roma quando questi vollero raggiungerlo a Palermo; andarsi a laureare in Germania non piacendogli più il poterlo fare a Roma…), anziché tenerselo accanto, corto di cavezza, a spaccarsi la schiena in miniera e a rovinarsi i polmoni con lo zolfo.
Ma tant’è…! Al giovane Pirandello, che non volle seguire neanche il consiglio paterno d’iscriversi a Legge, la storia ha finito per dare tutte le ragioni del mondo, mentre di quel padre forse solo i più volenterosi potranno ricordarsene il nome, avendo letto della vita del figlio.
Col suo bell’ andare e venire dalla realtà alla sua trasfigurazione, il giovane Pirandello, adattandosi come meglio non si poteva a quell’anomalo rapporto, è diventato l’originalissimo interprete (analogamente che Sigmund Freud nella psicanalisi) di quelle relatività psicologiche con le quali oggi noi ci giustifichiamo quando pretendiamo di conferire alle nostre contraddizioni una patina di nobiltà.
Ovviamente sarebbe ingiusto e restrittivo dire che Pirandello sia stato solo questo, ma questa è la vulgata che della sua poetica noi a nostra convenienza facciamo, analogamente a quel che facciamo quando, semplificando, pretendiamo di racchiudere le enormi intuizioni del Machiavelli nella semplicistica (e apodittica) frase che “il fine giustifica i mezzi”.
La vita di Luigi Pirandello, anche per il fatto d’avere sposato una donna malata di paranoia e presto uscita di senno, fu piena di sofferenze e di rinunce; lui, di suo, fu un onesto marito e un buon padre, pur se forse un po’ troppo possessivo. Ma quel che conta è che seppe essere un acuto e originalissimo (tutt’ora insuperato) indagatore della mente umana e della contraddittorietà delle sue visioni. “Nulla è quel che ci pare e se lo è non lo sarà per molto”, e in effetti così è, se si vuol semplificare.
Non per nulla oggi che si sta ridiscutendo d’ogni cosa non si riesce più a fare un solo passo in avanti! Ma non è colpa di Pirandello, ripeto; sono i tempi che forsennatamente corrono a farci star fermi. I nostri tempi, i tempi dell’astrattismo figurativo, della musica atonale, del “politycall correct”, della televisione che tutti i giorni manda nelle nostre case programmi 24 ore su 24, dei microfoni sotto ogni naso, dei preti non più distinguibili, dei giornali dove si spacca il capello in quattro e delle difese ad oltranza, e della democrazia da esportare…, questi tempi malati, questi tempi molli e senza spinte ideali che hanno fatto ammalare l’uomo. Pirandello ne colse (con molto anticipo) i segni.
 
16/4/2007