1998/99
Prima d’iniziare la nostra ottava stagione di commenti (quinta della serie Lippi, ma a fine anno è probabile che lo perdiamo, sconfitti - noi e lui - dal facile soldo parastatale del faccendiere Cragnotti; seconda in pay-tv, per la serie "noi vedemmo tutto per cui non ci imbrogliate!") è opportuno spendere qualche parola riguardo all’andamento e agli esiti del campionato del mondo per squadre nazionali che s’è giocato, fra giugno e luglio, nella vicina Francia. Scriveremo poco, dicendo solo delle fortune dell’Italia, delle qualità della vincente e degli attori che si sono guadagnati più luci e titoli.
L’Italietta del "giardiniere" Maldini (l’espressione è tratta da un pezzo di Vittorio Zucconi uscito su Repubblica e felicissimamente si rifà al Peter Sellers di "Oltre il giardino") ha destato indignazione per non essere mai stata in grado di assumere, in nessuna delle quattro partite che le è riuscito di giocare (col Cile e con l’Austria in batteria, con la Norvegia negli ottavi e nei quarti con la Francia, dalla quale è stata finalmente eliminata) uno straccio d’iniziativa, pur potendo giovarsi, a differenza di Arrigo Sacchi in America quattro anni prima, di giocatori di valore assoluto. Il poco che le è riuscito di guadagnarsi se l’è guadagnato a mezzo d’una difesa biecamente e brutalmente votata al sacrificio, e delle poche palle lunghe buttate avanti all’"evviva il parrocco!", che l’eroico Vieri in qualche maniera riusciva a domare e a metter dentro. Nessuno che - tranne appunto il taurino e solitario prenominato - abbia potuto mettersi in mostra; nessuno che abbia lasciato rimpianti. In cotale andazzo le nostre fragili mezze punte non avevano né gioco né alcuna possibilità di mettersi in luce: un Del Piero stressato da una stagione intensissima, malfermo, saltato, ignorato e frastornato dall’antagonismo con Baggio - un tormentone che doveva essere risparmiato all’uno, all’altro e a noi tutti- che è diventato, alla fine, e secondo i più consueti canoni dei giochi all’italiana, il solo capro espiatorio. Io Del Piero non lo amo ma è giusto che lo difenda. Maldini è solo un signor nessuno e non quel "cesare" o "cesarone" di cui, con assoluta mancanza di pudore e senza il menomo rispetto della storia, una classe di giornalisti sadica sanguinaria e capace solo d’agitar forconi e turiboli ad ogni pie' sospinto lo gratificava. Né il poveraccio poteva produrre altro che un totale non-gioco, avendo avuto quali maestri nella sua avventurata carriera di libero del Milan negli anni tra il 1957 e il ‘63 i soli Gipo Viani e Nereo Rocco. E la sua inadeguatezza - impressionante, assoluta - non era solo tecnica, ma anche, e sopratutto, caratteriale. L’avvocato Nizzola aveva avuto la peregrina idea d’affidare la nostra miliardaria nazionale di calcio e l’allure dei suoi tre campionati del mondo ad un nevrotico che la pochezza delle idee e la incapacità a difenderle rendeva comicamente e desolantemente aggressivo. Quando lo vedevamo in televisione, e quindi a cospetto del mondo intero, vacuamente spiritoso e tragicamente balbuziente arrossivamo di vergogna. Nulla egli ci ha risparmiato, nemmeno, alla fine, la frase fatidica e più rappresentativa del vittimismo nazionale, quel "con i giocatori che avevo non potevo fare di più!" che quantomeno per un fatto di pudore doveva risparmiarci. Non si lamenti Cesare Maldini (che spreco di nome!) e sparisca dalla circolazione, per trent’anni la nostra benigna Federcalcio lo ha statisticamente tolto dagli elenchi dei disoccupati, non abusi della fortuna. Verrà chiamato a succedergli il sordo, muto e inespressivo Zoff, detto il ventriloquo, così angustiato nel parlare da sgomentare gli onesti (il Maldini invece con la sua ostinata balbuzie suscitava la generale ilarità). Storico monumento del difensivismo nazionale, io lo detesto. Dagli spalti del vecchio Comunale, ove malauguratamente a lungo sedetti quando Boniperti ne offrì la panchina alle sua terga di pietra (mi pare tra l’ottantotto e l’ottantanove), gli ho visto perpetrare, in una stagione grigia e miserabile a causa de’ troppi pareggi casalinghi, misfatti tattici inenarrabili, come quelli di far giocare Rui Barros a centrocampo e Zavarov di punta (salvo poi a toglierlo, Zavarov, e far giocare al suo posto prima Magrin e poi il calabrese Mauro). Vinse una Coppa Italia (nientedimeno che sul Milan di Sacchi, ma difendendosi per centonovanta minuti) e una Coppa Uefa (sulla scombiccherata Fiorentina) ma nelle diciassette partite di campionato cui assistetti la sua frastornata Juve ebbe a pareggiare, lo ricordo bene, con il Genoa, con il Bologna, con l’Atalanta, col Cesena, col Pescara, col Verona, col Brescia e con l’Avellino, e dei due derby uno lo perse e l’altro lo pareggiò. Adesso attinge alla nazionale, della quale a me interessa poco e solo in ragione e nella misura in cui essa si colora di Juve (vedremo quanti ne chiamerà ....). A livello d’immagine è sicuramente meglio di Maldini (non ci voleva molto, ma Zoff per moltissimi anni è stato l’estremo difensore di una Juventus fortissima, per cui è potuto essere anche recordman <il suo record d’imbattibilità di 1144 minuti, dietro a gente come Gentile, Cabrini, Furino e Scirea, resiste tuttora>, campione del mondo e, anche se sempre restio a lasciare i pali e sui tiri da lontano cieco più d’un ceco, portiere molto stimato). Ma tecnicamente e per credo calcistico penso che sia un alter ego di Maldini. Di più rimaniamo nella (tragica) circostanza che sentirlo parlare rimane una sofferenza indicibile, con quella bocca che si apre e disperatamente annaspa, con quelle idee che proprio non riescono a farsi verbo, con quello sguardo smarrito, con quel continuo inciampare sei e sette volte su ogni sillaba. Meglio spararsi!
Il torneo l’ha vinto, meritatamente, la Francia, battendo nella finale per tre a zero, con due gol di Zidane e uno di Petit, uno spento Brasile che nella vigilia i più superficiali accreditavano del successo finale. Ha vinto una Francia fortissima in difesa e a centrocampo, ma in attacco - ove pervicacemente e sempre, e con tutti i mezzi, contrariamente che gli italiani, s’accaniva - desolantemente spuntata. Una Francia che se avesse potuto giovarsi dell’ultima delle nostre punte (che so?, magari di Pasquale Luiso il toro di Sora) sarebbe apparsa agli occhi di tutti come un complesso di compiutissima solidità e certamente destinato a riaffermarsi. I giocatori che sono riusciti nell’impresa cui non erano riuscite le pretenziose nazionali di Kopa e di Fontaine nel ‘58 e di Platini nel 1986 sono: il folcloristico Barthèz in porta; il fortissimo Thuram difensore di destra; il generosissimo Lizarazou sulla sinistra; l’invalicabile Desailly (che lo sciagurato Milan aveva appena venduto al Chelsea per un piatto di lenticchie) al centro. Liberi l’elegante Blanc, dietro ai difensori; e il coriaceo Deschamps davanti. Con a fianco, sulla destra un Karembeu non al meglio e, sulla sinistra, eccezionalmente dinamico, irrefrenabile, il biondo foltocrinito Petit. Davanti a loro les pièds, et la tète (intesa come cervello), et le còeur, et le gène di Zinèdine Zidane "maìtre du mònd" come i francesi con gratitudine e un po' enfaticamente l’hanno battezzato. Vox clamantis in deserto oltre che maìtre du mònde avrebbero dovuto battezzarti, povero e caro Zinedine.
Non dei calciatori ma dei "canis abbajantes notes dolentes" c’erano ad aspettare i suoi luminosi lanci: un Djorkaeff arruffone frenetico, un Trezeguet che i mondiali li ha seguiti dalla panchina e che forse, dato il livello dei compagni d'attacco, qualche apparizione la meritava, un Guivarc’h e un Dugarry che col pallone devono aver litigato già nella culla; un Thierry Henry flessuosamente elegante ma poco incisivo. Cosicché il buon Zizou, il paziente Zizou "la patrie" e "les invalìdes" Djorkaeff, Dugarry e Guivarc’h se li è dovuti caricare tutti interi sulle spalle e ha dovuto pensarci lui, pudicamente negato al gol, a segnare i punti utili a battere il Brasile (il terzo gol, quello di Petit, è sopraggiunto, buon ultimo, a tempo ormai scaduto).
A prescindere dal particolare affetto ch’io porto a Zizou, per me maìtre du mònde da ben prima che sul gran calendario della storia s’affacciasse questo fatidico dodici luglio, io ho tifato, senza riserve e con forte accanimento antipatriottico (una voce fuori dal coro) Francia. Secondo la considerazione che nella nazionale del giardiniere Maldini, assenti per forza Peruzzi e Ferrara e per scelta tecnica [a parte il non convocato Iuliano] Inzaghi, Di Livio, Torricelli e il povero Pessotto (mandato a massacrarsi contro Zidane), l’unico bianconero che vi giocava (e nemmeno sempre) era l’infido Del Piero; mentre tra i "bleu" dell’Amato Giacometto, gli juventini che cantavano la Marsigliese erano due (su due) ed erano nientemeno che Didier Deschamps e Zinèdine Zidane, nei ruoli di capitano e di leader il primo e di genio pedatorio il secondo. Io il mondo (del calcio) lo vedo a mezzo di occhiali bianchi e neri. Mi sarà perdonato, se a chi lo guarda con sugli occhi pacchi di filigrana si fanno ponti (e contratti) d’oro. Zidane, ragazzo introverso, genio calcistico infinito, sontuoso prototipo del rifinitore, "l’unico giocatore - secondo Michel Platini - per il quale valga la pena pagare il biglietto" spiegato da Lippi: "Zizou è un giocatore determinante, sia nella Juve, sia nella Francia. I due gol della finale sono solo una parte dei suoi enormi meriti, ma che servono a scacciare certe definizioni antipatiche. Zidane ha un peso determinante in ogni squadra nella quale gioca. Fateci caso: quando gira bene lui tutta la formazione va al massimo. E’ un giocatore impareggiabile, uno che mette genialità e fantasia al servizio del collettivo. E’ una guida costante in campo, è giustamente il beniamino dei tifosi, in nazionale come nella Juve, anche perché ha un tipo di gioco che entusiasma, dovrebbe solo essere meno autocritico e più sfacciato". Non è il caso mio (ne faccio un punto d’onore, chi ha letto non può non ritenerlo), non è certamente il caso di Lippi, ma oggi dir bene di Zidane est très facìle. Ed è degno di considerazione quanto ebbe ad affermare, dinanzi ad un ginepraio di microfoni e taccuini, due giorni prima della finale, (partita che per la forza dei luoghi comuni vedeva favoriti i brasiliani "perché avevano Ronaldo"), kaiser Franz Beckenbauer, che apoditticamente affermò che "la finale la vinceranno i francesi perché hanno Zidane".
Si sono distinti, oltre ai campioni del mondo Thuram, Desailly, Petit, Deschamps e Zidane, la coppia centrale di difesa della nazionale paraguayana (Gamarra e Ayala); Acuna, anche lui paraguayano, il marocchino Hadji, il giapponese Nakata, ora acquistato dal Perugia; l’opportunista Suker, laureatosi, con sei gol in sette partite, capocannoniere del torneo; il nostro Vieri che gol ne ha segnati cinque (ma in quattro partite), l’azzurro Cannavaro; gli olandesi Davids, Frank e Ronald De Boer, Cocu, Zenden e il diletto Kluivert (che il Milan svenderà ma non ci venderà, per non rischiare, dopo quella di Davids, un’altra colossale brutta figura); l’attaccante messicano Hernandez e, per l’estro, la freschezza, la velocità e la classe, il diciottenne Michael Owen. Tra i portieri niente marziani, tutti buoni. Il meno battuto è stato Barthéz (solo due gol, uno dei quali su rigore). A proposito di rigori, se ne sono tirati tanti: stupefacenti per precisione e potenza quelli dell’inglese Shearer (chi l’avrebbe detto...). La squadra migliore m’è parsa nel complesso - risultando la Francia desolantemente priva di attaccanti - la nazionale olandese. Il tanto atteso Ronaldo ha giocato male, ma come Del Piero era alla fine di una stagione iperstressante. Dio abbia pietà di loro.
Sul potenziamento della Juventus e delle altre, per il prossimo campionato.
Parteciperanno al prossimo campionato:
Bari (allen. Fascetti, confermato); Bologna (allen. Mazzone, nuovo); Cagliari (proveniente dalla serie B, allen. Ventura, confermato); Empoli (allen. Del Neri, nuovo; sostituito, in agosto, da Sandreani; sostituito in febbraio da Orrico); Fiorentina (allen. Trapattoni, nuovo); Inter (allen. Simoni, sostituito a dicembre da Lucescu; dal 24 marzo ‘99 l’allenatore dei portieri Luciano Castellini, e, infine, a quattro giornate dal termine del campionato, mister Hogdson); Juventus (allen. Lippi, confermato; sostituito a febbraio da Ancelotti); Lazio (allen. Eriksson, confermato); Milan (allen. Zaccheroni, nuovo); Parma (allen. Malesani, nuovo); Perugia (proveniente dalla serie B, allen. Castagner, confermato; sostituito a febbraio da Boskov); Piacenza (allen. Materazzi, nuovo); Roma (allen. Zeman, confermato); Salernitana (proveniente dalla serie B, allen. Rossi, confermato; dal 26/3 sostituito da Guido Oddo); Sampdoria (allen. Spalletti, nuovo; sostituito a dicembre da David Platt; sostituito in febbraio da Spalletti); Udinese (allen. Guidolin, nuovo); Venezia (proveniente dalla serie B, allen. Novellino, confermato); Vicenza (allen. Colomba, nuovo; sostituito in febbraio da Reja).
La Juventus secondo gli ormai noti giudizi e pregiudizi di Umberto Agnelli ha comprato poco spendendo pochissimo. Ha comprato dei giocatori sul cui conto non sono in grado di esprimere giudizi risultando essi sconosciuti a me come ai più. Costoro sono: il ventenne croato Igor Tudor croato difensore centrale accreditato d’un grande potenziale (ha fatto parte della rappresentativa del suo paese che ha recentemente giocato il campionato di Francia), pagato ben 8 mld.; il terzino destro Mirkovic che da due stagioni gioca senza infamia e senza lode nell’Atalanta, il venticinquenne centrocampista francese Blanchàrd (pagato 5,5 mld.), che Aimé Jacquet ha ritenuto non esser più forte di quelli condotti a vincere il massimo trofeo; il ventenne Patrik Muller, mezz’ala del Servette, del quale si dice un gran bene (ma pare che arriverà più in là). Nonché gli ancora più sconosciuti Paci (attacc.) dell’Ancona, Perrotta (centroc.) della Reggina e Schiavon (centroc.) del Prato. Se ne sono andati via: Torricelli alla Fiorentina (per 12 mld. e per non dar ombra a Birindelli) così come quasi certamente quanto prima se ne andranno gli iperspremuti Conte e Di Livio; escono pure i giovani Aronica, Baccin, Grabbi, Zamboni e Pellegrin; Ametrano va al Genoa, probabilmente a titolo definitivo. Non hanno ceduto Del Piero, non hanno ceduto Inzaghi, nonostante le forti richieste (Roma, Parma), non hanno ceduto, per fortuna, Montero, non hanno ceduto Tacchinardi. Dei migliori non hanno ceduto nessuno.
Penso che abbiano operato saggiamente, anche se più volte ho sperato che prendessero anche Klujvert, o comunque un centravanti di peso. Per Klujvert non è stato possibile concludere giacché Galliani, scottato dall’esperienza Davids, non ha voluto darglielo. Una buona scelta avrebbe potuto essere il bolognese Kenneth Anderson, uno che di testa non perdona; ad un certo punto sembrava fatta, poi non so perché si sono fermati (forse perché costava troppo). Comunque ora giacché il calcio mercato dura fino a tutto il girone d’andata può essere che se ne riparli. Le mie preoccupazioni nascono dal fatto che non sono del tutto persuaso che quest’anno Inzaghi e Del Piero faranno di nuovo sessanta gol.
Arrivi: Mirkovic (dall’Atalanta, per 7 mld.), Blanchard (dal Metz, per 5,5 mld.), Tudor (dal Rijeika, per 8 mld.), Perrotta (dalla Reggina, per 4 mld.), Paci (dall’Ancona), Schiavon (Prato), Muller (dal Servette, per 3 mld.). In gennaio acquistati Juan Eduardo Esnaider (centravanti) dall’Espaniol di Barcellona e Tierry Henry (ala) dal Monaco.
Partenze: Torricelli (alla Fiorentina, per 12 mld.), Aronica (alla Reggina), Baccin (al Verona), Grabbi (al Genoa), Zamboni (al Lecce), Pellegrin (alla Ternana) e Ametrano (al Genoa). A ottobre Pecchia alla Sampdoria e Zalayeta in prestito all’Empoli.
Rosa:
Portieri: Angelo Peruzzi (‘70), Michelangelo Rampulla (‘62), Morgan De Sanctis (‘77);
Difensori: Ciro Ferrara (‘67), Alessandro Birindelli (‘74), Zoran Mirkovic (‘71), Mark Iuliano (‘73), Igor Tudor (‘78), Paolo Montero (‘71), Gianluca Pessotto (‘70), Manuel Dimas (‘69);
Centrocampisti: Didier Deschamps (‘68), Edgard Davids (‘73), Alessio Tacchinardi (‘75), Fabio Pecchia (‘73), Jocelyn Blanchard (‘72), Antonio Conte (‘69), Simone Perrotta (‘77);
Punte e mezze punte: Zinedine Zidane (‘72), Angelo Di Livio (‘66), Alessandro Del Piero (‘74), Nicola Amoruso (‘74), Filippo Inzaghi (‘73), Daniel Fonseca (‘69), Marcelo Zalayeta (‘78).
Allenatore: Marcello Lippi (nel prosieguo sostituito da Carlo Ancelotti),
Preparatore atletico: Giampiero Ventrone,
Immutati i vertici.
Le altre hanno comprato chi più (Parma e Lazio) e chi meno (Inter) bene Lippi ha dichiarato di temere particolarmente il Parma. Condivido, e non solo perché lo dice Lippi, i cui giudizi solitamente sono sempre equilibrati. I gialloblù han preso un allenatore molto volitivo (polifemo Malesani), cui le alterne fortune dell’anno scorso a Firenze non possono che aver fatto bene. E con Fuser, Veron e il giovane Longo, pagati carissimo, il complesso, già forte in attacco e in difesa, appare ora solidissimo. Occhio anche ai viola che si sono affidati al vecchio Trapattoni e han preso, secondo il suo vecchio credo che prima è bene non prenderle, due buoni terzini (Torricelli e Heinrich) e un forte incontrista (Amor, ex Barcellona). In attacco forti lo erano già, anche se irrisolti rimangono i casi Batistuta, cui i dollari di Callisto Tanzi han tolto la ragione, e Edmundo, che la ragione forse non l’ha mai avuta. Non sono in grado, in questo momento che scrivo, di sapere che dei due resterà o se ne andrà. L’Inter di Bonaventura Moratti ritiene di essersi ulteriormente rinforzata avendo assunto a prezzo carissimo quel Roberto Baggio scaricato dalla Juve, ripudiato dal Milan e che l’anno scorso a Bologna solo nel girone di ritorno aveva illuso i gonzi mettendosi a giocare per se stesso e per platea. Ha comprato pure i giovani Ventola (aitante centravanti barese) e Pirlo, giocolierino messosi invano (invano perché non la salvò dalla retrocessione) in mostra l’anno scorso nel Brescia. Non sono riusciti a vendere nessuno, nemmeno i più sgraditi e riottosi (hanno cercato a lungo di farlo con Djorkaeff, Kanu, West e Moriero), in ragione degli altissimi ingaggi che ne appesantivano i cartellini. Dispongono di un organico pletorico, di un allenatore più confuso che persuaso che pensa ancora all’arbitro Ceccarini, e d’un presidente sempre più impaziente d’andare a deporre sulla tomba di papà Angelo il suo primo scudettuccio. E di un Ronaldo che ha platealmente manifestato chiari sintomi di logoramento da stress, se di solo stress si tratta... Il Milan ha fatto fuori l'esoso Capello e gli ha anche dato due miliardi e mezzo (netti) perché almeno per un anno se ne stesse buono e non andasse altrove. Ha preso quell’Alberto Zaccheroni che negli ultimi anni buone cose ha fatto vedere con l’Udinese. Il quale intanto ha portato una certa calma nell’ambiente (cosa alquanto necessaria, visto come s’erano messe lì le cose) e, appunto dall’Udinese, il forte centravanti Bierhoff e il terzino Helveg. Tuttavia hanno scioccamente gettato via Desailly e Klujvert (al Barcellona, per non darlo alla Juventus). Non ho sott’occhio la composizione dell’organico, ma ritengo che la maggiore causa dei guai passati (e cioé la scarsa copertura alla difesa e il logoramento di taluni elementi chiave) non sia stata rimossa. Muove al riso la campagna di rafforzamento della Lazio, che l’affarista Cragnotti ha finalizzato alla quotazione al listino borsa valori, cui, prima fra tutte, si è affacciata (soldi veri in cambio di pezzi di carta). Quindi battàges pubblicitari enormi, altisonantissimi nomi (Salas, Stankovic, De la Pena, Couto solo per citare i primi che mi vengono alla mente), cifre inverosimilmente folli, ingaggi stratosferici. Sulla carta l’organico fa paura ma bisognerà vederli alla prova dei fatti. In borsa il titolo, in questo periodo di stravacca, s’è apprezzato parecchio. Sul campo vedremo. Della sprovvedutezza del management è segno il fatto che l’anno scorso di questi tempi offrirono un ingaggio sterminato al trentaduenne Mancini, e che per giocare in quello stesso ruolo quest’anno ne han presi altri tre. Il presidente della Roma, l'ex muratore arricchitosi Sensi, ha avuto e ha il suo bel da fare a far ragionare, a cospetto di tanto spreco, le plebi. Fatica inutile, viene trattato come un morto di fame e vaffanculeggiato continuamente. Piuttosto che pretendere di far credere che con 45 miliardi in mano un centravanti d’un certo nome non lo si riesca proprio a prendere dovrebbe avere il coraggio delle sue azioni e dire che questa con Bartlet e Alenichev è la migliore squadra possibile, o dimettersi. Non escludo difatti che i suoi buoni giocatori con Zeman non possano formare, alla prova dei fatti, una buona squadra. La società dell’altro figlio vittima del complesso di Edipo (parlo della Sampdoria del giovane orfano Enrico Mantovani) s’è cinta del più inebriante, inconcludente, fantasioso, pernicioso e folle dribblomane che il sud America abbia prodotto. Parlo di Ariel Ortega, che se riuscisse ad armare convenientemente l’ottimo Montella potrebbe trarre al mesto giovanotto anche qualche sorriso. Qualche nome dei giocatori che hanno cambiato squadra, o che sono arrivati dall’estero, con la doverosa premessa che non potrò farne molti, essendo la maggior parte di essi, come detto prima, sconosciuti ai più. Al Bologna una cariatide che va e una cariatide che viene, giacché a sostituire il conclamato Baggio arriva, pressoché gratis (solo il non lieve ingaggio), l’imbolsito Beppe Signori (ex Lazio, ex Sampdoria). A proposito di Fiorentina: non capisco perché Trapattoni abbia consentito a che si privassero di Schwarz (venduto per 12 mld. al Valencia); l’ex azul grana Amor (pagato 2 mld.) non è male, ma averli entrambi sarebbe stato sicuramente meglio. O che sia rincoglionito, il Trap? La Lazio ha preso, oltre che i già citati Stankovic (25 mld.), Salas (34 mld.), De La Pena (30 mld.), Couto (6 mld.), Mihajlovic (dalla Sampdoria, per 22 mld., ma li vale) e il brasiliano o portoghese, non so ancora, Sergio Conceicao (altro nome altisonante, centrocampista pure lui, dal Porto, per 18 mld.), privandosi di Chamot e di Jugovic ceduti all’Atletico Madrid (che quale allenatore si gioverà nientedimeno che di Arrigo Sacchi, e magari è la volta che lo vincono loro il campionato) per 12 e 22 mld., di Fuser (al Parma, per 12 mld.: una clamorosa svendita!), di Casiraghi (al Chelsea di Vialli, dove farà faville, per 16 mld.) e, infine, della riserva Grandoni (alla Sampdoria, per 10 mld.). Il finanziere Cragnotti si frega le mani, ma in quel centrocampo il solo che corre è Venturin. Personalmente dubito, nonostante gli osanna che in questi giorni si levano all’indirizzo dei laziali che un centrocampo con il predetto, povero Venturin, Fuser e Jugovic valesse meno di quello, tonitruante, che con Stankovic, De la Pena e Mancini hanno appena apparecchiato. Il Milan, oltre che il poderoso Bierhoff (pagato 26 mld., ma ha trentun anni) e il regolarista Helveg (pure lui dall’Udinese, 16 mld.) ha preso pure tale Guglielminpietro (nome impronunciabile, opportunamente accorciato il Guly, mezzapunta argentina pagata 10 mld.), il portiere tedesco Lehmann, il difensore francese, negro, N’Gotty e dal Napoli l’elegante difensore argentino Ayala (pagato 15 mld.). Hanno venduto molto ciarpame, e purtroppo per loro anche il poderoso Desailly (che il Chelsea, intenzionato a fare uno squadrone, gli ha pagato i 15 mld. Chiesti a prima botta). Il Parma oltre che Veron (Sampdoria, 35 mld., ma ha vent'anni ed è bravissimo) e Fuser (vedi alla voce Lazio) ha preso il vecchio e forse non più valido Balbo (Roma, 6 mld.) e il mediocre Boghossian (Sampdoria, 14 mld.); ha preso anche Sartor (Inter, 13 mld.), Longo (Napoli, 5,5 mld.: un vero affare!) e qualcun altro che non conosco. Ha dato in prestito diversi giovani, compreso il brasiliano Adailton (PSG); il vecchio Crippa è tornato al Toro, che la B si apra e lo inghiotta per sempre. Penso che il Parma sia il complesso meglio strutturato. Si diceva della Roma che aspetta il centravanti di gran nome. Ora, alla fine, la montagna ha partorito il topolino Bartlet (giovane, sconosciuto argentino). La stampa fa intendere che possa arrivare Trezeguet. Comunque pochi si sono accorti, o lo hanno dimenticato, che un gran giocatore lo han preso. Si tratta del centrocampista russo Alenichev (pagato 12 mld.). Mi sarebbe piaciuto vederlo alla Juve, al posto di Di Livio. Di Ariel Ortega avendo già detto (la Sampdoria ha effettuato un forte ricambio, a cominciare dall’allenatore) penso di non avere, al momento, altro da dire. Le squadre e i giocatori li giudicheremo più attendibilmente nel corso del campionato. Quelle di agosto sono solo chiacchiere, e gli scudetti di agosto non contano niente. Non per nulla li vincono sempre l’Inter e il Milan.
Un’ultima cosa prima di chiudere. A seguito di quelle infernali gazzarre scatenate a causa di quei presunti arbitraggi favorevoli alla Juve (ai quali soli, nel perfido immaginario antijuventino, furono addebitate le vittorie dei bianconeri contro Lazio, Empoli ed Inter) l’apposita commissione messa sù dal torinista Nizzola e presieduta dall’ex arbitro Gonella ha concluso le sue indagini deferendo "per comportamenti moralmente censurabili" cinque arbitri (Collina, Ceccarini, Treossi, Cesari e Bazzoli). Stiano attenti questi mestatori di professione, questi seminatori di zizzania in servizio permanete effettivo, questi calunniatori di professione; stiano attenti a non tirar troppo la corda i vari Biscardi, Cucci, Cannavò, Melidoni, Sconcerti, Santoro e tutta la canaglia urlante dai giornali e dai radiogiornali romani e milanesi. Se la benemerita categoria degli arbitri perde la pazienza (e sarebbe anche ora che facessero sentire la loro voce!) tutto il baraccone, l’immenso caravanserraglio, irrimediabilmente si ferma.
"Notizia d’emergenza, agite con prudenza, un pazzo s’è lanciato incontr’al treno …." (da La locomotiva di Guccini). Il fatto è che Cragnotti ha preso anche, nientedimeno, che Christian Vieri, pagando ben 54 miliardi all’Atletico Madrid e 6 (netti) all’anno, per cinque anni, a lui. In effetti sulla carta fanno spavento. Ma in pratica Eriksson non arriva a Natale, così come Simoni non arriverà a mangiarsi il panettone sotto la "Madunina". [27/8/1998].
I presidenti sono alla caccia disperata di soldi, gli ingaggi sono lievitati enormemente e le spese di gestione si sono fatte insostenibili. Nella media delle diciotto squadre di serie A gli esborsi per il pagamento degli stipendi ammontano al 58% dei fatturati. 50% in casa Juventus e 65% chez Berlusconì. Anche per questo la Juventus è una società da ammirare.
Abbonati: 43.533
Partite:
30/7/98: Juventus contro una rappresentativa valdostana: 2 a 2 con gol di Conte, Caridi, Fonseca (rig.), Pereira (rig.).
2/8/98: Juventus contro gli stessi di giovedì scorso: 5 a 1 con gol di Rubino (aut.), Sculli, Sculli, Conte, Del Piero, Arcese (rig.).
7/8/98: ad Udine, trofeo Moretti: Inter Juventus 0 a 0 (0 a 2 dopo i rigori all’americana, comodi per i portieri, difficili per gli attaccanti. Realizzano Pecchia e Del Piero; Rampulla li ferma tutti); Udinese Juventus 4 a 3 con gol di Tacchinardi, Sosa, Amoroso, Del Piero, Amoroso (rig.), Amoroso e Inzaghi. Amoroso ha mostrato tutti i limiti di Mirkovic (dell’uno sull’altro anche il rigore).
10/8/98: a Newcastle, contro il Newcastle: 1 a 2 con gol di Hannam, Pearce e Blanchard. Non male, ottimo Montero.
13/8/98: a Cesena, contro il Raja Casablanca: 2 a 0 con gol di Zalayeta (finalmente!, e per giunta di carattere) e di Di Livio. Bravo Rampulla.
18/8/98: a Villar Perosa per il tradizionale Agnelli’s day contro la squadra della primavera: 7 a 0 con gol di Tacchinardi, Zalayeta, Del Piero, Davids, Tudor, Frara e Fonseca.
21/8/98: a San Benedetto del T. contro l’Espanyol: 0 a 1 per gli spagnoli, con gol di Posse. Partita di calci e sputi, più che di calcio e spunti.
25/8/98: a Milano San Siro, per la 8^ edizione del trofeo Berlusconi, contro il nuovo Milan di Alberto Zaccheroni: vittoria bianconera per 2 a 1. Gol di Bierhoff, di Inzaghi e di Inzaghi. Gran bel secondo tempo, palla a terra e trame veloci. Inzaghi continua ad onorare tutte le occasioni importanti. E non mi frega niente che nelle quattro occasioni in cui Juventus e Milan si sono incontrate ci sono state due vittorie a testa e lo scudetto nella stagione successiva è sempre andato alla squadra sconfitta. Sconfiggere i rossoneri è sempre come affondare la Graf Spee.
29/8/98: a Torino, per la Supercoppa di Lega: Juventus – Lazio: 1 a 2 con gol di Nedved, Del Piero (rig.) e Sergio Conceicao. Anche se il gol risolutore è arrivato a tempo scaduto poco c’è da recriminare sul risultato. I laziali sono apparsi più in palla e probabilmente anche più forti. Ed è ora, purtroppo, anche di cominciare a contare le (grandi) occasioni perdute, dopo le tre finali europeee (’95 Coppa Uefa: contro il Parma; ’97 Coppa del Campioni: contro il Borussia Dtm.; ’98 Coppa dei Campioni: contro quel Real Madrid che proprio ieri perdeva la sua Supercoppa (però Uefa, e non di Lega) contro il Chelsea di Vialli).
10/9/98: a Ravenna, per la C.It., contro i padroni di casa: 2 a 0 con gol di Di Livio e di Fonseca.
Domenica inizia il sessantesettesimo campionato a girone unico. Che sarà ferocissimo, velenosissimo, un Far West.
13/9/98: 1^ a Perugia, vittoria per 4 a 3 con gol di Davids, Tudor, Pessotto, Nakata, Nakata, Fonseca, Bernardini (rig.). I gol al passivo si spiegano con l’assenza di Montero e con il fatto che l’ottimo Iuliano alla fine del primo tempo, quando il Perugia non aveva ancora segnato un gol, è uscito per infortunio. Si è infortunato, e ha dovuto lasciare il campo, anche Zidane.
Luci ed ombre sugli accampamenti nemici. Hanno vinto il Milan (sul Bologna, grazie a Bierhoff), la Fiorentina (sull’Empoli, con gol di Rui Costa e Batistuta) e la Roma (sulla Salernitana, gol di Paulo Sergio e di Totti). Hanno pareggiato il Parma, in casa con il Vicenza; la Lazio, a Piacenza (gol di Stankovic e di Simone Inzaghi, fratello minore di Pippo, a lui somigliantissimo); l’Inter a Cagliari dove grazie ai giovani Pirlo e a Ventola, subentrati all’inizio del secondo tempo a Baggio e a Djorkaeff, sono riusciti a recuperare ben due gol di svantaggio. Il Bari, infine, ha battuto per uno a zero l’esordiente Venezia. L’eroe della domenica: Nicola Ventola che con due bei gol ha tratto fuori dalle peste Jurassik Simoni. Somiglia a Vieri, e non solo fisicamente.
16/9/98: C.L.: a Torino contro i turchi del Galatasaray: 2 a 2 dopo novanta combattutissimi minuti. Juve rimaneggiata, indietro nella preparazione, senza Montero, Ferrara, Iuliano e Zidane, poi anche in dieci, per non dire in nove considerando il meschinello apporto che attualmente da alla manovra Del Piero, però che signora squadra, - col pluricampeòn Tafareu, col vecchio Hagi, con l’indiavolato Okan, con l’Hakan Sukur (quello che tre anni fa il Toro giudicò inadeguato ai suoi lignaggi) contorto, ferrigno e tagliente come una scimitarra - i turchi! I gol: di Inzaghi (che ha mandato in deliquio curve e scriba segnando em bicycleta, direbbe Brera, scimmiottando, da razzista qual’era, i brasiliani), pareggio del sudetto Hakan, vantaggio ottomano di Umit e provvidenziale pareggio, con una ben’assestata zuccata su calcio d’angolo, dell’umile Birindelli. Male Tudor, lento e legnoso; male Tacchinardi messo a fungere da difensore centrale, lui che si reputa ormai un grande del centrocampo. Abbiamo pareggiato combattendo, e combattendo avremmo anche potuto perdere. Questi musulmani hanno fatto felice il profeta, e faranno strada. Nel frattempo, visto che da due anni in qua la C.L. possono giocarla anche cani e porci, l’Inter incontrava i campioni in carica del Real Madrid. Squallida, vergognosa, indecorosa prestazione dei nerazzurri. Angoli, bolge, carambole, falli a cianchettare le caviglie degli attaccanti: s’è giocato sempre ad una sola porta. Due a zero i gol, quattro interisti ammoniti e uno espulso (nessuno e nessuno dei madridisti), dieci a uno i tiri in porta, ventidue a tre i tiri in totale e diciotto a zero i calci d’angolo. E quest’indecoroso catenaccione sotto gli occhi di quello stesso arbitro (lo scozzese Dallas) che non più di tre mesi fa arbitrò, ai mondiali di Francia, contro i padroni di casa l’oscena, tremebonda Italietta del giardiniere Maldini (che vergogna, che vergogna; e poi ci lamentiamo quando gli arbitri di tutto il mondo ci prendono in sinistra parte). Moratti è fuori dalla grazia di Dio. In effetti ha ragione. E’ capitato (più volte) che la Juve di Lippi abbia sbagliato partita (anche, perbacco, lo scorso mese di maggio contro lo stesso Real), ma mai che sia scesa in campo scientificamente votata alla resistenza armata, al non gioco, alla distruzione del concetto stesso di squadra. Simoni è solo cosa di allenare la Cremonese. Ho ammirato un’ala, il brasiliano Savio, che pareva Mumo Orsi e, complessivamente, goduto come un mandrillo.
20/9/98: 2^ a Torino contro il Cagliari, vittoria per un gol (a zero) segnato da Inzaghi. Juve resa tranquilla e tetragona dal rientro di Paolo Montero, accanto al quale Tudor ha giocato un partitone, così lavandosi delle colpe di mercoledì scorso. In questa Juve tuttavia Del Piero e Zidane sono ancora lontani da una condizione (psicologica il primo, fisica il secondo) accettabile. I cagliaritani sono tutti dei macellai, compreso il loro uomo migliore, dico di O’ Neill, regista di testa irlandese ma di piede uruguagio. Lazio e Parma continuano a non segnare, mentre continuano a farlo Milan e Fiorentina. L’Inter si è salvata (in casa con il Piacenza) per il rotto della cuffia, vincendo grazie ad un rigore scaturito da una svista dell’arbitro che così ha inteso punire un fallettino di Pirlo sul difensore piacentino Sacchetti (ha realizzato Ronaldo). L’eroe della domenica: mi par giusto segnalare Oliver Bierhoff che per la seconda domenica di fila ha realizzato gol determinanti, cosi ché i rossoneri del saggio Zaccheroni dopo due anni tornano a respirare aria di vertice, pur se in compagnia (di Juventus e di Fiorentina).
23/9/98 C.It.: a Torino (spalti deserti) contro il Ravenna. Vittoria per 4 a 0 con gol di Fonseca, Fonseca (belli), Zalayeta, Zalayeta (insignificanti). Condivido in pieno l’idea di Lippi di far giocare la Coppa Italia sempre alle riserve.
27/9/98 – 3^ di c.: Parma – Juventus: 1 a 0 con gol di Dino Baggio. Che, maledetto ritardato mentale, schifoso deficiente, l’abbiamo venduto per tredici miliardi ma sta costandoci quanto la guerra di Tripoli. Non esiste, non si vede, non dà segnali di sé, nelle partite non si sa dove sia o che cosa faccia. Ma resta il fatto che quando i nostri difensori hanno messo la museruola a tutti gli attaccanti, in un attimo viene lui a materializzarsi e, zac!, ogni volta ci colpisce facendoci molto male. Si vede proprio che il bastardo è cresciuto nel Toro. E poi scomparire giacché nessuno lo cerca, nessuno lo vuole, non serve più a nessuno. Va a riconservarsi, la carogna, per la prossima contro la Juve. E’ la quarta o la quinta volta che ci colpisce duro, anche una sconfitta in una finale Uefa gli dobbiamo! Fa rabbia anche perché far gol non è nemmeno il suo mestiere, e alle altre squadre né ne fa e né cerca di fargliene, ma a noi sì, a noi li fa, e i suoi striminziti golletti ci riescono sempre fatali. E mai riusciamo a pareggiarli. Oggi il suo gol ha schiodato il più ineluttabile degli zero a zero, in una partita fradicia e impura. Fradicia per la gran pioggia che s’è riversata giù durante tutta la partita, impura per questa definizione così sacrilega. Quarantacinque minuti a rincorrere con moltissima fatica quel gol malevolo e bastardo, una traversa di Tacchinardi, qualche intervento, pochi e nemmeno trascendentali, di Buffon, uno dei pochi spunti di Inzaghi (che s’è dannata l’anima scattando a vuoto cento volte) fermato dall’arbitro per un fuori gioco inesistente. Troppo forte la difesa del Parma, bloccata su Thuram e Cannavaro. E parimenti forte la retroguardia bianconera, adesso che è rientrato Montero (molto bene, puntualmente, Tudor e Birindelli). Zidane ha la bua al ginocchio e non ha giocato, Del Piero ha l’animuccia stracca e non ha combinato nulla, relegato o autoconfinatosi lì, all’ala sinistra. Inzaghi ha fatto quel che ha potuto ma era troppo solo e con il duo Cannavaro Thuram non si scherza. Sconfitta non allarmante, Lippi sta ben registrando intanto la difesa, il resto verrà col tempo. La Fiorentina ha umiliato, a Milano, con tre gol di Gabriel Batistuta i rossoneri, schizzando in cima alla classifica, ove siede da sola. L’Inter ha rimontato e vinto di misura ad Empoli (gol partita ancora di Ventola) facendo inferocire, per il non gioco e per la totale mancanza di coraggio tattico, il suo presidente Moratti, che ha criticato pubblicamente Simoni. Sbaglia: se il padrone non ha più fiducia in un suo dirigente gli da il benservito, non sta a criticarlo ogni volta pubblicamente, umiliandolo e facendogli perdere autorità (non parliamo, nel caso di Simoni, di autorevolezza). La Lazio ha ancora pareggiato con il Perugia, la Roma ha vinto facile contro il Venezia (due gol di Del Vecchio), l’Udinese continua a giocare bene, a vincere e a segnare molti gol, grazie soprattutto a Marcio Amoroso, capintesta, insieme al sopracitato Batistuta, nella classifica dei cannonieri. L’eroe della domenica: direbbesi proprio Gabriel Batistuta. Tre gol ad un Milan che sembrava essersi rimesso sulla buona strada costituiscono impresa mirabile, anche per la artistica confezione.
La Juve vende l’umile Dimas alla squadra turca del Fenerbahce, che il cosidetto bandolero stanco raggiungerà correndo come mai ha fatto in vita sua, il ragione del lautissimo ingaggio (2 miliardi netti all’anno per quattro anni). La Juve, opportunamente, riafferma Di Livio per altri due anni. Condivido ambedue le operazioni. Probabilmente venderà anche Fabio Pecchia. D’altronde se non giocasse Tacchinardi giocherebbe Blanchard, mica lui. Anche se, è onesto riconoscerlo, l’anno scorso le poche volte che apparì fece buone cose (risolutivo al massimo il gol di Empoli).
30/9/98 C.L. – a Trondheim contro il Rosemborg 1 a 1 con gol di Inzaghi e di Skammelsrud su rigore. Lo stesso Skammelsrud si è fatto parare un calcio di rigore da Rampulla a 8 minuti dalla fine. Juve bella, non buona. Sazia gli occhi ma non riempie lo stomaco. Me la configuro, la macchina da guerra, con la forma di un bel (levigato) triangolo isoscele che abbia per base la difesa (da Birindelli a Pessotto, passando la linea di base per il perno di centro Montero) il centrocampo più stretto e la punta nella punta (Rapinator Inzaghi, ché al momento c’è solo lui). Bianconeri a comandare il gioco per almeno un’ora, palla a terra, splendide geometrie, scambi puntuali. Zidane (tornato nel suo ruolo di play maker) crocevia di tutti gli armeggi. Forse un po’ troppo leziosa. Manca di ali, punge (cerca di pungere) con il solo Inzaghi. Si sente, ed impressiona talvolta, il rumore del turbo di Davids. Ma le finisce la benzina che non ha ancora raddoppiato. Per cui la musica cambia. I tori norvegesi vengono fuori e son dolori. Ci salva Michelangelo, con due strepitose parate su due micidialissimi tiri ravvicinati e come detto sopra sul rigore, quando probabilmente rimontare non sarebbe stato più possibile. Una sconfitta sarebbe risultata esiziale. Non basta graffiare, occorre mordere. Con i tempi che corrono pareggiare non basta più. Prendono la testa del girone i turchi del Galatasaray, vincitori sull’Athletic di Bilbao, e alla fine ne passerà una soltanto. L’Inter (giacché, com’è noto anche l’Inter fa la Coppa dei Campioni, adesso anche i cani e i porci fanno la Cappa dei Campioni) ha vinto sul Rapid di Vienna, a San Siro, grazie ad un gol trovato Dio solo sa come da Djorkaeff al novantaquattresimo, ché l’arbitro ha fischiato contemporaneamente il punto e la fine della partita. Moratti indignato dell’indecoroso spettacolo offerto da Simoni e dai giocatori per protesta non è sceso negli spogliatoi. Ho scritto che sbaglia, mi ripeto. Oggi vincere è difficile per chiunque (il Real s’è fatto battere dalla Spartak di Mosca e quindi raggiungere a quota tre dai nerazzurri). Cosa pretende? Suo padre, il vecchio Moratti, il suo primo campionato lo vinse dopo nove anni di vani tentativi e di soldi buttati via.
4/10/98 – 4^ di c.: Juventus Piacenza 1 a 0 gol di Pippo Inzaghi. Partita distinta (negativamente) da un numero inverosimile di conclusioni a rete. Tutte sprecate (meno una) quelle della Juventus (il solo Tudor ne ha consumate ben quattro), pressoché tutte parate da un miracoloso Rampulla quelle degli avversari. E menomale, e menomale e menomale. Giacché le nostre rivali quest’oggi han vinto tutte. Ha vinto anche il Milan pur se messo alle corde e agonisticamente ingiuriato per tutto il tempo dal Venezia: è Bierhoff che traccia il solco (al 1° minuto) ed è Lehmann che lo difende (per tutti gli altri novanta e passa). Vince anche la Fiorentina, con un gol allo spirare di Edmundo. Questa Fiorentina fa pensare. Quasi ermetici in difesa (tre soli gol nelle partite ufficiali sin qui giocate, dei quali un’autorete e uno su rigore), un bel e ben’assortito centrocampo, e, con Batistuta, Edmundo e Oliveira, tre punteros micidiali. L’eroe della domenica: A mio parere Bierhoff che con i suoi gol (tutti di testa, sempre di testa) sta mascherando le magagne dei rossoneri e dando a Zaccheroni (che è bravo) il tempo per abborracciare delle soluzioni. Non ci fossero lui e i suoi gol sarebbero tornati, sinistri, i tempi di Tabarez, Sacchi e Capello (beninteso, gli ultimi).
Sosta per consentire alla nazionale di Zoff di incontrare la squadra Svizzera per le eliminatorie del campionato d’Europa che si giocherà, se la memoria non mi tradisce, tra due anni in Inghilterra. Come nota di cronaca diciamo che la partita, che si è giocata ad Udine, è stata vinta dagli azzurri per due a zero, grazie a due gol di Del Piero. Che così è uscito da un digiuno che ha fatto versare ai nostri e microfonisti, dato che ora si piccano di saperne anche di psicanalisi, oceani di chiacchiere. Osanna dunque a Del Piero, campione ritrovato, campione morto e risorto. Campione autentico. Per favore, basta con le iperboli e le ipocrisie. A noi (che abbiamo buona memoria) per consolarci basta (e avanza) il ricordo di quel che egli seppe fare alle ore 15 e 50 minuti precisi del 26 aprile di quest’anno. Della nazionale francamente c’importa poco e niente. Seguivamo, appunto, ieri, piuttosto le orme di Patrik Muller, ventunenne longilineo di bionda barba del Servette (prossimo campione elvetico) che si spendeva, col numero nove sulle spalle, come trequartista di sinistra, che ha sottoscritto con la Juventus un contratto quinquennale. In effetti lo si è visto poco, giacché la modestia dei rossocrociati poco o nulla gli consentiva di fare. Solo un paio di abbozzi, nulla di più, ma pare essere di buone gambe.
Sempre approfittando della sosta diciamo qualcosa su questa faccenda del doping nel calcio che si sa come è cominciata (da quel disallineato di Zeman) e proprio non si sa come andrà a finire. Intanto è saltata la poltrona del presidente del Coni Pescante che se non è un miracolo poco ci manca, e molti altri tremano, compreso quel socialista del presidente della Federcalcio (mi riferisco all’avvocato Nizzola, uno che ogniqualvolta si alza dal cesso si deterge il sedere con la colla). Zeman quest’agosto gettò un sasso nella piccionaia, prendendosi del pazzo furioso da tutti. Invece i fatti stanno dimostrando esattamente il contrario. Zeman in effetti non parlò di droga nel senso comune del termine ma di sussidi farmacologici e citò il caso di quattro giocatori che nel giro di un paio d’anni hanno subìto trasformazioni morfologiche straordinarie. Citò i nomi di Vialli, Del Piero, Iuliano e Statuto. Non ho sott'occhio la figura di Statuto, ma per quel che riguarda i tre juventini è evidente, per chi ha occhi per vedere e onestà per giudicare, che ai loro esordi erano tre filiformi longilinei e ora sono diventati tutt’altra cosa, con un collo taurino, una cassa toracica pressoché doppia e delle masse muscolari alla Schwarzenegger. Non facciamo i moralisti. Il calcio non è sport per signorine (diceva Nereo Rocco) o per abatini (come diceva Gianni Brera), e poi la violenza, i ritmi, le pressioni, le partite sono tanti che non si può assolutamente prescindere dalla farmacopeca. Non dico che sia giusto, sicuramente non è così, sicuramente ciò alla lunga i giocatori li rovinerà. Ma non si può far finta di nulla ed insultare Zeman. La Juventus c’è dentro fino al collo, così come ogni altra squadra in Europa e probabilmente nel mondo. Il pallone dovrebbe essere sgonfiato un po’, se nò prima o poi esplode.
Terzo argomento la cosidetta Superlega, ovvero quel consorzio di grandi club europei che vogliono farsi un campionato tutto loro e dividersi fra di loro i cospicui guadagni che grazie alla pay-tv e a tutte queste nuove amenità glie ne deriverebbero. I club in questione sono dodici e sono (vediamo se mi ricordo): Juventus, Milan, Inter, Liverpool, Manchester utd., Bayer di Monaco, Borussia Dtm., Real Madrid, Barcellona, Ajax, Porto e Olympique Marsiglia. Ne sono favorevolissimo. Per più ragioni. Primo perché così si spezzerebbe quella tenaglia di demagogico populismo di matrice clerico-marxista che vuole che (tanto per fare degli esempi) che la Juventus, il Vicenza e tutte le altre sedici squadre abbiano a spartirsi i proventi della Federcalcio (che a sua volta li riceve dal Coni e dalle televisioni) in parti esattamente uguali, o l’altra grossa incongruenza che pretende che il Milan, quando va a giocare a Bari e gli riempie lo stadio come un uovo con due rossi, abbia a ricavarvi solo il 18% degli incassi. Un’altra ragione per la quale auspico questo torneo d’èlite è appunto perché sono èlitario e preferisco vedermela con il Manchester (e con il Bayer) piuttosto che (esemplifico) con il Piacenza e la Salernitana. Ritengo che questo campionato d’Europa debba contare non meno e sedici squadre e non più di diciotto e che, per colmarne la cifra, debba venire aperto, anno per anno, alle squadre che abbiano vinto i tornei provinciali (o, diciamo, nazionali). Per esempio: in Italia (escluse appunto le tre sopranominate) quest’anno vince la Fiorentina, ed ecco che l’anno a venire la Fiorentina lascia l’Italia e va in Europa, cioè viene assunta nell’empireo del calcio. Idem in Germania, in Inghilterra e via dicendo. Chi poi vi si comporta male ridiscende, l’anno successivo, magari a mezzo di play out, nel campionato nazionale. Anche così si fa l’unione europea. E poi sono certo che risulterà meno stressante giocare fra grandi che contro provinciali che, specie in Italia, rendono la vita durissima a chiunque.
La Juventus ha ceduto in prestito, all’Empoli, Zalayeta. Per capire di che stoffa è fatto, se è di seta, di lino o di canapa. Ha piedi morbidissimi, ma non solo i piedi, temo. Se non si dà una regolata farà la fine di Neffa. Giovanissimo talento paraguayano salito alla Juve già una diecina d’anni fa. Bravissimo, stupendo nelle partitelle fra compagni ma smarrito e inespressivo in quelle ufficiali. Lo mandarono alla Cremonese per fargli assaggiare il duro pane della provincia. Non capì niente e scomparve nel nulla. Casi del genere, se appena mi sforzo di ricordare, ce ne sono stati a diecine. I fallimenti più clamorosi: tali Borghi campione argentino di strabiliante bravura (Milan), tacchino freddo Bergkamp (Inter) e, anche se non fù tutta sua colpa, Michailicenko (Sampdoria).
18/10/98 – 5^ di c.: Vicenza Juventus: 1 a 1 con gol di Zauli e di Del Piero. Molto brevemente voglio dire che questa Juve gioca con troppo sussiego, come se godessero di tre gol di vantaggio. Zidane gioca divinamente ma non tirerebbe in porta nemmeno se lo scuoiassero. Poi nel particolare vorrei capire perché Lippi, che – glielo concedo - vorrebbe vincere sempre, questo pomeriggio, al quindicesimo della ripresa, sul risultato di uno a uno, abbia tolto Inzaghi per fare entrare Antonio Conte, e perché Zidane va dicendo in giro di rammaricarsi di non far gol. E’ dotato d’una notevolissima forza d’urto e di piedi con i quali, se lo volesse, potrebbe scrivere: perché non ci prova? Del Piero è per Inzaghi – mi pare – quello che Veltroni è per D’Alema. Il pallone gli lo passerebbe solo se (esso) fosse una boa colla miccia accesa. Dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici mi guardo io. Il gol: spunto e cross dalla sinistra di Zidane, ma è alto e scavalca porta e portiere. Inzaghi provvida torre s’avvita e come può lo ricaccia indietro dove uno smarcato Del Piero ha buon gioco a metterlo dentro con una bordata sotto la traversa.
Di significativo: la sconfitta del Milan a Cagliari dove il giovane portiere di riserva (non ricordo come si chiama) è ancora assurto ad eroe regionale. La partita che si è giocata all’Olimpico tra Roma e Fiorentina, che ho visto in televisione. Bella partita, con bei giocatori. A me continua a piacere Edmundo, tecnicamente superbo. Non m’importa che sia un animale, non faccio il moralista. Non m’importa di che colore sia il gatto purché prenda i topi, diceva il presidente Mao che di gatti se ne intendeva. E’ successo che i viola, in vantaggio grazie ad un gol di Batistuta segnato alla mezzora, sono stati acciuffati e raggiunti dai giallorossi a tempo scaduto. Grazie a due rapinose giocate del ragazzino Bartelt, entrato pochi minuti prima, che con due funamboliche azioni sulla destra la prima volta ha passato ad Alenichev e la seconda, subito dopo, a Totti. Altra partita di cartello (posticipo) è stata Inter Lazio. Dove i laziali hanno fatto scempio dei nerazzurri infliggendoli 5 gol (Ventola ha salvato l’onore della bandiera e la cistifellea del suo presidente segnando due reti nel finale). E dire che la Lazio era infarcita di riserve. Gli è, secondo me, che Simoni per compiacere al suo datore di lavoro, e non sentirlo più sbuffare, ha stravolto le abitudini tattiche del complesso e le sue consuete prudenti impostazioni. Troppo facile per una Lazio dove Mancini era in giornata di grazia (i gol: di Salas, di Mancini, di Nedved e due di Conceicao). Domenica si gioca Juventus Inter, dopo il mercoledì di coppe. Simoni sarà della partita? L’eroe della domenica: il giovane, biondo, efebico Bartelt. Ostinatamente ignorato da un presidente che s’ostina, o fa finta d’ostinarsi, a cercare la punta di gran nome (pare che di recente abbia rilanciato per Trezeguet, che – Dio mi perdoni – è più sterile di San Giuseppe, offrendo a s.a.r. il principe Alberto di Monaco la bazzecola di 44 miliardi) è stato messo dentro a dieci minuti dal termine, per disperazione. Il ragazzo ha capovolto il risultato offrendo al 89° e poi al 94° ad Alenichev e a Totti, su un piatto d’argento, i palloni di una prestigiosa vittoria.
21/10/98 C.L. – a Bilbao: Athletic B. Juventus: 0 a 0. Battaglia finita zero a zero con qualche patema d’animo e tre o quattro provvidenziali interventi di Peruzzi. La contemporanea vittoria del Rosenborg sul Galatasaray ci consentirebbe il passaggio alle eliminatorie dirette vincendo le prossime tre partite (o, date certe coincidenze, due su tre). La Juve ha giocato meglio nel secondo tempo, sfiorando anch’essa in due o tre occasioni il gol, quando Lippi, avvicendando Pessotto con il rientrante Iuliano, è riuscito in qualche modo a mettere la museruola all’avanzante pericolosissimo Exteberria. L’Inter ha battuto a Milano lo Spartak di Mosca è divide la vetta della classifica, con sei punti, con Real M. e lo stesso Spartak.
Il calciomercato chiude con il passaggio, per prestito annuo senza diritto di riscatto, del giovane talentuoso Morfeo dalla Fiorentina al Milan (questo Zaccheroni è uno che certamente ne capisce) e con i trasferimenti di Carmine Esposito dall’Empoli alla Fiorentina, della promettente mezz’ala Morrone dal Cosenza all’Empoli, del brillante centravanti De Napoli dal Vicenza (dove molto poco ha giocato, e sarebbe utile conoscerne i motivi) all’Empoli. Il Genoa che ha preso dalla Lazio il nasuto trentaduenne Rambaudi ha ceduto l’ex juventino Ametrano alla Salernitana. Pecchia è passato alla Sampdoria e l’interista Fresi alla Salernitana, da dove, osannato come il nuovo Baresi, tre anni fà fece la valigia per Milano. Il Perugia ha ingaggiato dal Colo Colo di Santiago del Cile il centrocampista brasiliano Emerson Pereira.
25/10/98 - 6^ di C.: Juventus Inter: 1 a 0 con gol di Del Piero che ha segnato riprendendo una respinta di resegone Pagliuca su suo calcio di rigore. "Nessun dubbio, una grande Juventus. Sono enormemente soddisfatto di questa prestazione e lo sarei anche se non avessimo vinto. Nel primo tempo siamo andati molto bene e quindi nella ripresa l’Inter non è riuscita a fare un solo tiro in porta e le occasioni da gol le abbiamo create tutte noi. Grande cuore, ci siamo anche quest’anno". Parole di Lippi davanti a taccuini e microfoni, nel dopo partita. Che riporto integralmente in quanto le condivido in pieno, eccezion fatta per il periodo dove dice che se non si fosse vinto si sarebbe sentito ugualmente soddisfatto. Noblesse oblige mister Lippi, giacché già nello scorso campionato, in occasione della partita d’andata che si giocò a San Siro il 4 gennaio, quando avvenne che i bianconeri annichilirono i rivali surclassandoli in lungo e in largo, sprecando gol a più non posso per finire poi sconfitti per un golletto a palla morta di Djorkaeff Ella disse la stessa cosa, dichiarando, magari a denti stretti, che, nonostante la sconfitta, dalla prestazione della squadra i giocatori avrebbero tratto confortanti auspici per il prosieguo del campionato (che poi difatti vincemmo). Quest’anno, amici cari, la soddisfazione di noi juventini non deve conoscere freni. Prestazione esaltante e soprattutto – scusatemi per la cupidigia -, come dicono i piemontesi, i tre punti in berta. E non sottacerò che il risultato rappresenta anche un atto di giustizia riguardo a quanto ebbimo a patire per le indegne gazzarre che stampa, microfonisti e tifoserie rivali inscenarono contro di noi e contro l’arbitro Ceccarini in occasione dell’incontro di ritorno. Ieri, come allora, l’Inter accerchiata, soverchiata, sballottata. Il 3-4-2-1 di Lippi sprigiona pressing da tutti i pori. Ronaldo e Ventola restano isolati anche perché Pirlo impiega mezz’ora abbondante per raccapezzarsi, braccato com’è da Deschamps. Tuttavia i campioni d’Italia non riescono a ricavare, ora come allora, dai loro martellanti arrembaggi il colpo che faccia piegare le gambe ai traballanti avversari. Ci provano Zidane, due volte e Iuliano in mischia. Poi ancora Inzaghi, una prima volta impegnando severamente l’estremo difensore e una seconda mettendo a lato di testa: Pagliuca vigila e provvede da par suo. L’Inter s’aggrappa al mestiere dei suoi pretoriani, trascurando completamente d’attaccare, confortata dalla espulsione di Zidane (quarto minuto del 2° tempo), allettata dal pareggio che si sta profilando. Il rigore della ditta Inzaghi - Del Piero ne brucia il colpevole attendismo. Neppure il rosso di Davids muta il corso della storia. Juve enorme, Inter piccola piccola: per certi versi questo 1 a 0 è più avvilente dei cinque gol incassati domenica scorsa dalla Lazio. La quale Lazio già oggi è rientrata precipitosamente nei ranghi non riuscendo ad andare oltre il pareggio interno contro il Vicenza. Anche se è da dire che mancava dei nomi migliori. Invece la sconfitta della Roma a San Siro sfugge ad ogni logica che non sia quella della jella (tre pali, più un braccio di Ziege non intercettato dalla terna arbitrale in occasione del 2 a 1), dello sperpero (un altro rigore sbagliato: a Empoli Di Biagio, ieri Totti) e delle consuete omissioni difensive. Zemaniana da cima a fondo, la Roma: per la spavalderia delle trame e il secolare patto stretto con il diavolo, vincere le partite perse (la Fiorentina, sabato scorso), perdere le partite vinte (Sampdoria, Milan). Già un pareggio sarebbe stato un premio esagerato per il Milan, figurarsi la vittoria. I tifosi giallorossi possono comunque confortarsi in grazia della lodevole costanza al gol del giovane Del Vecchio, che finora - e siamo appena alla sesta giornata - senza tirar rigori ne ha segnati cinque. Non vediamo invece in ragione di che cosa possa confortarsi l’ambizioso Parma. Avaro di slanci, avaro di gol. Il presidente Tanzi è stanco del non gioco di Malesani e domenica prossima al Tardini sale la Fiorentina capolista. La quale senza i cinque minuti di follia dell’Olimpico sarebbe capolista a punteggio pieno. Tanto per non cambiare decidono Batistuta e Edmundo, con una doppietta a testa (il secondo di Batigol è stato un capolavoro di precisione e di bravura, essendo egli riuscito a riprendere e a calciare in porta un pallone che stava quasi varcando la linea di fondo). Il Trap può così fregiarsi, oltre che della migliore difesa (4 reti subite), anche del migliore attacco (13 gol). Due parole a proposito di Zidane, descritto dai moralisti nostrani, dopo l’entrata a zompo su Paulo Sosa, come una sorta di Landrù. Ma prima dell’espulsione, avvenuta come si è detto al quarto minuto del secondo tempo, aveva sciorinato, con le sue gambe da fenicottero e la sua intelligenza al fosforo vivo, un repertorio impressionante per autorità, fantasia e potenza, non esimendosi neanche dal cercare, come aveva promesso che avrebbe fatto, il gol. La sua entrata in scivolata sul centrocampista portoghese (con tutta evidenza dovuta a raptus agonistico) e soprattutto i lazzi da morituro di questi (dal quale, a vedere come si contorceva, sembrava che caviglia e piede destro fossero volati via e atterrati, per le cure del prof. Marteens, direttamente a Lione, e che invece dopo la consueta spruzzatina di ghiaccio riprendeva a correre con rinnovata lena) ha stupito più che le consuete entrate assassine cui sono avvezzi i vari Couto, Fresi, West, Galante, Neqrouz, Crippa, Cannavaro e compagnia brutta (solo per citarne tre o quattro). Gli psicologi e gli studiosi del pelo uterino stanno chiedendosi, rivangando l’analogo episodio capitatogli ai mondiali, cosa gli succeda a Zidane, a siffatto campione, ogni tre o quattro mesi. Ne attendiamo atterriti il responso. Zinedine, nel tempo trascorso in campo, ha giocato benissimo, accendendo la luce per tutti. Molto bene hanno giocato, pure, il sontuoso Montero, il sagace Deschamps, il roccioso Tudor, l’eclettico Iuliano, l’arrembante Di Livio, il tosto Tacchinardi, l’ostinato Inzaghi. Del Piero ha lottato con tutte le sue forze ma ha di nuovo sbagliato un calcio di rigore (salvo, per fortuna, a ribadire dentro la respinta di resegone Pagliuca). Io che non sono Francesco De Gregori penso che i calci di rigore non debbano mai andare sprecati e che non sia un delitto cambiare rigorista, anche se – ricordo – i sommi Falcao, Maradona, Platini e Zico ne sbagliarono anche loro (l’unico al quale ne vidi tirar parecchi e che giammai ne sbagliò uno fu, per scrupolo e precisione di cronista, l’uruguayano Aguilera; il grande Bonin-bagonghi (parlo di Roberto Boninsegna che li tirava anche lui benissimo) uno – ahilui – ricordo che lo sbagliò).
Sarò breve, ci apprestiamo a chiudere. Sugli scudi l’argentino Ortega, in una Sampdoria che ha fatto strame dell’Empoli. Quando dribbla sembra un ballerino di tango. Samp e Empoli schieravano i numerosi rinforzi testé ingaggiati. Pecchia e il terzino sinistro franco ivoriano Lassissi hanno ben figurato fra i genovesi; i toscani hanno ingaggiato Zalayeta, De Napoli e il gioiellino (dicono) Morrone ma hanno mostrato solo il primo (che nell’occasione ha fatto veder poco). A proposito di punte. Continua a piacermi, anzi mi piace ogni volta di più lo svedese Kenneth Anderson che gioca nel Bologna. E mi spiace che la Juve, dopo averlo a lungo trattato, alla fine non lo abbia preso. E’ uno che, con la testa che ha (mi riferisco alla capacità di far gol in elevazione), sembra che abbia tre piedi. L’eroe della domenica: Didier Deschamps. E’ stato l’anima della squadra e non c’è stato disimpegno difensivo ch’egli e non abbia trasformato in trama d’attacco.
1/11/98 – 7 di c. Juventus Sampdoria: 2 a 0 con due gol di Inzaghi. Una stupefacente, graditissima, concomitanza di sconfitte delle rivali più immediatamente vicine o accreditate (eccezion fatta per il diavolo che pareggiava, Dio solo sa come, a tempo scaduto) porta oggi i bianconeri al vertice della classifica. Forse prima di quando fosse stato lecito supporre, nel caso che le avversarie avessero mantenuto tutte le promesse agostane. Ma questo è un dettaglio di scarsa rilevanza, molto poca rilevanza avendo i pronostici dell’estate. Di nuovo in testa dunque, di nuovo soli. Ancora primi. La Juve non ha il miglior attacco e non ha la migliore difesa però possiede qualcosa di più prezioso: l’equilibrio e l’arte di non sprecarsi. La Juve è come una donna intelligente che conosce i propri difetti e li maschera; percepisce le proprie virtù e le espone. Quattro anni di successi le hanno insegnato che ci sono molte strade che portano allo stesso obiettivo, il segreto è seguire il sentiero più adatto alle proprie forze. Sopra un sentiero che sa di poter percorrere. E che solo il Parma – io penso, io temo – alla lunga potrà attraversare. La partita di oggi è stata, come si suol dire, una pura formalità. Due gol di Inzaghi e vittoria senza affanni. Guardavamo con una certa attenzione ad Ortega, incuriositi da quel che di bello aveva combinato la settimana avanti contro il malcapitato Empoli. Ci pare che non abbia la statura del fuoriclasse: quando cresce il valore dell’avversario lui tende a sparire.
Più interessante dire delle altre. La Fiorentina è stata sconfitta, con un secco due a zero, a Parma (bum bum di Hernan Crespo). I gialloblù hanno una difesa ermetica e un centrocampo sontuoso. Se appena appena segnano vincono. L’Inter (sconfitta in casa dal Bari) invece scompare dai radar della decenza: terza sconfitta di fila in campionato, dopo Lazio e Juventus; terzo ko consecutivo con il Bari. Nove punti in meno rispetto ad un anno fa. I tifosi sul sentiero di guerra, Simoni sul filo del rasoio. Un disastro. Una pena. Del Milan invece, del cui risultato s’è accennato, è da commentare come, sempre a Piacenza, ventitré mesi fa la fatale rovesciata di Pasquale Luiso avesse messo fine al sogno di gloria di Oscar Washington Tabarez. E come ieri un gol in mischia di Maurizio Ganz, a tempo scaduto, abbia regalato ad Alberto Zaccheroni un immeritato pareggio. Sempre Piacenza il teatro, sempre il Milan l’attore. Era un disastro quella squadra, non è meglio questa. La differenza sta nel vento. Allora soffiava contrario. Oggi è quanto mai favorevole alle sorti del diavolo. Dai pali della Roma al palo dell’ex rossonero Stroppa. Dalla rocambolesca vittoria sui giallorossi a questo punto preso per la coda, oltre l’ultimo minuto. Domenica prossima rossoneri e nerazzurri si scanneranno nel derby. Ci toccherà tifare Inter, essendo in classifica più indietro. Una Lazio molle e svagata è stata sconfitta dalla Salernitana, già ultima e senza vittorie. Due settimane fa, il lunedì dopo la vittoria di San Siro, le azioni della Lazio s’impennarono dell’otto per cento. E’ da prevedersi, se in queste amene vicende borsistiche ci fosse un minimo di logica, che oggi la Consob abbia a sospenderle per eccesso di ribasso. Nel mare magno del centrocampo ha spadroneggiato il giovane Gattuso (che al salmone affumicato e al Glen Grant della brumosa Glasgow per sua e nostra fortuna ha preferito i succosi pomodori e le turgide mozzarelle che si gustano nella penisola del Cilento). Infine, molto brevemente, che l’Empoli (cui i neoacquisti Zalayeta, Morrone e Di Napoli han saputo dare una grande scossa) ha sconfitto il Perugia (assente Nakata) per 2 a 0 (i gol entrambi di De Napoli), e che il Vicenza, ritrovando il vecchio grande Otero (suoi i due gol), ha sconfitto per 2 a 1 il Cagliari. Il Bologna ha battuto il Venezia e la Roma ha distrutto, per 4 a 0, l’Udinese. L’eroe della domenica: Non Pippo Inzaghi, né suo fratello Simone. Nemmeno Crespo, e neanche la Bella Otero. Neanche Totti e neppure il giovane Gattuso. La palma, convinti, la diamo al giovane Gianluca Zambrotta, giacché è tutte le domeniche che si segnala quale elemento di grande valore e di sicuro avvenire. Ha solo ventun anni e a centrocampo è devastante. Quest’oggi ha segnato il primo dei tre gol con i quali il Bari ha castigato l’Inter.
4/11/98 C.L. a Torino Juventus Athetic di Bilbao: 1 a 1 con gol di Guerrero (stessa età di Del Piero, stesso ruolo e uguale prestigio di capitano e uomo immagine), fortunoso pareggio di Montero al 24’ del s.t. Julen Guerrero ha colpito la Juve come il suo coetaneo italiano non aveva saputo fare contro i suoi al 3’ di una partita che sarebbe subito diventata perversa. Del Piero nella sua occasione da gol si era liberato davanti a Imanol Etxeberria dopo una triangolazione precisa con Zidane e aveva calciato addosso al portiere in uscita. Guerrero invece ha tagliato in mezzo all’area, scegliendo il tempo giusto per ricevere la palla dall’altro Etxeberria in campo e con la punta del piede ha infilato Peruzzi, nel minuto di recupero del primo tempo. La Juve s’è calata nel dramma, per colpe proprie. Perché ancora una volta è parso che i bianconeri giocassero come se in Europa il gol arrivasse in virtù delle quattro finali consecutive e del brillio che ha contraddistinto l’era Lippi. Esempio supremo Zidane. Il francese toccava palloni con la grazia dei pittori rinascimentali davanti alla tela. Ma, nel concreto, il rendimento di Zizou è apparso impalpabile. Nell’arrembaggio alla ricerca del pareggio prima, e della vittoria poi, la squadra si è pericolosamente sbilanciata in avanti, sguarnendo oltremodo la difesa. E’ lì che Peruzzi ha salvato per tre o quattro volte, e anche rischiando i connotati, il risultato. A questo riguardo poi Lippi, negli spogliatoi, dirà "Sapevo di avere scelto uno schieramento un po’ sbilanciato ma non avevo alternative ed ero fiducioso sull’abilità di Peruzzi nel compiere miracoli". Prosit! Difesa e centrocampo sono sufficientemente solidi, lascia a desiderare la capacità di far gol, perdurando l’evanescenza di Del Piero (l’anno scorso di questi tempi aveva già segnato 9 volte). Insisto col rimpiangere il mancato acquisto del bolognese Kenneth Andersson.
8/11/98 – 8 di c. Udinese Juventus: 2 a 2 con gol di Zidane, Inzaghi, Bachini, Sosa. Le partite dovrebbero finire al novantesimo minuto. Fosse finita, questa, allora non solo l’avremmo vinta (il gol di Sosa, oltretutto viziato da fallo di mano, è del 93°) ma non avremmo perduto, per un brutto infortunio al ginocchio occorsogli al 94°, Del Piero. Nonostante le assenze di Montero Davids, Deschamps e di Pessotto (e volendo anche di Fonseca e di Amoruso) la Juve ha giocato abbastanza bene e la vittoria ci stava tutta; i gol dell’Udinese sono scaturiti da un calcio d’angolo sul quale il rientrante Ferrara, un po’ stranito dopo un’assenza lunga un anno, non faceva in tempo a raggiungere la posizione in area; e da un’azione sulla destra a fascia sguarnita, essendo già usciti sia Birindelli, per infortunio, che lo stesso Ferrara, perché a corto di fiato (ripeto che mancava il signor Montero, mica Pinco Palla). L’infortunio a Del Piero tutto sommato mi rammarica meno della mancata vittoria. Del Piero per quanto faccia non riesce a recuperare. Per cui vi è da augurarsi che i presumibili tre mesi di assenza ce lo riconsegnino doverosamente ricaricato e lucido e pronto per il girone di ritorno. Non è escluso, a questo punto, che la società rientri sul mercato per raccattare un attaccante che lo rimpiazzi. Stamani Tuttosport faceva il nome di Weah. Non lo credo, nè me lo auguro. Intanto perché è più nero del lucido per scarpe, poi perché ha un ingaggio da 5 miliardi netti a stagione, ben 32 anni e un contratto fino al 2002. Il Milan avendo acquistato Bierhoff ed avendo anche Kluivert (poi venduto al Barcellona dove sta segnando messe di gol) in effetti aveva cercato di darlo via, ma tutti gli hanno risposto "no, grazie!". I miei quattro lettori sanno come la penso, mi secca ripetermi. La Fiorentina, che ospitava l’inesperto Venezia, ne approfitta per riprendere la testa della classifica. Sta bene, fa parte del gioco. La Lazio si è imposta sull’Empoli con una fatica maggiore di quanto il 3 a 1 non dica; idem il Perugia sul Vicenza (Rapaic il braccio e Nakata la mente). Lo stesso la Sampdoria sulla Salernitana e il Cagliari sul Piacenza (dove ha ancora segnato Simone Inzaghi). Invece il veloce Bari e il forte Parma hanno impattato, così come, esprimendo un calcio effervescente e ricco di occasioni, il Bologna e la Roma. Si giocava anche il derby di Milano. Dove si è ancora confermato che quest’anno i rossoneri hanno un culo più largo d’una tazza da cesso. Giacché l’arbitro, il signor Tombolini, sicuramente per svista ha negato ai nerazzurri un rigore grande quanto una casa allorché Costacurta abbatteva in mezzo all’area Zamorano che lo aveva superato in dribbling; e dandone per sovrapprezzo uno ai rossoneri (quello che gli è valso il definitvo pareggio) allorché si è fatto bellamente uccellare, tra l’incredulità generale, da quel tuffatore di Ganz, il cui allenatore personale dev’essere – è da crederlo – Klaus Di Biasi. Basta, non sprechiamo altro inchiostro. L’eroe della domenica: il cagliaritano Roberto Muzzi. Che ieri ha segnato due dei tre gol (compreso quello che ha trasformato il due a due nel definitivo tre a due), gol molto belli. Da tempo gioca bene e segna con continuità.
Apprendiamo che l’infortunio di Del Piero è più grave del previsto e che per lui il campionato s’è chiuso ieri. Circolano voci pazzesche su chi possa essere chiamato a rimpiazzarlo. Si leggono nomi d’ogni genere, dall’ucraino Schevchenko (per il quale i neocapitalisti di Kiev chiedono la bazzecola di trenta milioni di dollari) al Marco Negri che in Scozia negli ultimi tre anni ha segnato qualcosa come centocinquanta reti (ma lì è assai facile farlo se si gioca nel Glasgow Rangers, vincolo sempre loro!). Il mercato si riaprirà il prossimo 4 gennaio e in atto sono acquistabili sono i calciatori senza contratto. Quindi solo merce scaduta. Circola anche il nome di Fabrizio Ravanelli, quale cavallo di ritorno. Il Rava quand’era con noi era un attaccabrighe che faceva gol, penso che ora, dopo le recenti (poco fortunate) peregrinazioni sul continente, sia solo un attaccabrighe e basta. Meglio che se ne rimanga a Marsiglia. Penso che la società prima della data di riapertura delle trattative non farà nulla e che molto sia da riferire, in merito alla scelta che farà e ai soldi che vorrà spendere, al fatto se potremo accedere alla fase finale della Champions L. o se, come appare probabile dopo questi quattro pareggi, ne usciremo fuori. Penso che comprare forte spendendo molto sia un grosso rischio giacché (mettiamo il caso che prendessero appunto Schevchenko) se riesce si creerebbe un insanabile dualismo con Pinturicchio, quando rientrerà. Si volesse invece spendere poco tanto varrebbe provare con Amoruso e Fonseca (meglio il primo del secondo) che non saranno grandi realizzatori (il secondo in vero un tempo lo fu) ma che sicuramente partecipano utilmente alla manovra e possono portar beneficio al Superpippo. Qualche buona carta la si potrà giocare con Zinedine Zidane. Che ha testa, fisico, gambe e piedi con cui – se se ne convince - può fare pure l’attaccante d’area.
Apprendiamo anche che Marcello Lippi si sarebbe impegnato non con Cragnotti bensì con Moratti (o meglio, si sarebbe sciolto dall’intesa con il laziale per convenire con l’interista). A parte il fatto che, al limite, io, al posto suo, avrei preferito la Lazio in quanto meglio attrezzata, mi sento di dire che i rischi maggiori li correrà proprio lui, Lippi. Può tornare utile l’esempio di Giovanni Trapattoni. Tredici anni alla Juventus: sei scudetti (secondo me pochi, ma questo è un altro discorso). Dodici anni altrove: un solo scudetto (con l’Inter nel 1989). La Juve conseguentemente s’è messa in parola con Carletto Ancelotti. Potrebbe funzionare, anche perché in giro non vedo di meglio. E poi alla Juve, dati l’organizzazione e la dirigenza che si ritrova e dati i giocatori che ha, l’allenatore potrebbe profittevolmente farlo persino il mio amico Coca Cola. Marcello Lippi è serio, intelligente e ha carisma, ma è da dimostrare che sia lui a far vincere i vari Peruzzi, Montero, Iuliano,. Ferrara, Deschamps, Di Livio, Zidane, Inzaghi e Del Piero, e non il contrario.
11/11/98 C.It.: Venezia Juventus: 2 a 2 con gol di Tuta e Fonseca (che, rispettivamente al 42° e al 44° del 2° tempo, appattano il risultato dell’andata), e, nei supplementari, di Luppi (rig.) e Ferrara. Passa la Juve al turno successivo, per la regola che i gol segnati in trasferta fanno la differenza. La Juve delle riserve (sempre in gambissima il vecchio Rampulla), stavolta anche un poco fortunata.
15/11/98 – 9 di c.: Roma Juventus: 0 a 2 con gol di Paulo Sergio e Candela realizzati alla fine dei due tempi. Il primo, al 45°, sulle conseguenze d’un calcio fermo che Totti destramente allungava a Paulo Sergio mentre la difesa della Juve s’apparecchiava ai consueti rituali fotometrici della barriera e trigonometrici della distanza. Il secondo, intorno al 88°, quasi sul finire, quando, con la difesa sbilanciata e con Montero fuori, Birindelli non ce la faceva a fermare un indiavolato Candelà (figuriamoci) che al termine d’una arrembante azione personale sulla sinistra batteva con violenza sotto la traversa. La Juve ha giocato bene, meglio della Roma; ha sprecato occasioni da gol grossissime (nel corso del primo tempo una con Davids che ancora grida vendetta, ignominiosamente buttata via a porta spalancata dopo che una folgorante azione condotta in velocità da Zidane e Inzaghi l’aveva portato, libero come una rondine, a due passi dalla porta; un’altra con lo stesso Inzaghi che, a un metro dalla linea fatale, sbilanciato, scalciava l’aria. Poi, nel corso della ripresa, sullo zero a uno, l’arbitro Braschi annullava un gol a Iuliano attaccandosi al fatto che Tudor nel far da torre s’era appoggiato sulle spalle di non so chi mentre poi a Fonseca capitava che un suo tiro franco andava a colpire l’incrocio dei pali). Tutto questo mentre e dopo che Montero veniva espulso per un pugno a Paulo Sergio che gli aveva dato una gomitata, e Davids usciva per strappo inguinale. I migliori: quell’assassino (per il gol divorato sullo zero a zero) di Davids, l’ottimo Tudor, Deschamps entrato nel secondo tempo, Tacchinardi, l’inesauribile Di Livio e Zidane che ha, pure, cercato qualche volta il gol, con i non citati che hanno fatto tutti il loro dovere. Roma vincitrice e vindice sugli scudi alla fine di una partita dal risultato ingiusto ("vittoria sgualdrina" l’ha pittorescamente definita Bettega), con il suo Zeman assurto al rango di angelo sterminatore.
Tutto ciò nel mentre che la Fiorentina veniva terminata a Piacenza (4 a 2 il risultato finale) e la Lazio a Venezia (2 a 0). Il Milan s’è opportunamente imprudentito e a Bari ha fatto lo zero a zero. L’Inter invece ha battuto la Sampdoria per 3 a 0. Ma è da sottolineare che i suoi primi due gol (quelli che hanno schiodato e consolidato il risultato) le sono venuti entrambi da calcio di rigore. Il primo dei quali causato da uno spostamento d’aria che ha …travolto non ricordo chi. Ha vinto anche il Parma, che grazie alla buona vena di Hernan Crespo (costui ha le buone maniere del suo antenato e omonimo Cortez) ha rifilato 4 gol (a uno) all’Udinese, che domenica scorsa ci rubò la vittoria. Adesso siamo tutti lì, ma i conti li faremo alla fine. L’eroe della domenica: Giovanni Stroppa che del Piacenza che ha sonoramente battuto la prim’in classifica è stato la mente, i polmoni e le gambe, e che come una possente puleggia ha fatto girare e ha trascinato ogni ingranaggio.
Mercoledì appannaggio della nazionale di Zoff giacché a Salerno si giocava Italia Spagna, che è finita 2 a 2. Come più volte ho sottolineato degli azzurri mi interessa ben poco per cui nulla dirò della partita. Ne tratto solo per segnalare il fatto che i due goi azzurri (di rapinosa bellezza) sono stati segnati da Superpippo lnzaghi.
22/11/98 – 10^ di c. Juventus Empoli: 0 a 0. La visione, in diretta, della partita mi faceva frequentemente venire in mente la guerra del Viet-Nam, con la squadra bianconera a raffigurare gli USA con la sua fanteria d'assalto, le sue superfortezze volanti, il suo lignaggio, i suoi infiniti mezzi. E i toscani i resistenti viet-cong che, scalzi, veloci, micìdiali, li sconfissero umiliandoli al cospetto dei mondo intero. Gli USA persero, e non pareggiarono, perché anziché un Peruzzi avevano il dottor Kissinger. Però così è andata, e dobbiamo rendere un grosso grazie al nostro superportiere (e agli impacci terminali di Arturo Di Napoli) se non siamo andati a fondo. Anche perché non c'è stata squadra, in specie quest'anno, che non abbia saputo tirarsi d'impaccio a tempo scaduto, raddrizzando con un pareggio una sconfitta ineluttabile o, ancora meglio, dando le ali della vittoria a un cattivo pareggio, se non, addirittura, ad una inesorabile sconfitta (cfr. Roma Fiorentina). Tranne che noi, perdio! A noi al massimo ci raggiungono (cfr. la partita di Udine di due settimane fa o quella contro il Napoli dello scorso campionato) privandoci della meritata vittorìa. Contro gli Empolesi la squadra ha giocato abbastanza male, specie nel secondo tempo, quando i portatori di palla si intestardivano a buttar la palla nel mucchio, riuscendo a centrare ogni volta, con una mira degna di Guglielmo Teli, il granitico capoccione di Daniele Baldini, che spazzava via senza pietà e, occorre dirlo, senza eccessivi affanni. A beneficio dei sopradetto Arturo Di Napoli, mobile e pericoloso, ma - fortunatamente sprecone. Occorre dire pure, per dovere di cronaca, che ai bianconeri mancavano Montero in difesa, Davids a centrocampo e Dei Piero in attacco. Un'altra piccola notarella a margine. Il neo empolese Zalayeta a causa della sua desolante lentezza ha perso il posto anche lì. Ieri il mister Sandreani, forse confidando nel goi dell'ex, l'ha fatto entrare a dieci minuti dalla fine. Per farci vedere come luliano (non Djalma Santos, e nemmeno Montero) lo anticipasse giocando con una gamba sola. Costui, dico il negro, ha solo 19 anni e corre come correrebbe oggi, se ancora giocasse, Mariolino Corso (i miei coetanei ricorderanno). Il Milan ha battuto la Lazio con un gol segnato da Leonardo al 93' (e dalli!), però mentiremmo se dicessimo che non abbia meritato. La Fiorentina ha battuto (con una certa facilità) l'Inter per 3 a 1 e torna sola in testa alla classifica, con 3 punti di vantaggio su Juve, Roma e Milan. I giallorossi di Zeman hanno pareggiato con il forte Bari di Fascetti grazie ad un rigore regalato loro a pochi minuti dal termine per un fallo di Neqrouz su Totti (Pupone ha poi candidamente ammesso di non essere stato nemmeno sfiorato e di essersi buttato per buggerare l'arbitro). Il Parma (ahiloro!) ha perduto per 1 a 0 al Sant'Elia di Cagliari (mancava Muzzi, ha risolto Kallon). I cronisti, per una volta concordi, parlano di un O'Neill superlativo; non stento a crederlo avendone già ammirato nerbo e classe). Poco il resto: pari tra Bologna e Perugia (dei rossoblù ha segnato di nuovo Jonathan Binotto, che credo che di fatto appartenga alla Juventus), pari tra Sampdoria e Vicenza (con lo scellerato Ortega che ha s'è fatto parare un rigore). Vittorie di misura di Salernitana e Udinese su Venezia e Piacenza. L'eroe della domenica: Sono un fervente ammiratore delle virtù calcistiche (la sua tecnica è sopraffina e le sue sortite micidiali) e umane (lo chiamano "l'animale" ma io invece vedo che con un certo trasporto partecipa alle fatiche e alle gioie dei compagni) di Edmundo. Che oggi, giocando com'è solito fare o un po' meno di come è solito fare - ha pugnalato mortalmente l'Inter.
Mercoledì, dopodomani, dovrebbe giocarsi ad lstanbul Galatasaray Juventus. Partita difficilissima per tre ragioni: 1^ per la notevole forza dei complesso turco (che guida il girone e ci precede il classifica di tre punti e che a Torino, nella partita d'andata, per poco non ci batté), 2^ perché se la Juve non vince, il pareggio non bastandole, va ineluttabilmente fuori (e la Juve in questo periodo, anche per le rilevanti assenze che l'hanno percossa, sta attraversando un momento di forte debolezza), 3^ per la crisi politica che è scoppiata tra la Turchia e l'Italia per il ricovero che il governo italiano ha dato al leader curdo Ocalan (da loro ricercato e condannato a morte perché comunista e separatista). In Turchia è attualmente in corso una belluina campagna contro tutto ciò che è italiano (il made in ltaly viene furiosamente bruciato su tutte le pubbliche piazze e le ceneri calpestate con ferratissimi piedi; le manifestazioni di piazza contro Roma hanno raggiunto e si mantengono su livelli di forsennata violenza; le trasmissioni della RAI e di Mediaset sono state oscurate e il popolo ne è felice). C'è il rischio, data la posta in palio e data la furibonda campagna di odio anti italiano fomentato dal governo di Ankara, di venire linciati, o, al meglio, di venire subissati di gol.
Tradizionalmente, nella tarda mattinata di tutte le domeniche va in onda, su una delle reti beriusconiane, la cosidetta "Guida al Campionato", una trasmissione di collegamenti, confronti, parodie, strambotti ed amenità varie che, a dire il vero, quest'anno, con la sostituzione del becero Mosca con il comico Gnocchi, ha acquistato, quando almeno vi interviene il sopracitato, verve, sapidità e un qualche po' di originalità. Senza tuttavia, con ciò, mondarsi dei malanni originari. Che sono il sensazionalismo e l'abitudine tutta italiana di dare sempre tutto per definitivo. Nelle intenzioni degli autori darebbe sale alla trasmissione il tradizionale confronto che apre e chiude la trasmissione. Si tratta della proposizione di un tema dei tipo ("Chi di questi tre personaggi ...") il cui svolgimento viene demandato, tramite le consuete (fantomatiche) telefonate di cultura biscardiana, al popolo bue (sovrano, dice il predetto). Poi l'esito viene strombazzato, come se si trattasse di un giudizio divino, a chiusura di trasmissione. Risparmierò al lettore gli ulteriori dettagli giacché non potrei esimermi, di nuovo, dal bestemmiare, e Lippi, e Simone lnzaghi, e Mazzone per così poco hanno di recente dovuto raggiungere in anticipo gli spogliatoi, e da lì la tribuna. Il tema di oggi era "Chi di questi tre personaggi è stato il più grande?" e i tre in ballottaggio erano, nientedimeno, che Roberto Baggio, Michel Platini e Gianni Rivera. La prima robusta salva di bestemmie me la tirò fuori, immediatamente, il frammischiamento di Baggio con Platini e Rivera. Ho cinquant'anni, non ne ho (più) quindici!. Li ho seguiti e li visti giocare con i miei occhi tutti e tre, dall'esordio fino al ritiro dalle scene. Non rompetemi i santissimi. Calciatori di classe lunare furono, sì, Gianni Rivera (cui solo Zidane, in qualche modo si avvicina) e Michel Platini (la cui facilità di gioco e di goleare non ebbe, ai miei consumati occhi, l'eguale). Baggio è solo un avido (finto) buddhista e nei terreni di gioco un parassita. Si figuri il pio lettore gli stranguglioni e cosa poté uscirmi dalla bocca quando, a fine trasmissione, le trombe del giudizio annunziarono che dei tre, secondo la voce di Dio che aveva parlato con i telefoni di Stato, il più grande era risultato essere il buddhista-cacciatore. Ci sono almeno venti calciatori meritevoli della palma di "grandissimo", e sono (cito alla rinfusa): Peppino Meazza, don Alfredo Di Stefano, il colonnello Puskass, Juan Alberto Schiaffino detto il pepe, Valentino Mazzola, Giampiero Boniperti, Diego Armando Maradona, Paulo Roberto Falcao, Michel Platini, Zico, Gianni Rivera, Bobby Charlton, Josè Altafini, Johann Cruijff, Gerd Muller, Roberto Boninsegna, Roberto Bettega, Omar Sivori, Luisito Suarez, Aleksei Michailicenko, Gigi Riva, Lothar Mattheus, Gunnar Nordhal e, quando stava bene, Marcus Van Basten. Volendo, potrei aggiungerci anche Roberto Mancini, ma certo non Baggio, il cui grande talento pedatorio è irrimediabilmente deturpato da un temperamento arido e sparagnino all'eccesso che ha fatto sempre che nessun (serio allenatore: Lippi, Capello) lo volesse.
29/11/98 -1 1 ^ di c: Bologna Juventus 3 a 0 con gol di Paramatti, Signori e Fontolan. Il mitico Carletto Mazzone ha fatto anche del Bologna un complesso pressoché perfetto. La Juve, cui mancavano Montero, Deschamps, Davids, Del Piero e probabilmente anche la convinzione, non poteva non perdere. Non occorreva nemmeno che la stroncassero due gol nei primissimi minuti e che quel bastardo, quell'ex poliziotto tuttora taglieggiatore di Graziano Cesari da Genova, che ha arbitrato secondo il motto "In dubio - in latino si scrive con una sola b - pro Bononia", costantemente la soffocasse. Il Parma ha stracciato il Milan (4 a 0 con gol di Chiesa, due di Crespo e di Boghossian), e ora è prepotente secondo. La Fiorentina, molto prudentemente, se ne è stata sulle sue a Bari mettendo la sordina ai suoi attaccanti. Così ha potuto rimediare il cosidetto punticino trapattoniano. Mentre l'Inter - giornata nera oggi per me - ha battuto a San Siro la Salernitana con un gol d'un suo terzino segnato al 94°. La vittoria dei nerazzurri è un furto che grida vendetta, ma la sconfitta dei campani è giusta e sacrosanta. Al cospetto del cielo e sulla terra è giusto che perda quella squadra che letteralmente getta al vento cinque gol fatti! Il Perugia ha battuto il Vicenza con due gol del Nakata made in Japan, mentre l'Udinese ha prevalso di misura sul Piacenza (gol risolutore di Amoroso). Il derby capitolino dopo un andamento alquanto rocambolesco si è chiuso sul tre a tre (Del Vecchio, due volte Mancini, Nedved, Di Francesco e Totti) dopo che ai giallorossi sono stati annullati ben tre gol (l'ultimo dei quali, nel corso dell'arrembaggio finale, probabilmente del tutto valido). L'eroe della domenica: Milan Rapajc, unico e solo attaccante del Perugia. Ma gioca per quattro: fa tutto lui!
Oggi lunedì il presidente Moratti ha dato il benservito a Simoni. Il che era nell'aria. La vergogna di ieri domenica, a vedere il suo squadrone in balìa dei neopromossi salernitani, i migliori dei quali (Di Vaio, Guttuso, De Michele) costano quanto gli orecchini di Ronaldo e di Baggio e i fermatrecce di Taribo West, dev'essere stata troppo forte. In effetti Gigi Simoni si è dimostrato inadeguato al ruolo e, per quello che gli uscì di bocca dopo quel paio di episodi del trascorso campionato, deludente anche come uomo. Bonaventura Moratti ha chiamato, a tener caldo il posto a Marcello Lippi, il pluritrombato Lucescu (ma non è detto che non faccia meglio di Simoni; non sarebbe neanche troppo difficile).
21/12/98 C.L. Galatasaray - Juventus: 1 a 1 con goi di Amoruso e di Suat. Il gol di Suat, che rende ancora più remote le possibilità di un passaggio ai quarti, è stato segnato a tempo scaduto, al 93° minuto, secondo la trita regola (per citare il titolo di un film) che "tutte le ore feriscono e l'ultima uccide". Pareggio giusto, se è vero che nel primo tempo i bianconeri avrebbero potuto segnarne due e nella ripresa, forse, subirne altrettanti. Condizione necessaria per il passaggio al turno successivo è la vittoria, mercoledì prossimo a Torino, sul Rosenborg. Ma non sufficiente, giacché dovrebbe concomitare con una sconfitta dei turchi, che come complesso m'hanno di nuovo impressionato, sul campo dell'Atletico di Bilbao, vicenda non controllabile nemmeno da Moggi. I bianconeri hanno giocato con molto impegno e individualmente sono da citare, sopra gli altri, Montero, Deschamps, Conte e Zidane. Ma lnzaghi, lì davanti da solo non può far molto.
I gazzettieri oggi assicurano che a gennaio, alla riapertura dei trasferimenti, verrà alla Juve, per quarantacinque miliardi, il sampdoriano Montella. Non ci credo, lo escludo; e se avvenisse smetterei di scriver di calcio. Primo perché 45 miliardi la Juve non li spende per nessuno, e lo stesso presidente della Fiat, l'ing. Fresco, ne prende, ogni anno, solo due più i premi. Secondo perché Montella è molto bravo e al ritorno di Del Piero verrebbero fuori grossi problemi di coesistenza. Terzo perché Vincenzo Montella, che - ripeto- è bravo, è la fotocopia fisica e tecnica di Pippo lnzaghi. Né l'uno, per modo dì giocare e per sembianze, è distinguibile dall'altro. I direttori dei giornali dovrebbero considerarle queste facili cose, prima di sprecare credibilità, inchiostri e carta. La carta costa cara.
Fabio Capello, se gli dessero dieci miliardi l'anno per (almeno) tre anni allenerebbe persino la nazionale di polo dei Kashmir, o quella di bocce dell'Afghanistan. O anche, con l'ausilio del videotelefono, il Terranova Gela. Di questi tempi, finiti di contare i due miliardi e mezzo di fermo tecnico elargitigli dal povero Berlusconi, s'è offerto a Lazio, Juventus e Barcellona. Capello come il wagneriano Hagen. Spero che vada, se non proprio nel Kashmir o in Afghanistan, lontano dall'Italia.
6/12/98 – 12^ di c.: Juventus Lazio: 0 a 1, con gol di Salas a pochi minuti dalla fine. Tiri in porta sei dei bianconeri contro uno (quello fatale) dei laziali. Ritengo puerile, alla mia età, addebitare la sconfitta, e con essa questo deludente momento che ci vede a sette punti dalla capolista, alla sfortuna. Vedrò di effettuare un'analisi tecnica più meditata dopo la partita di dopodomani che deciderà, senz'appello, se la squadra dovrà rinunciare a proseguire in Champions League. Per mero dovere di cronaca segnaliamo che fra i pali ha esordito il ventenne Morgan De Santis, incolpevole (diversamente che Mark luliano) sul guizzo mortale (alla Gerd Muller) di Marcelo Salas (ci fu chi sghignazzò quando s'apprese che il bancarottiere Cragnotti aveva sborsato per averlo la bazzecola di 35 miliardi di lire). A fronte di una sconfitta che brucia non è agevole né elegante stilare graduatorie di merito ma ritengo giusto segnalare che assai bene hanno giocato Montero, la cui refrattarietà ad ogni sorta di condizionamento è pari solo alla perentorietà con la quale sbriga tutti gli incomodi pedatori, Deschamps e Conte. Dei laziali mi sono piaciuti sopra tutti Alessandro Nesta, che rientrava dall'infortunio che lo ha tenuto sei mesi fuori dai campi di gioco e ha ripreso con la grandissima bravura di sempre. Oggi ha neutralizzato un disperato Inzaghi, il quale ha cercato in mille modi di sfuggirgli. Quindi S. Conceicao, Stankovic e lvan De la Pena. L'Inter ha cambiato l'allenatore ma non la fortunata abitudine di risolvere le partite a tempo scaduto. Difatti solo un arrembante tiro dei terzino Silvestre, e non uno di Ronaldo, non uno di Baggio, non uno di Simeone, non uno di Zamorano, non uno di Moriero e neanche uno di Ventola, cosi che quando l'arbitro stava per trillare le fatidiche tre volte, ha potuto trasformare la consueta sconfitta nel solito pareggio. Se le loro partite fossero finite tutte al novantesimo i nerazzurri a quest'ora sarebbero a lottare per non retrocedere. Invece sono ottavi a pari punti con la Juve e sono contenti. Il Milan ha battuto l'Udinese per 3 a 0 con gol di Weah, di Leonardo (molto prolifico di gol quest'anno) e di Bierhoff. Partita facile in quanto il primo gol è arrivato, in contropiede, dopo soltanto un minuto di gioco. La Fiorentina in casa sua ha battuto di misura, e con grandissime paure e grandi parate del suo portiere Toldo, il forte Bologna (gol su tiro fermo di Batistuta), mentre la Roma, dopo un primo tempo stentato, ha sommerso di gol il Perugia. Perentoria, da grande squadra, infine, la vittoria dei Parma sul campo della Sampdoria. I due gol di Enrico Chiesa. Se Chiesa riprende a segnare con la regolarità di cui è capace, dopo che anche Crespo s'è messo a far gol anche lui, la squadra s'imporrà su ogni altra. Il suo centrocampo è sontuoso, la difesa pressoché insuperabile (solo cinque gol). L'eroe della domenica: non Nesta, non Toldo, non Chiesa, bensì, quest'oggi, un allenatore. Sven Goran Eriksson, detto culo di ghiaccio. Non merita la citazione per il risultato che la sua squadra ha conseguito sul campo dei campioni d'Italia quanto, piuttosto, per avere puntato, presso i bookmakers inglesi che la davano a quindici a uno, un milione sulla vittoria della Lazìo. Così, oltre che i tre punti, e il premio partita (di certo non indifferente), il buon Sven Goran s'è portati a casa anche ben quindici milioni.
9/12/98 C.L. - Juventus Rosenborg: 2 a 0 con gol di lnzaghi e di Amoruso. Chiudere fattivamente la pratica Rosenborg non è stato difficile, avendo, dopo pochi minuti dall'avvio, Montero pressoché cavato dal fondo dei sacco un gol fatto (che, se non, avrebbe avuto quasi certamente conseguenze nefaste) ed essendo riusciti, già alla mezz'ora, Inzaghi e Amoruso a mettere al sicuro il risultato. Il primo, alla sua maniera di rapinatore, intercettando al meglio un tiro ciccato di Amoruso a sua volta ispirato da Zidane, e lo stesso Amoruso controllando in maniera virtuosa e calciando in modo impeccabile uno splendido servizio a mezz'altezza, sempre di Zidane. Poi, per un'ora, avremmo potuto metterci a conversare amabilmente con vicini e convicini. Invece avevamo testa, orecchie e cuore a Bilbao dove i turchi dei Galatasaray ci contendevano l'accesso ai quarti, ostacolati in ciò, per puro debito d'onore, dai padroni di casa dell'Athletic. Data la situazione in classifica a noi poteva far aggio solo una vittoria dei baschi, mentre il risultato ad occhiali, che andavasi via via sempre più cristallizzando, nonostante quello che avessero fatto o non avessero fatto, contemporaneamente al Delle Alpi, Peruzzi, Montero, Deschamps, Conte, Zidane, Inzaghi, Amoruso e gli altri, avrebbe significato estromissione senza misericordia. Ha provveduto a fare giustizia, o a renderci grazia, il giovane e prode Julien Guerrero, oltretutto con un magnifico gol, a soli sette minuti dal termine. Dieci minuti d'inferno, da lì alla fine, con i turchi furenti a cercar di pareggiare, e che per poco, con Ocàn, a tempo scaduto non ci riuscivano. Dunque la Juve prosegue il suo cammino in Coppa e a marzo giocherà ancora (in atto non si sa contro chi: si sono qualificate Olimpiakos, Inter, Bayern, Dinamo di Kiev, Kaiserslautern e, quali migliori seconde, Real Madrid e Manchester Utd.; mercoledì 16/12 ci saranno i sorteggi. Sono state estromesse, fra le squadre di più alto lignaggio, Ajax e Barcellona).
Sempre a proposito di Champions League, vi è da dire che è stata riformata profondamente. Dal prossimo anno la giocheranno ben trentadue squadre (contro le attuali ventiquattro), e di queste trentadue ben quattro (adesso due) toccheranno all'Italia (le prime quattro classificate nel campionato indigeno, le prime tre di diritto e la quarta che il posto dovrà giocarselo in un preliminare). Queste trentadue squadre formeranno otto gironi di quattro squadre che si incroceranno in una sorte di girone all'italiana, con partite di andata e di ritorno. Passeranno le prime due di ogni girone, per cui ne resteranno sedici. Queste sedici formeranno quattro gironi di quattro squadre che, anche loro, giocheranno all'italiana come sopra. Passeranno le prime di ogni girone, e cioè quattro squadre. Che se la vedranno tra di loro in incontri di andata e di ritorno ad eliminazione diretta (semifinali). Le due vincenti si giocheranno la coppa nella classica finale unica. Cresceranno notevolmente, di conseguenza, il numero delle partite e l'impegno fisico. Escludendo le preliminari d'agosto (per poter entrare tra le trentadue che formeranno i primi otto gironi) le squadre che giungeranno alla finale giocheranno - se i miei conti sono esatti - quindici partite, contro le undici di adesso. Si è (da tempo) scatenata, a suon di miliardi, la lotta per l'accaparramento dei diritti televisivi, così come hanno fatto i francesi di Tele+ per il torneo italiano. E da poter vedere in chiaro resterà assai poco. Dovrò scegliere, probabilmente, per la visione diretta delle partite della mia squadra o l'uno o l'altro dei due tornei. Dovrò scegliere se vederla scontrarsi con il Real Madrid o con il Bologna, con il Manchester Utd. o con la Salernitana. Sarebbe preferibile il torneo d’eccellenza, ma lì le partite veramente sicure sono solo sei, giacché poi si può uscire di scena. Per cui le squadre, per reggere il business, dovranno rinforzarsi veramente. Perché il denaro crea potenza e la potenza a sua volta crea denaro.
Marcello Lippi ha pubblicamente, e di sua voce, confermato che a fine stagione lascerà la Juventus. Non ha detto dove andrà (né poteva dirlo) ma è probabile che abbia scelto l'Inter. Mi dispiace perché si tratta di un gran tecnico e di una persona seria, coerente e capace. Arrivò alla Juventus nel 1994 quando la Juve, che non vinceva nulla di serio da ben nove anni, decise di rifondarsi. Lippi è stato il perno di tale folgorante rifondazione. Lui e Ventrone; lui e la trimurti Giraudo, Moggi e Bettega, lui e, naturalmente, i giocatori. Ma soprattutto lui. Nell'arco di quattro anni ha fatto razzia di titoli e riportato la Juventus ai vertici dell'assoluto, come ben testimoniano, in Europa, le cinquantuno partite e le quattro finali consecutive. Permaloso e meticoloso, ha l'indiscusso merito di aver calibrato e orientato gli schemi in funzione delle caratteristiche della rosa. Sullo sfondo di un mercato sempre e comunque cangiante Lippi ha rappresentato la continuità operativa dei complesso, risvegliandone gli appetiti famelici, accentuandone gli istinti ruggenti. Da tifoso della Juventus e da suo convinto estimatore non sono nelle condizioni migliori per comprendere appieno le ragioni della sua scelta, giacché a mio vedere in Italia qualsivoglia società che non sia la Juventus rappresenta un declassamento. Eppure un motivo ci sarà. Può essere il fatto che da Moratti andrà a guadagnare il doppio dei soldi che gli ha dato o gli darebbe Agnelli, ma dovrà scontarli tutti perché a Milano troverà una squadra tutta da ricostruire. Può essere anche che il dado lo abbia tratto perché deluso (ed irritato) del mancato rafforzamento della squadra in uno scenario dove tutti lo facevano, o credevano di farlo, spendendo a piene mani. Se è veramente questo il motivo aveva le sue ragioni. Perché una lunga serie di infortuni, e la impossibilità di potersi avvalere di validi sostituti, ha flagellato la squadra e ne ha compromesso il percorso sia nel campionato italiano che in quello europeo (in quest'ultimo l'ipotesi estrema è stata scongiurata solo dalla prodezza di Julien Guerrero al San Mames, mercoledì scorso). E' un divorzio che farà male ad entrambe le parti. Ma la Juve è la Juve, sempre e nonostante tutto. E riprenderà a vincere. Vedremo se lui, altrove, saprà confermarsi.
13/12/98- 13^ di c. Fiorentina Juventus: 1 a 0 gol di Batistuta. La squadra ha dato l'anima, ma non disponendo di uomini realmente ed autonomamente capaci di far gol è stata sconfitta. La Fiorentina ha vinto giocando peggio. Ma dispone in attacco di due realizzatori di valore mondiale: Batistuta (che ha risolto la partita sfruttando da par suo l'unico errore della difesa bianconera) e Edmundo che più volte ha suscitato il panico tra i difensori bianconeri. Il migliore in campo è stato Edmundo, quindi Davids, Rui Costa, Zidane e Peruzzi. I bianconeri hanno subito il gol pochi minuti dopo l'espulsione (in vero eccessiva) di Montero. Non si può regalare ad una squadra che dispone di due attaccanti micidiali quali Batistuta ed Edmundo il migliore dei difensori! Eppure, anche così mutilata, la Juve ha retto bene, sterilità a parte. Le ragioni di questa crisi che ci attanaglia e ci leva punti d'oro (ora son dieci dalla Fiorentina capoclassifica) stanno nella inadeguatezza dell'organico, in specie in attacco. L'infortunio di Del Piero ha costretto l'esile ed isolato Inzaghi ad un gioco insostenibile. E nessuno, neanche Zidane - nel quale io avevo confidato per la bisogna – si è rivelato capace di cercare con convinzione e con un minimo di continuità il gol. La Juve ha chiuso l'esercizio scorso con il bilancio in attivo di 16,1 miliardi. Se anziché Tudor, Bianchard e Mirkovic avesse comprato lo svedese Anderson probabilmente non avrebbe potuto apparecchiare un bilancio in utile ma certamente avrebbe, adesso, più punti in classifica. Fa male perché un complesso che può giovarsi di campioni come Peruzzi (il miglior portiere della galassia), Montero (il miglior difensore del sistema solare), Ferrara e Iuliano (entrambi nazionali), Deschamps e Zidane (campioni dei mondo in carica), di Davids (mostruoso), di Del Piero e di Inzaghi non può morire di micragna.
Poche righe sul resto. Vittorie per uno a zero di Milan (a Vicenza) e dell'Inter (contro l'Udinese), grazie e delle prodezze, rispettivamente, di Weah e di Ronaldo, maledetti negri. Il Milan adesso è secondo e l'Inter ci ha distanziati. Pari (uno a uno) fra Parma e Roma. Bisteccone Galeazzì opinava che quando s'incontrano la squadra con la migliore difesa e quella con il miglior attacco il pari finale è d'obbligo. Emerita sciocchezza. E' fìnita uno a uno ma poteva finire in qualsiasi altro modo. E' stata una partita bellissima. L'eroe della domenica: Sinisa Mihailovic autore oggi di tre gol tre (e tutti e tre su punizione dal limite, il che rende la prodezza più meritoria anzi che no) in Lazío Sampdoria (risultato finale cinque a due, e i suoi gol - e anche da ciò discende la sua scelta di eroe della domenica - sono stati i primi tre).
20/12/98 – 14^ di c.: Juventus Salernitana 3 a 0 (tripletta di Inzaghi, che avrebbe potuto farne sei). "Quod dicebat versus erat", dicevano di Ovidio i suoi contemporanei. Così ieri pomeriggio avrebbesi potuto dire del nostro Superippo: "Quod faciebat gollis erat". Trombe spiegate dunque e peana alla Juventus, con lui sugli scudi proprio mentre qualche sconsiderato parla di una sua cessione. Filippo Inzaghi, detto Pippo, ha il gol nel sangue e nessuno dei nati in Italia ne ha mai fatti quanto lui (la sua media gol in campionato, vicina allo 0,52 per cento, ha dell’impressionante e se vi aggiungiamo quelli segnati nelle Coppe sale ancora di due-tre punti percentuale). Di sicuro l’assenza di Del Piero nuoce all’efficacia delle trame d’attacco della squadra e alla sue capacità realizzative, ritrovandosi, come puntualmente si ritrova, solo dentro aree gremite di arcigni difensori che possono sempre convergere solo su di lui. La sua astinenza da gol stava diventando tragica e il suo generoso prodigarsi, poco o punto supportato da quell’elegantone dal passo felpato che ne condivide il carico, un frenetico agitarsi. Il solo Inzaghi, nonostante la sua bravura, il suo impegno e il suo straordinario fiuto del gol, nei muniti recinti dei difensori avversari non può bastare (quel che avevo supposto di Zidane non si è rivelato realistico). Fino a quando non ritornerà a disporre di un Del Piero al meglio della forma occorrerà che la società gli affianchi un partner d’attacco capace non tanto di servirlo, quanto di levargli di torno, a ragion veduta, almeno un paio di difensori. E pare che dopo gli spaventi europei e le recenti sconfitte in campionato la Società intenda riaprire i cordoni della borsa e provvedervi. In quale modo diremo dopo, così come diremo di Zidane. Cui, com’era pensabile, è stato assegnato il Pallone d’oro.
Ritornando al campionato diremo che i viola sono stati raggiunti a Perugia al 94° dopo che avevano rimontato un gol dello strepitoso Rapaic e sprecato, con il formidabile Batistuta (14 gol finora in campionato, con i più vicini – inter quos Inzaghi e Crespo - a quota otto). Idem il Milan a Genova, raggiunto sul due a due dopo che con Weah e Bierhoff aveva sprecato una caterva di gol (alla ripresa del campionato, il prossimo 6 gennaio, la Juve dovrà andare a rendere visita ai rossoneri). L’Inter, contro una Roma debole in difesa per le assenze di Aldair e Zago e per la presenza di Petrucci, dopo essere andata in svantaggio e avere a lungo tremato (bravo, in tre o quattro occasioni, Pagliuca), con un finale tremendo ha capovolto, grazie ad una prodezza del cileno Zamorano (gol stupendo), le sorti dell’incontro, e negli ultimi due minuti, con Baggio e Zanetti (bellissimo pure il suo gol) dato immeritata enfasi al punteggio. Sempre tra le grandi, il Parma ha spezzato le reni all’Empoli e la Lazio all’Udinese. Tra le provinciali il Bologna ha battuto il Cagliari e il Piacenza il Bari. La regola dei tre punti a partita ha portato grossi benefici al calcio, inducendo tutti a cercare il risultato pieno. In altri tempi queste due partite (trattandosi di squadre di uguale valore) si sarebbero arenate su dei comodi zero a zero. Zero a zero invece tra Venezia e Vicenza, ma qui è solo questione di sterilità congenita. L’eroe della domenica: Pippo Inzaghi. Che sa mai la Juve si riprenderà, potrà a buon diritto dire "Tutto è cominciato con i miei tre gol alla Salernitata".
Di Zidane. Noi che siamo amanti dell’arte e della bella scrittura non possiamo non amare Zinedine Zidane. Queste pagine lo attestano inequivocabilmente. Non è soltanto per il suo modo impareggiabile di giostrare sul campo per dire che non c’è niente di più meritato del Pallone d’Oro che un raggiante Michel Platini (il suo Mèntore) gli ha consegnato lunedì scorso a Parigi. Non è soltanto per avere egli introdotto un tratto assolutamente singolare nell’estetica del dribbling: una tecnica magnifica da ammirare non come spettatori disinteressati ma dal punto di vista di tifosi ammalati di zidanite, con quel suo stare sempre in bilico tra palla irrimediabilmente perduta e palla ricalamitata al punto giusto nel momento giusto, un attentato permanente alle coronarie, una vera sofferenza come antipasto del vero godimento. Non è soltanto per la capacità di quel suo fisico da corazziere che, non lo si immaginerebbe, ma che gli consente di spendere al cielo e far ricadere in terra una serie di volteggi, virtuosismi e veroniche da "matador". Non è soltanto perché è bello d’aspetto, forte d’animo e generoso di cuore, e il sudore che gli scende dal viso limpido come acqua di rugiada. Non è soltanto perché è capace di distillare calcio con l’eleganza d’un signore d’altri tempi (penso a Gianni Rivera e per quanto mi sforzi non me ne vengono altri). Non è perché adesso che ha vinto il massimo trofeo continentale tutti lo cercano, e pubblicamente lo cercano anche i presidenti di Inter, di Milan e del Barcellona. E’ per tutte queste cose insieme che con lui stanno insieme e che lui sublima e mirabilmente esprime. Michel Platini, le Roi Michel, di lui ha detto: "Lui incarna il mio calcio: giocare e far giocare".
Della campagna di rafforzamento in corso (le liste di trasferimento si riapriranno il prossimo 4 gennaio, due giorni avanti della ripresa delle partite di campionato) non saremmo in grado che di riportare che talune voci non controllate. Si parla di Cristophe Dugarry, gollofago insigne ma generosissimo lottatore, buono ad aprire gli auspicati spazi ad Inzaghi. Ma non lo si può utilizzare in C.L. Si parla di Hakan Sukur, centravanti del Galatasaray, pericoloso e forte fisicamente e nel gioco di testa. Ma nemmeno lui può giocare in C.L., quindi è inutile prenderlo. Si parla di Rapaic, pericolosissima unipunta del Perugia. Anche se è piccolo pure lui potrebbe andar bene. Si parla di Vincenzo Montella. E’ molto forte, costa moltissimi soldi e, in più, è la fotocopia di Pippo Inzaghi. Non ne vale la pena. Si parla di un certo Vairelles del Lens, che non conosco. Non si parla, purtroppo, di quell’Andersson del Bologna che per le sue caratteristiche fisiche e tecniche io preferirei ad ogni altro (ma mi viene il sospetto che nemmeno lui possa giocare in C.L.). Insomma, non so. Tuttavia ho fiducia nella società. La quale comunque avrebbe preso dall’Udinese il centrocampista di fascia (destra) Jonathan Bachini e dal Bari il mediano Gian Luca Zambrotta. Due giovani assai promettenti, in ispecie il secondo. Di Livio e Conte andranno all’Atletico Madrid di Sacchi, ed giusto che così avvenga.
Un fermo tecnico, talune malaugurate conseguenze e la nostra ormai irreversibile incapacità a scrivere a mano ci costringono, ora che finalmente ci siamo potuti riappropriare del mezzo, a riassumere, a forza di memoria, un mese di avvenimenti e, soprattutto, vicende di enorme rilevanza che hanno investito la squadra che seguiamo sopra tutte.
Dovendo riassumere i fatti inerenti alle giornate quindicesima, sedicesima e diciassettesima del girone di andata e alla prima, seconda e terza del girone di ritorno, nonché ai due incontri col Bologna per i quarti di finale di Coppa Italia, e volendo essere brevi diremo che la Lazio (che in questo torno di tempo ha incontrato e inesorabilmente battuto – raggiungendo ad oggi le nove vittorie consecutive - nell’ordine, il Bologna, la capolista Fiorentina a Firenze, il forte Parma a Parma e Piacenza, Bari e Perugia) sta calando i suoi formidabili assi (Vieri, che da quando è rientrato segna ogni volta, il formidabile Salas, Almeyda, Mancini e Nesta) e deve ritenersi che si prenderà il piatto-scudetto. In atto i biancocelesti di Eriksson seguono i viola di Trapattoni di un solo punto. I fiorentini hanno delle fondate ragioni di preoccuparsi sia perché – secondo una inveterata abitudine trapattoniana –, a differenza dei laziali, sono incapaci a vincere fuori casa e sia perché, ieri, nell’incontro casalingo con il Milan (che nella contesa, da me vista, ha meritato più di loro) ha perduto, per un accidente ad un ginocchio, il prode Batistuta (capocannoniere con 18 reti e la mirabile media di quasi un gol a partita) del quale dovrà fare a meno forse per due mesi. Mentre i rossoneri di Zaccheroni, un po’ per virtù e un po’ per fortuna, piano piano si sono avvicinati anch’essi alla zona scudetto, ove occupano la terza posizione, ex aequo con il Parma (Fiorentina 42 punti, Lazio 41 punti, Milan e Parma 37, Inter 34). Il Parma, da parte sua, scontata la mazzata infertale fra le mura amiche dalla Lazio di Roberto Mancini (diciamo per l’occasione Mancini e non Vieri o Salas giacché teniamo a mente il suo formidabilissimo gol di tacco che alla sua personale grandezza secondo noi poco ha aggiunto, ma che di fatto risolse quell’incerta tenzone), ieri ha distrutto la derelitta Juventus con tre gol di un sontuoso Crespo, dando secondo noi ad intendere che saranno proprio loro a vedersela con la Lazio per la vittoria finale. Non con l’Inter cui Lucescu ha conferito rabbia e forza, che pur facendo a meno di Ronaldo, sempre alle prese con i suoi mille malanni, tra le mura amiche, per la questione dl tridente, distrugge tutti (neanche la Lazio, in coppa Italia, vi è scampata), salvo poi a ridiventare pavida e fragile nelle trasferte. Prima di trattare della Juventus diremo che la Sampdoria sta inesorabilmente precipitando, e tutti sono così frastornati che han cambiato due volte l’allenatore (Spalletti cacciato per far posto al giovane Platt il quale dopo sei domeniche è stato rispedito in Inghilterra e avvicendato dallo stesso Spalletti, poiché pare che nessuno dei tanti tecnici disoccupati abbia voluto rovinarsi la già compromessa credibilità cercando di raddrizzarne gli estri e gli eventi). Di converso pare che sia stato improvvisamente toccato dalla grazia (da Eupalla, avrebbe detto Brera) il Venezia, che grazie alla fantasia di Alvaro Recoba (in prestito dall’Inter) e ai gol di Filippo Maniero (in prestito dal Milan) a forza di vittorie e di un malaugurato pareggio (che loro e i baresi probabilmente, e giustamente, pagheranno carissimo, essendo più che sospetta l’ipotesi di "combine") sta risalendo a centroclassifica. Difficilissima e delicatissima si sta facendo invece la situazione della Roma, la cui fragilità difensiva (non si comprende come il presidente Sensi continui invece a comprar punte, l’ultimo in ordine di tempo è tale Fabio Junior) sta facendo godere tutti coloro che hanno in sviscerato odio Zeman (noi no, ma Biscardi sì, e ai livori biscardiani difficilmente si sopravvive).
Dunque la Juve. La Juventus, intesa nel senso più ampio del termine, è in caduta libera. Questi i risultati: a San Siro contro il Milan uno a uno con gol di Albertini su rigore e pareggio di Fonseca (dove i bianconeri hanno giocato, ed è stata probabilmente l’ultima volta, meglio dei rossoneri). Uno a uno anche contro il Bari a Torino (gol di Fonseca e di Andersson su rigore). Di nuovo uno a uno a Venezia, con gol di Pedone e di Fonseca. A Torino con il Perugia vittoria per due a uno con gol di Kaviedes (equadoregno, bel centravantino), pareggio di Fonseca e zuccata vincente di Zidane. A Cagliari sconfitta per uno a zero per un gol di Berretta dopo pochi minuti dall’inizio. Col Parma, al delle Alpi, come si è detto sonora sconfitta per quattro a due (ma ciò che ha impressionato di più è stata la fragilità psicofisica del complesso) con gol di Tacchinardi (una bomba da venti metri), di Crespo, di Chiesa, di Crespo, ancora di Crespo (di tacco, assai bello) e infine di Fonseca. Con, nel mezzo, l’eliminazione dalla coppa Italia ad opera del Bologna (uno a due a Torino con gol di Perrotta, Boselli e Ingelsson su rigore; e uno a zero a Bologna per un gol (bello ma inutile) di Davids). In classifica i bianconeri sono a 15 punti dalla prima (ma otto squadre la precedono) ed hanno un vantaggio di otto punti (e quattro squadre) sulle due quartultime. Questi i dati numerici.
Commentare, cercar di capire, spiegare è molto difficile. Vedremo di chiarirci (noi stessi) le idee esaminando i comportamenti dei giocatori, del tecnico e dei dirigenti. Riguardo al deludente rendimento della squadra si chiamano a giustificazione le lunghe assenze di Del Piero e di Inzaghi (cioè di coloro che l’anno passato realizzarono la bellezza di sessantaquattro gol), assenze senza dubbio ed effettivamente assai importanti. E anche ci si richiama, come sempre avviene in casi del genere, al logorio post mondiale di Zidane e Deschamps. Né si trascura di sottolineare la mancanza di valide alternative ai predetti e a chi altri si è dovuto più di frequente assentare (come per esempio Ferrara). Tutte le sopracitate sono ragioni risultano pertinenti e perfettamente valide a giustificare una non vincita (o per meglio dire una non rivincita) dello scudetto. Ma qui, adesso, non si tratta solo di questo, né noi siamo tra quelli che pensano che ogni anno si debba vincere per forza. Qui c’è che la squadra, demoralizzata, è crollata psicologicamente. E a questo non c’è spiegazione; non c’è spiegazione nel senso che quando accadono fatti del genere non ci si può fare niente. Non c’è psicologo che tenga, non ci sono galvanizzatori che possano servire. D’altronde è successo al Milan che negli ultimi tre anni non ha vinto un chiodo e ha cambiato invano, oltre che una pletora di giocatori, tre allenatori (Tabarez, Sacchi, Capello) e solo quest’anno, col quarto (Zaccheroni), sta rivedendo un po’ di luce (e bisogna anche dire che Berlusconi e Galliani per rinforzare la squadra hanno speso sempre molto di più di Agnelli e Giraudo).
Avendo la possibilità di seguire le partite in diretta televisiva noi vediamo che i giocatori in campo si impegnano, e danno tutto, e si mortificano, loro stessi per primi, e dei risultati negativi e delle critiche. Non bisognava drammatizzare; non muore nessuno se un anno non si vince. Invece Lippi e la dirigenza hanno drammatizzato. Hanno drammatizzato in ragione del divorzio (annunciato) quest’estate e del fatto che l’anno prossimo il tecnico passerà al più bieco dei concorrenti (cui vorrebbe portare in dote, dicono, Montero e Davids). Sotto un’apparenza tutta piemontesarda di savoir faire e salamelecchi, e al di là delle ripetute attestazioni che "tutto va ben, madama la marchesa" abbiamo ragione di credere che Lippi ce l’abbia con la dirigenza ritenendo di non essere stato adeguatamente difeso "dopo i tre scudetti vinti in quattro anni"; mentre il "dottore" (parlo del perfido Umberto Agnelli; l’avvocato, povero vecchio, ormai è solo un patetico sentimentale che non conta più niente) per esser lui passato al servizio del nemico (e probabilmente anche per essersi Lippi più volte lamentato della sua eccessiva avarizia in tema di campagna acquisti, implicitamente rivendicando così a sé i meriti dei molti successi) deve averlo preso in legittima antipatia (d’altronde questi sono i diritti di chi esce i soldi). I giocatori queste cose le capiscono, o, se non le capiscono, le "sentono", e anche questo può spiegare il disorientamento del quale si diceva. Dopo le quattro sberle da parte del Parma (casalinghe, e quindi sotto gli occhi dell’Umberto e signora) Lippi s’è fiondato in sala stampa e parola più parola meno ha detto: "I giocatori sono fragili e disorientati; se si ritiene che il problema sia io, mi dimetto". Vittorio Caissotti di Chiusano, presidente di facciata, dieci minuti più tardi (solo il tempo di telefonare all’azionista di controllo per prenderne gli ordini) pur dicendosene estremamente rammaricato senz’altro le accettava, scaricandolo di brutto, come se non avesse inteso che non solo non si trattava di dimissioni irrevocabili e che con la forma aperta (il "se" come nota dominante) Lippi sollecitava piuttosto, nel difficile frangente, un’ulteriore affermazione di fiducia da parte della dirigenza.
Non so se Agnelli ha fatto bene o no a recidere in tronco questo legame. E’ indubbio che Marcello Lippi è un tecnico di grande valore e una persona degna di stima, e che molto la società gli deve per i correnti fasti (ricordiamoci che nel 1994, quando vinse il suo primo scudetto, non se ne vincevano da ben nove anni) ma è anche vero che la squadra va male come è vero che non vincere il campionato e uscire dalla Champions League vuol dire, con i tempi che corrono, in termini finanziari, una perdita di non meno di sessanta miliardi. E questo all’amministratore preme più di quanto non possa importare al più bieco dei tifosi. Per compiutezza di cronaca diremo anche che la dirigenza (smentendo la sua taccagneria, o nonostante la sua taccagneria) gli aveva messo di recente a disposizione (date le contemporanee assenze di Del Piero e Inzaghi) Esnaider e Henry. Che non saranno dei fulmini di guerra ma non sono nemmeno gli ultimi arrivati (specialmente il francese, che ha ventun anni ed era concupito dal Real Madrid, dal Barcellona e dal Manchester utd.). A sostituire Lippi è stato chiamato Carletto Ancelotti ex grande mediano della Roma di Liedholm e del Milan di Sacchi, nonché, dicono, discepolo del pelato di Fusignano, evitando per fortuna il ricorso a soluzioni ponte (aborro Bigon, che disoccupato com’è, si sarebbe volentieri prestato). Ancelotti ha acquisito delle benemerenze nella Reggiana (promozione dalla B alla A) e, più di recente, nel Parma (secondo posto dietro ai bianconeri di Lippi). Ma la tifoseria più turbolenta e rumorosa lo detesta per i suoi trascorsi di "nemico" (si preoccupassero piuttosto, costoro, della illibatezza delle proprie figlie!). Il lettore sa che Ancelotti era in contratto per i prossimi due campionati e che seguiva con discrezione il complesso, quindi il suo arrivo è un fatto consequenziale. Non è del tutto assente il rischio che questo avventurato esordio in questo difficile frangente e con le isterie che tirano lo bruci (ricordiamo di nuovo il deludente Milan di due anni fa che nemmeno il taumaturgo Sacchi e il plurivittorioso Capello riuscirono minimamente a raddrizzare), tuttavia conveniamo con il buon Carletto che è sempre meglio allenare la Juventus piuttosto che il Galatasaray.
Qui necessariamente finisce, non solo senza un lieto fine ma proprio con un brutto finale, questa magnifica storia. La velocità dei tempi, che tutto travolge e polverizza, non consentirà a nessuno di poter capire come effettivamente siano andate le cose. Nel calcio la cronaca è fatta solo di (poco) presente e di (molto) futuro. Il passato non conta, il passato si fa polvere e sparisce, salvo a farsi storia, e monumenti, poche volte, solo molti anni più tardi.
9/2/99
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14/2/99 – 21^ di c. a Piacenza: 2 a 0 per la Juventus, con gol di Mirkovic e di Birindelli. Un brodino ad una convalescente, servitole da due (umili) portantini (nemmeno infermieri). Così almeno Ancelotti potrà cominciare a lavorare senza l’assillo di nuove polemiche. Noi abbiamo visto una squadra slegata ed impaurita da fare impressione.
Le vicende di contorno hanno visto la Fiorentina, priva delle punte titolari (Batistuta infortunato e Edmundo impunemente a Rio a godersi il carnevale), perdere a Udine dove solo le molte prodezze di Toldo le hanno consentito la consolazione (se così può dirsi) della sconfitta di misura (gol dell’argentino Sosa che segnò pure alla Juve). La Lazio conseguire un immeritato zero a zero a Cagliari (l’arbitro ha negato ai sardi un rigore grande quanto una casa per un fallo di Marchegiani su Muzzi) e così raggiungere i viola in testa alla classifica. Li segue, a due punti, il Milan che ha vinto in casa (al solito senza molto convincere) contro il Venezia (gol di Guglielminpietro, Ganz e Tuta). Il Parma non è andato oltre un deludente pareggio casalingo, per giunta conseguito in extremis, contro un Bologna supercatenacciaro (l’avevamo constatato di recente noi stessi con i nostri occhi di cosa può essere capace il trucido Mazzone quando si tratta di non prenderle); il deludente di poco sopra si riferisce al risultato, non alla prestazione; i gol di Kolivanov e di Stanic. L’Inter, forte in casa e debole in trasferta, giocando a Perugia ha puntualmente perduto (bei gol di Kaviedes e di Rapaic). La Roma del (nonostante tutto) confermato Zeman ha vinto contro la derelitta Sampdoria e la Salernitana dell’ottimo Rossi dal gioco arioso (un allenatore che mi convince sempre di più) ha fatto suoi i tre importantissimi punti in palio in quel di Empoli (risultato finale 2 a 3). L’eroe della domenica: Marco Di Vaio, centravanti dei salernitani ed autore dei tre gol.
Nota a margine: L’Atletico Madrid, dopo la quarta sconfitta consecutiva (l’ultima, ieri sera allo stadio Calderon contro il modesto Espanyol) ha sfiduciato Arrigo Sacchi. Mi è dispiaciuto, dato che l’Arrigo per quel che di veramente innovativo fece vedere alla guida di quel Milan fantascientifico e per le sue doti caratteriali di uomo educatissimo e moralmente integro, mi è simpatico. La crisi è innegabile, risultando la squadra settima ad undici punti dalla capolista Barcellona (più o meno nella stessa amara situazione della Juventus, mentre, contemporaneamente, il Real Madrid è alla sua sesta consecutiva e sta per dare il benservito al suo tecnico Hiddings e a far ponti d'oro all’esoso Capello anche se i vari Hierro, Sanchiz e Raul lo detestano). In Spagna per calciatori e allenatori vige la clausola della penale per le rescissioni anticipate dei contratti (una formula che per fortuna in Italia non si è ancora radicata, e che conta un solo caso, quello di Capello, che, avendolola imparata appunto in Spagna l’anno che allenò il Real Madrid, la impose, all’inizio del campionato scorso, al Milan e della quale lautamente ha fruito (e fruisce ancora) avendogli Galliani rescisso anticipatamente il contratto). Detta clausola, nel caso di Sacchi, ammontava a 900 milioni di pesetas (circa 10,5 miliardi di lire), cui l’Arrigo avrebbe avuto pieno e formale diritto in caso di licenziamento. Invece l'Arrigo, a quanto si legge, si sarebbe accontentato di un terzo di quella cifra.
21/2/99 – 22^ di c. a Torino contro il Vicenza: 2 a 0 con gol di Amoruso e Conte. Partita derelitta fra derelitti. Quattro tiri in porta a zero: Amoruso (gol) sull’azione di un calcio d’angolo mal tirato dalla destra; Conte (gol) con un facile colpo di testa su un imperioso spunto di Zidane sulla sinistra; Zidane forte da posizione molto defilata (difficile parata di Brivio) nel primo tempo. Nell’intero secondo tempo e a pochi minuti dalla fine solo un fiacco tiro di Davids. La paura di far brutta figura produce 90 minuti di non gioco. La fortuna di Ancelotti sta nell’avere potuto incontrare, in questi difficili frangenti iniziali, due squadre assai deboli. Domenica prossima (cioè sabato sera) si andrà a far visita all’Inter. Staremo a vedere.
Stasera la Lazio, dopo 25 anni, è in classifica prima da sola (e boom del titolo in borsa, più volte sospeso per eccesso di rialzo) grazie alla vittoria sull’Inter per un gol di Sergio Conceicao (ma il merito è tutto di Vieri: perentorio colpo di testa, difficile respinta di Pagliuca. Il bue che pure era finito per le terre riesce a recuperare il difficile pallone, che apparecchia sulla linea al compagno che infila facilmente). Maretta in casa nerazzurra con certuni (come West, Galante, Maniero e Ventola) che vorrebbero il ritorno di Simoni. Fiorentina Roma è finita zero a zero ma poteva finire in qualsiasi altro modo, non soltanto per i due pali per parte, quanto per le numerosissime occasioni sprecate, in ispecie nel secondo tempo, da ambedue le compagini (i viola sempre privi di Batigol). In seconda posizione, a due punti dai biancocelesti, ai viola si è affiancato il Milan (che ha superato per un’autorete il forte Cagliari che precedentemente più volte aveva sfiorato il gol), a loro volta seguiti dal Parma che con qualche fatica si è sbarazzato della Salernitana (bellissimo ci è parso, tecnicamente parlando, il gol di Di Vaio). E’ tornata finalmente alla vittoria la Sampdoria (3 a 2 in casa sul Piacenza, in un incontro-scontro alla "mors tua vita mea"). Continua a far punti il brillante Venezia di Novellino (2 a 1 sul Perugia), ormai quasi a metà classifica (gol di Recoba, Maniero e Rapaic). Vittoria per 4 a 0 dell’Udinese sul Bari (due gol del taurino Sosa che ha ben preso il posto di Bierhoff, uno di Amoroso che conferma sempre di più d’essere uno straordinario ed efficacissimo fantasista, e di Bertotto). L’Empoli che ha cambiato allenatore (il povero Corrado Orrico, che meritava una chanche migliore e che nulla potrà fare se non rovinarsi ancor di più la reputazione) ha perduto a Bologna. L’eroe della domenica: Alvaro "China" Recoba, non solo perché autore del primo gol e dell’assist a Maniero, ma perché con la sua presenza ha dato vitalità mordente fantasia e fiducia ad una squadra che l’impatto con la massima serie aveva intimorito e spento.
28/2/99 – 23^ di c. A San Siro contro l’Inter: 0 a 0. Saremo brevi. Ancelotti da buon fautore del "prima non prenderle" ha rappattumato innanzi tutto la retroguardia, che sta riacquistando una apprezzabile solidità (da quando ne ha preso il timone, la squadra non ha subito un gol e agli stessi nerazzurri, che sul loro terreno ne segnano caterve, solo una volta è stato consentito d’insidiare Peruzzi). I bianconeri invece hanno sprecato tre grosse occasioni, una con Zidane che da buona posizione ha ignobilmente ciccato, un’altra con Henry che dopo un bel dribblig liberatorio ha calciato ai curvaioli e, infine, una con l’appena rientrato Inzaghi che a tu per tu con un disperato Pagliuca, solo come una rondine, gli ha tirato addosso (e non parliamo del fallo da rigore commesso da Galante su Ferrara). La buona difesa dicevamo che c’è stata; il presidio del territorio anche. Soltanto la ricerca del gol m’è parso essere una sorta di optional, un qualcosa da ricercare solo se e quando sia possibile. Staremo a vedere cosa accadrà mercoledì prossimo nell’incontro di andata dei quarti di C.L. contro i greci dell’Olympiakos. I migliori: una felice sorpresa è stato Mirkovic, quindi il positivo Deschamps e Tudor (che sostituiva Montero, squalificato). Nel macht clou di Roma i giallorossi di Zeman hanno battuto i rossoneri di Zaccheroni più nettamente di quanto dica il risultato di uno a zero (gol di Paulo Sergio), raffrenandoli nella corsa allo scudetto. Per la quale la Lazio, avendo sconfitto con un po’ di fortuna a Vicenza i padroni di casa (2 a 1 per due involontarie ma determinanti deviazioni del pallone di Marco Aurelio che ciononostante a me è parso essere un gran bel difensore) ha guadagnato altre due (importanti) misure sulla Fiorentina (1 a 1 a Salerno, salvata da un gol dell’arrembante Torricelli segnato col ruvido piedone e col generoso cuore al 90°). Ai viola si è – giustamente – affiancato il Parma, che ha facilmente avuto ragione del Perugia (2 gol di Chiesa e 1 di Crespo). Le posizioni di vertice vedono la Lazio a 44 punti, Fiorentina e Parma a 42 e il Milan a 41. Il resto non conta. Secondo me lo scudetto sarà una questione tra laziali e parmigiani. Cinque gol del Piacenza al Bologna, il cui allenatore Mazzone dovrebbe essere deferito per avere contravvenuto alla regola che gli impone, a lui come a chiunque, di schierare sempre la squadra migliore. Preoccupandosi della partita di martedì prossimo contro i francesi del Lione ha fatto riposare metà dei titolari, falsando l’esito della partita e, probabilmente, anche il certame delle retrocessioni. Onore invece all’arbitro De Sanctis che ha avuto il coraggio di fischiare ben 4 rigori contro la stessa squadra (ma c’erano tutti). Hanno vinto di nuovo i Sampdoriani (Pecchia) e hanno vinto ancora i veneziani (Recoba). L’eroe della domenica: Pupone Totti, tornato in gran spolvero. Ispiratore di tutte le (numerose) trame d’attacco dei giallorossi e gran protagonista della partita. Non ha segnato, ma il gol di Paulo Sergio è tutto merito suo.
3/3/99: C.L.: Juventus – Olympiakos: 2 a 1 con gol di Inzaghi, Conte e Niniadis (su rigore al 95°). Maledetti questi greci, rognosissimi. Pur se deboli in difesa (quanti gol sprecati, vero signor Pallone d’oro?) e in attacco (con Peruzzi mai direttamente impegnato), ma potendo giovarsi di un gran bel centrocampo e di un vigore atletico non comune e in virtù degli errori di mira di cui sopra, hanno reso ai padroni di casa la vita difficile per tutti i novantacinque minuti che è durata la partita, fino a raccogliere il premio del gol (su rigore, a recupero di tempo scaduto da almeno un minuto) che ha avuto il potere di trasformare un due a zero sudato ma meritato in un due a uno che ad Atene, fra quindici giorni, occorrerà difendere all'estremo (e segnando, per dio!) se si vorrà accedere alle semifinali. Al di là dell’amarezza per le conseguenze dell’eccessivo fiscalismo dell’arbitro vi è da rappresentare che la difesa (pur se neanche questa volta è stata messa a dura prova) ha ancora ben tenuto (bene il tandem di centro Montero Iuliano) mentre cresce di partita in partita il numero delle occasioni da gol create (rispettivamente due contro il Piacenza, quattro contro il Vicenza, cinque o sei contro l’Inter, almeno dieci oggi), anche se la maggior parte di esse sono state sciaguratamente sprecate (bravissimo Inzaghi, e non soltanto per il gol). Contemporaneamente l’Inter perdeva per due gol a zero a Manchester (entrambi i gol di Yorke). Nell’assistere alla diretta e ricordando l’analoga contro il Real Madrid mi è venuto di confrontare, a parità di punteggio, il gioco di Lucescu con quello di Simoni. Non c’è paragone: l’Inter di Simoni era tatticamente invereconda, inguardabile.
7/3/99 – 24^ di c.: Sampdoria – Juventus: 1 a 2 con gol di Ortega, Amoruso e Inzaghi. I bianconeri, come ai tempi d’oro di Lippi, ribaltano il risultato e, come non si verificava da tempo immemorabile, segnano il gol della vittoria all’ultimissimo minuto. E così Ancelotti si aggiudica la quinta vittoria (su sei gare; si discosta il pari al Meazza). La squadra, pur priva di Zidane (squalificato) ha creato molte occasioni da gol (anche e soprattutto con Esnaider al quale tuttavia, per quanto il poveraccio s’industri, non ne va mai bene una) e ha subito il gol, come già contro i greci, su calcio piazzato, che a tutti, tranne che a me e a Deschamps, che – ho letto poi – avrebbe per ciò rimproverato – (mostrando con ciò a vedere di possedere il coraggio della franchezza, Rampulla), è parso imparabile. Esnaider ha giocato abbastanza bene (il limitativo discende dai troppi errori sotto misura) e Henry si è mosso con più disinvoltura che nelle volte precedenti. Tuttavia determinante ai fini dei due gol realizzati è risultato l’apporto di Amoruso entrato al quarto d’ora della ripresa. Nicola quattro minuti dopo essere entrato per sostituire Esnaider ha avuto la fortuna e la bravura di realizzare un gran bel gol (controllo di petto e in punta di piedi e su posizione defilata, d’un lancio alto di Davids, e staffilata sotto la traversa). E ancora in pieno recupero quando, domando un lancio di Conte, s’insinuava in area dove quasi dal fondo serviva ad Inzaghi il pallone della vittoria. Però in occasione del gol, nel suo scomposto esultare, il calabrese s’è messo ad inveire contro l’allenatore, dandogli, come inequivocabilmente testimoniano le labiali, del bastardo. Risulta disagevole criticare il macht-winner di una partita vinta in modo felice ma gente che si comporta in modo così incivile (così si comportava ai suoi tempi anche Fabrizio Ravanelli che, sia detto per inciso e a scopo meditativo, lasciata la Juve non ha più battuto chiodo) va messa all’indice. E se non si ravvede va venduta. Sempre riguardo alla partita di Genova ritengo doveroso segnalare la magnifica prestazione d’un Lassissi gigantesco, e pressoché insuperabile. Che addirittura m’è parso essere meglio anche di Thuram, il quale, mi sia consentito anche quest’altro inciso, da quand’è diventato campione del Mondo è diventato un po’ lezioso. Anche il centrocampista Doriva (della specie dei brasiliani biondi) m’è parso buono. Brevemente: difficile ed importante vittoria della Fiorentina (priva di Batistuta e di Edmundo) sul Parma, che ne esce moralmente ridimensionato. Ancora tre punti a quel sempiterno Milan che vince ma non convince (decima vittoria su dodici con minimo scarto, e non parliamo delle mille altre magagne che affiorano come fughi dopo un temporale) e nuova indecorosa prestazione con sconfitta dell’Inter sul campo del Bari (così la Juve ha scavalcato i nerazzurri, e domenica prossima si spera di battere, e di scavalcare, anche quell’Udinese che ancora ci precede e che oggi ha preso i tre punti con poco onore e con due rigori, uno dei quali fasullo, i giallorossi di Zeman). La Lazio, infine, ha subissato di gol i malcapitati Salernitani che tuttavia erano andati in vantaggio sfiorando il raddoppio. Al riguardo è da segnalare il (promesso) trasferimento di Marco Di Vaio dagli amaranto al Parma. Che spero così si invoglino a vendere alla Juve Hernan Crespo. L’eroe della domenica: Pippo Inzaghi. Che rientrato dopo una lunga assenza è ritornato – subito, immediatamente - ad essere quel micidiale rapinatore di gol che conoscevamo. La squadra che se ne giova e i suoi tifosi sanno che con lui la rete può arrivare in qualsiasi momento e in qualsiasi situazione.
13/3/99 – 25^ di c.: a Torino contro l’Udinese. Fummo facili profeti: vittoria per 2 a 1 con gol risolutivo di Superpippo Inzaghi (gli altri gol: di Fonseca, che ha esultato in maniera proba, e di Roberto Carlos Sosa, che m’è parso uno tosto e difficile da imbavagliare). Detta così sembra nulla, ma è stata una partita difficilissima, che i bianconeri hanno vinto lottando alla morte (si ricordi che mancavano anche di Montero, che all’inizio del 2° tempo Zidane è uscito perché si è distorta una caviglia <annata da dimenticare, e non soltanto per questo>, che dopo ancora qualche minuto la squadra è rimasta in dieci per la espulsione di Rampulla per una parata fuori dall’area, e che le zebrette di Guidolin quest’anno formano un complesso di prim’ordine, che non per nulla ci sopravanzava in classifica). Adesso comunque non più; il sorpasso s’è fatto. La Juventus, nona in classifica dopo la batosta casalinga contro il Parma, adesso è quinta, lontana 7 punti (pochi?, troppi?) dalla quarta (in atto proprio il Parma). Secondo il mio parere 7 punti son troppi, se una delle quattro in zona C.L. non cede (il Milan?, lo stesso Parma?). A proposito di Milan e di Parma, che giocavano anch’esse di sabato. Rispettivamente contro l’Inter (che mercoledì dovrà vedersela, per la C.L., con il Manchester) e contro il Bari (giacché i gialloblù dovranno "ritornare" contro il francesi di Bordeaux). Il derby milanese è finito 2 a 2 e non poteva finire diversamente, scarse come sono ambedue. In effetti poteva finire anche 6 a 6, se i loro, diciamo così, cannonieri non avessero avuto le polveri bagnate (vero Ventola?). E’ riapparso in campo, dopo tempo immemorabile, l’ectoplasma Ronaldo, che poi è uscito. Però è riuscito a dar fiato a chi nutre forti dubbi sulle sue effettive possibilità di recupero (dalle curve i tifosi milanisti lo sghignazzavano ululandogli epilettico epilettico; e devesi ritenere che questo tipo d’insulto, a causa di ciò che gli successe la sera della finale di Parigi, se lo porterà dietro, con ragione e a torto, fino a che vivrà). Riguardo invece alla partita giocata al Tardini devo dire che m’aveva dato molta speranza il vantaggio del Bari (una sconfitta dei gialloblu riduceva le distanza tra la quarta e la quinta (la Juventus) a soli 4 punti. Invece ci ha pensato, e ha provveduto, Juan Sebastian Veron, prima segnando di suo e poi mettendo Crespo in comodo per farlo. Il quarto anticipo era Roma Bologna, che ha visto –con mia letizia- il franco successo dei giallorossi di Zeman (con doppietta di Del Vecchio e con un Totti sempre magnificamente in palla). Non amo né la Roma né i romanisti tuttavia ritengo che quello che sta sopportando Zeman da parte della telestampa del nord e di Biscardi sia solo insopportabile, incivile e indecente. Oggi domenica si sono giocate le altre partite, i cui esiti non sono risultati indifferenti ai fini della classifica e dei piazzamenti da ciascuna sperati. Il Venezia ha rifilato 4 gol (a 1) a una spenta Fiorentina (3 gol di "chino" Recoba, che nonostante sia piccolo e grassoccio molti tifosi interisti vorrebbero l’anno prossimo titolare a Milano, magari al posto di Ronaldo). Due gol (a zero) della Salernitana alla Sampdoria e due gol anche del Piacenza al Cagliari e del Vicenza al Perugia, mentre inaspettatamente la capolista Lazio, sulla cui vittoria i bookmakers non accettavano più scommesse, non andava oltre lo zero a zero sul campo del derelitto Empoli. Le due classifiche vedono (in quella alta) la Lazio a 51 punti, e a 47 Fiorentina, Milan e Parma (la Juve, a 40 punti, aspira, come detto, ad entrare tra i primi 4); in quella bassa si vedono: Piacenza (25 p.), Sampdoria, Vicenza e Salernitana (23 p.) e l’Empoli fanalino di coda (16 p.). L’eroe della domenica: un calciatore che a me piace moltissimo e sempre di più. Si tratta di Johann Sebastian Veron, del quale sconfinatamente ammiro l’eleganza, la forza e l’intelligenza. Che oggi, come ho appena detto, ha dato forza e ridato vita ad un Parma che una sconfitta avrebbe del tutto tagliato fuori dal giro scudetto (e dal giro Champions League).
17/3/99 ad Atene (C.L.) contro l’Olympiakos: 1 a 1 con gol di Gogic (12’ min.) e di Conte (84’ min.). E’ finita bene ma si è trattato di una modesta partita giocata da due povere squadre, nessuna delle quali meritevole della semifinale (venerdì i sorteggi infra Juventus, Manchester utd. (che ha eliminato l’Inter), Dinamo di Kiev (sul Real Madrid) e Bayern di Monaco (sui tedeschi del Kaiserslautern).
19/3/99 - sorteggi: Juventus – Manchester / Dinamo di Kiev - Bayern di Monaco. Istintivamente, e per quel che mi è stato dato di capire, il Manchester rappresenta il male minore, ma fra le quattro la Juve è complessivamente la meno attrezzata (incontri il 7/4 e 21/4).
21/3/99 - 26^ di c.: Juventus Roma 1 a 1 con gol di Del Vecchio e di Iuliano. Nel corso del primo tempo, considerando lo stanco andamento della (si fa per dire) contesa riflettevo che in genere in un ospedale vi si vede più vitalità che su quel soleggiato terreno e, nel contempo, per il dispetto, meditavo su quanto immeritata apparisse, nei riguardi di Ancelotti, la definizione di "allievo di Sacchi". Nel corso dei primi 45 minuti non si sono contate, né dall’una e né dall’altra parte, conclusioni che non offendessero il buon gusto e il ricordo dei soldi spesi per il biglietto (o l’abbonamento, che è la stessa cosa), e non esagero se dico "dei primi 45 minuti" se è vero, com’è vero, che la prima conclusione fa capo al 47 minuto (facile palla gol sprecata da Amoruso).
Fortuna che all’8^ della ripresa il centravanti romanista Marco Del Vecchio (già al 14/mo gol, ma cosa si vuol di più da lui dalle parti di Burinia?), profittando d’un complessivo sopore dei difensori bianconeri (compreso il giovane De Sanctis), portava la sua squadra in vantaggio e i bianconeri finalmente al risveglio. Orbene, da quel momento, qualunque squadra minimamente attrezzata in attacco avrebbe potuto fare, all’allegra brigata dei difensori giallorossi, non meno di sei gol, e senza nemmeno dannarsi molto l’anima. Se sono queste le squadre di Zeman devo ammettere che al riguardo ho scritto delle sciocchezze. La Juventus, se non ha segnato i sei gol, se non ha vinto, deve ringraziare il signor Nicola Amoruso, calabrese di merda. Uno che par che cammini sulle uova, e che quando sbaglia un gol leva alto il corrusco viso spudoratamente esprimendo il più ineffabile degli stupori. Questo tizio, che quando gioca mi fa sempre ululare, in preda alle più tremende convulsioni, di non meritare tanta considerazione, ma che invece, incredibilmente, si pasce d’una immeritata buona stampa e d’una granitica auto-considerazione, deve essere additato al pubblico ludibrio come il primo responsabile dei gol sprecati e della mancata vittoria. Non solo i sei gol li ha sprecati tutti ma, geloso come solo certi meridionali son capaci d’essere, s’è messo anche a fare concorrenza territoriale a Inzaghi, e lì a togliergli continuamente spazio, e lì a farsi beccare (lento com’è), continuamente in fuori-gioco, invece di girare largo e creargli spazi e palloni (e siamo stati anche fortunati che in occasione del gol di Iuliano l’arbitro, il signor Borriello, ha ritenuto di non fischiare un suo monumentale e inutile fuori gioco di posizione dinanzi al portiere Konsel). Dunque Amoruso è stato pernicioso per sé stesso, per la squadra e per Inzaghi. Molto positiva invece è stata la partita di Therry Henry che ha fatto molte volte, e in modo assai lineare ed efficace, la medesima cosa, cioè il vecchio mestiere di ala sinistra che velocemente e senza fronzoli si reca in fondo al campo e crossa palloni di fronte alla porta avversaria. Solo che non è servito a niente; nel primo tempo, per la buona pace di quel pacioccone di Ancelotti, non s’è giocato al calcio; nel secondo, come si è detto, il signor Amoruso (che io venderei all’Empoli) ha sprecato ignobilmente mettendo i compagni in condizione in non nuocere. Ed è stata una gran brutta cosa, perché poteva agevolmente profittarsi, per il raggiungimento di quel quarto posto al quale ormai si punta, dei passi falsi del Milan (2 a 2 a San Siro contro il Bari raggiunto su rigore al 92’) e del Parma (sconfitto a Udine). Invece in questo modo i friulani ci ri-sopravanzano in classifica. D’altronde hanno compiuto un’impresa sicuramente meritoria, sconfiggendo con bravura un Parma come sempre molto agguerrito, al quale forse manca – lo sostiene autorevolmente Giorgio Tosatti – un po’ di acume tattico (leggi prudenza difensiva). I gol allo stadio Moretti li hanno segnati Roberto Carlos Sosa, il terzino Vanoli e Marcio Amoroso (il vero macht-winner, il quale – io lo sostengo almeno da due anni, e il lettore può verificarlo – vale dieci Ronaldo). Trattando ancora delle pretendenti al titolo di campione d’Italia diremo ancora che la Lazio ha chiuso in un quarto d’ora, con due gol (Conceicao e Mihailovic) la pratica costituita dal Venezia (e dal temuto Recoba), rendendola "facile" e che i viola di Firenze sono gli unici a non aver loro concesso (più) terreno avendo vinto a tempo scaduto (sul Piacenza) grazie ad un gol, un po’ trovatello, di Esposito (di Batitusta e di Inzaghi gli altri due). Ma pare che la squadra di Cecchi Gori abbia ormai il fiato corto, anche perché nessuno riesce più ad "accendere" Edmundo, che, invece, a questo punto del torneo potrebbe costituire, se davvero lo volesse, la carta vincente. Due parole ancora sulle altre prima di trattare dell’Inter. Il Cagliari ha rifilato cinque gol al rassegnato Empoli (mi spiace per Corrado Orrico che è bravo tecnico e persona seria), tre dei quali del camerunese ‘Mboma. Quattro ne ha rifilati il Bologna del sempre più eccellente e positivo (e oscuro, e determinante) Andersson (sì, parlo proprio di Kenneth Andersson, gran regista d’attacco; quello che m’auguravo che la Juventus prendesse, altro che Esnaider, altro che Amoruso!). Molto importante, infine, per le sorti della loro salvezza, la vittoria del Perugia sulla diretta concorrente Salernitana (il gol e il merito della vittoria, anche per averla insistentemente cercata per tutta la partita con ogni tipo d’azione, al croato Milan Rapaic, che così pare che abbia finalmente smaltito il trauma del mancato passaggio alla Juventus, che l’aveva tenuto in ombra nei due mesi passati). Se i perugini si salveranno il merito sarà, al 99 per cento, di questo estroso attaccante, e non delle giaculatorie del suo pittoresco presidente (né dei suoi noiosi allenatori). L’Inter, dunque. L’Inter, dopo la eliminazione di mercoledì scorso dalla C.L., ha inanellato (si fa per dire) la decima non-vittoria consecutiva andando a sbracarsi sul campo della derelitta Sampdoria che, improvvisamente risorta a tutte le glorie passate, glie ne ha rifilati quattro che potevano essere otto. E il buon Lucescu per il rossore ha preso cappello e se ne è andato. Strombazzati dal solito Biscardi sono stati prontamente banditi i soliti questionari atti ad accertare in maniera solenne e definitiva se le responsabilità di questa fallimentare stagione siano da addebitare al presidente, ai due allenatori o piuttosto ai giocatori. Stasera, al processo, l’ardua sentenza. Io esprimo la mia additando per il "crucifige" il presidente Moratti. Al quale muovo i seguenti addebiti: Primo motivo: per avere confermato, alla fine del campionato scorso, l’allenatore Simoni, del quale era fortemente e visibilmente scontento e che aveva più volte apertamente criticato; dopo avere molto più opportunamente "fermato" il signor Zaccheroni (all’ultimo lo dissuase, dal gran passo, la vittoriuzza in coppa Uefa, invero una vittoria di Pirro). Secondo motivo: non ha saputo rinforzare convenientemente la squadra, infarcendola di giocolieri, rifinitori e doppioni (è rimasto vittima dell’equivoco – della maledizione, si dovrebbe dire – Baggio, uno che, come la Gorgone, immancabilmente rovina i suoi ammiratori), non curandosi piuttosto di rinforzare le retrovie. Terzo motivo: in quell’ambiente c’è troppa indisciplina (e troppe prime donne, e troppi capricci, e troppi consiglieri gratuiti, e troppa gente in libro paga e quindi troppo bordello). Moratti jr. è un sentimentale: gli basta che qualcuno abbia incrociato, trent’anni fa, il suo stretto cammino con le sontuose autostrade paterne che, insieme con Sarti, Burgnich, Facchetti, Zaglio, Bedin, Bolchi, Guarneri, Jair, Domenghini, Milani, Brighenti, Cappellini, Mazzola, Peirò, Suarez, Corso, lo mette subito a stipendio (non ci ha messo anche il povero Picchi solo perché morì giovane, e lo stesso Helenio Herrera lo è stato fino ai suoi 88 anni, quando finalmente è morto). Adesso che per le prossime stagioni quale tecnico ha preso, strapagandolo, il meglio che c’era in circolazione (ci riferiamo a Marcello Lippi e con l’occasione ribadiamo la nostra opinione che Moratti sia, anche, un guasta matrimoni e un rovina famiglie) dovrà rifondare la squadra e ricostruirla fin dalle fondamenta, e profondere nell’improba opera ingentissimi capitali. Dovrà anche far fuori Baggio (e potrà farlo solo regalandolo a qualche squadra giapponese) ed uscire una volta per tutte dall’equivoco Ronaldo (si accerti, se è possibile, al di là di ogni ragionevole sospetto, e senza frenesie né isterismi, se è recuperabile). E, soprattutto, faccia lavorare in pace il tecnico e lo sostenga. L’eroe della domenica: Per gli effetti pratici sulla vicenda domenicale e la salvezza della sua squadra il perugino Rapaic, bohemièn e sregolato quanto si vuole ma mille volte meglio di quell’ombroso lèmure di don Nicola Amoruso.
In data 24 marzo il presidente Moratti ha ufficializzato l’ingaggio del tecnico Marcello Lippi che, con Luciano "giaguaro" Castellini (l’allenatore dei portieri) in panchina (Lippi non può andare in panchina avendolo fatto ancora quest’anno presso la Juventus), seguirà l’Inter.
3/4/99: ad Empoli: Empoli - Juventus 1 - 0 con gol di Bianconi al 25' del 1° t. Ero in viaggio e per fortuna non l'ho vista. Però mi ha richiamato alla memoria quella sconfitta per sei gol a due che l'ultima Juve trapattoniana beccò dal retrocesso Pescara, quando il vecchio Boniperti inviperito multò tutti, persino gli infortunati, financo il magazziniere. D'altro so poco o nulla. Lazio Milan è finita zero a zero con i biancocelesti che hanno attaccato per l'intera partita e ai quali è stato annullato un gol assolutamente valido (Vieri). Mentre Inter Fiorentina è finita 2 a 0, con 2 gol di Ronaldo, entrambi su rigore, concessi - mi è parso - con eccessiva facilità.
Mi urge di dire qualcosa circa la questione Del Piero. Il giovanotto e il suo procuratore stanno da tempo menando il torrone per la faccenda del rinnovo del contratto cui girano intorno ché ancora non s'era asciugato l'inchiostro col quale era stato sottoscritto il precedente. Al di là delle dichiarazioni di facciata ("Voglio continuare quì e chiudere la mia carriera in bianconero"; "Mi onoro d'essere il leader della squadra"; "Si troverà certamente un accordo, ormai mancano solo i dettagli, e poiché è un contratto che mi porterà dei ventiquattro ai ventinove anni è giusto che venga studiato con ogni cura" eccetera, eccetera) appare evidente che l'esimio procuratore avvocato Pasqualin e il suo galletto dalle uova d'oro sanno di avere il coltello dalla parte del manico e stanno servendosene scientificamente. Il lettore avvertito sa difatti che il contratto in vigenza scadrà alla fine del prossimo campionato e che dal 30 giugno del 2000 Del Piero, se non in vigenza di un nuovo contratto, sarà libero di svincolarsi a "parametro zero" (cioè sarà libero di scegliersi la squadra che vorrà, la quale, nulla dovendo alla Juventus, avrà da soddisfare soltanto le sue richieste).
Il contratto è "difficile" non soltanto per la esosità della richiesta (pare che un’offerta di 8 miliardi netti a stagione sia stata ritenuta non soddisfacente), ma anche per il lauto contorno dei diritti di sfruttamento dell’immagine a fini pubblicitari, che il giocatore vorrebbe gestirsi in autonomia e "vendere" alla società le volte che questa volesse affiancarvisi, e sopratutto perché l'adesione a tali pretese darebbe un alzo insostenibile alle richieste di giocatori come Inzaghi, Zidane, Montero e Davids che comprensibilmente pretenderebbero, in vigenza di contratto, degli adeguamenti. Che il dottor Giraudo e Moggi mozzino subito questa testa di vipera, e piuttosto lo vendano all'Atletico Madrid se è vero che lì lo vogliono e gli darebbero 14 miliardi netti a stagione "se potessero affrancarsi dell’onere dell’indennizzo alla Juventus" (cioè se Del Piero il 1° luglio del 2000 fosse libero da contratto, qui sta la vera dirompenza), o a chi diavolo realmente lo volesse (il Real?, il Barcellona?, uno scambio con Giggs?, con Beckham?, con Seedorf?). La trattativa dev'essere sicuramente difficile e la Juventus probabilmente deve sentirsi con le spalle al muro se Lucianone Moggi, di solito così prudente, ha di recente ritenuto di dovere esternare - diciamo così - il suo malumore dicendosi non del tutto certo che Del Piero rimanga. In quell’ambiente brucia anche, e – sono sicuro – non poco, la circostanza che sabato scorso, dopo la partita col Bologna Del Piero abbia ritenuto di dovere smentire pubblicamente Umberto Agnelli (che aveva appena dichiarato che riguardo al suo contratto "non sussistono problemi", affermando, con una smorfia alquanto antipatica, che "invece i problemi ci sono".
Spero che lo vendano profittevolmente (ma sono persuaso che nemmeno questo sarà facile). Io penso che la squadra si gioverebbe di più di un uomo d’area forte fisicamente e abile nel gioco aereo, che tecnicamente si complementi con Inzaghi (penso che Crespo vada più che bene).
7/4/99: C.L. semifinale di andata: Manchester utd - Juventus 1 a 1 con gol di Conte e di Giggs. Come con troppa frequenza succede il gol lo abbiamo subito a tempo scaduto. Ma la Juve ha giocato una partita memorabile, quasi perfetta per almeno un'ora. Ma la cronica disposizione a sprecar gol e il veemente finale dei "reds" non ha consentito che s'uscisse dall'Old Trafford con quella vittoria che ci avrebbe facilitato l'accesso alla finale (presumibilmente con il Bayern di Monaco che ha pareggiato a Mosca per tre a tre con la Dinamo di Kiev). I bianconeri (ripeto una cosa già detta altre volte) anche nelle più straordinarie performances assomigliano sempre a quel gran bel pugile cui manca il pugno del k.o. e mi viene spontaneo considerare che ogni volta che si ottiene qualcosa di positivo il risultato sia sempre inferiore alla gran quantità di energie sprecate. Comunque il pari fuori casa è un risultato che ogni bianconero che avesse avuto notizia dell'esito della partita di sabato con l'Empoli avrebbe sottoscritto ad occhi chiusi. Compreso, è proprio da presumerlo, lo stesso Ancelotti che, molto opportunamente, ha mandato in campo una squadra blindata sui corridoi laterali (dove gli inglesi con i traversoni al centro di Beckham da destra e di Giggs da sinistra, a beneficio di Yorke e Cole, riescono ad essere mortiferi: gli interisti ne sanno qualcosa). Per cui sulle fasce vigilavano, agguerriti, Mirkovic (voto 6,5, ma un 6,5 contro Giggs vale almeno un 7,5 "erga omnes") e Conte (voto 8) sulla destra, e Pessotto (voto 7,5) e Di Livio (voto 8) sulla sinistra. La difesa, coraggiosamente alta e impostata sul fuorigioco almeno fino a quando Montero (voto 8) è rimasto in campo, era validamente presidiata, oltre che dall'uruguagio, da un Iuliano (stesso voto di Montero) autorevole tosto ed efficace. Deschamps e Davids (voto rispettivamente 8 e 8,5) fungevano da frangiflutti, con l'olandese che ogni volta ripartiva veementemente. Ciò ha consentito che Peruzzi (voto 7 in quanto m'è parso un po' incerto nell'occasione di due uscite, il che, trattandosi di Peruzzi, meraviglia e un po' sgomenta) venisse a compiere le sue due difficili parate solo negli ultimi 20 minuti, quando, come si diceva, gli inglesi hanno pigiato, in concomitanza con l'uscita di Montero e un calo atletico dei bianconeri (quì mi rifiuto di scrivere quall'"inevitabile" che al riguardo ho trovato su tutti i giornali), il piede sull'acceleratore. Squadra bloccata dunque, ma non rinunciataria. Le occasioni da gol appannaggio dei bianconeri sono state tre o quattro (sto riferendomi soltanto a quelle del tutto rimarchevoli: Inzaghi due volte, Zidane, Pessotto). Molto al riguardo si deve a Zidane che, a parte la sua solita idiosincrasia alla rete, ha fatto da pivot, fungendo con molta intelligenza, grande dispendio di energie e la consueta classe, da terminale per i disimpegni dei difensori e da capolinea delle trame d'attacco, svariando su tutto il fronte di mezzo. L'unico e solo a stare stabilmente in attacco era il povero Inzaghi (voto 7), che circondato e sovrastato da Stam (efficace ma impressionantemente sgraziato e brutto) e Berg, s'è dannato l'anima e nelle poche occasioni nelle quali ha intuito che c'era il pallone ha sfiorato il gol (una volta la sfera, sempre colpita al volo, d'istinto, ha sfiorato il palo; nell'altra l'ha parata con bravura Schmaichel). Pippo è un attaccante cui non si può rinunciare; rimarchevoli sono la sua rapidità e la sua destrezza nel far gol. Ma sono persuaso che sia necessario affiancargli, per il sostegno dei giochi d'area, un partner di peso (penso a Hernan Crespo o a quel centravanti dei russi della Lokomotiv che gli ho visto fare il diavolo a quattro iersera contro la Lazio, giacché Del Piero - l'ho detto tante volte - ritengo sia opportuno ed utile venderlo). Prima che ci faccia prendere qualche grosso dispiacere.
11/4/99 – 28^ di c. a Torino: Juventus Bologna: 2 a 2 con gol di Inzaghi, Kolyvanov, quindi sono passati in vantaggio i bolognesi, ma non ricordo con chi (non l’ho vista, ero in viaggio), poi a circa 25 minuti dalla fine ha pareggiato, di testa, Di Livio. Non l’ho vista, e non ne parlerò. Né mi stupisce il risultato, ritenendo la squadra di Mazzone sommamente ostica, anzi, per gli effetti del suo canuto pragmatismo, rognosa, e difficile, molto difficile – anche per le qualità di taluni suoi giocatori - da domare. Per la cronaca lascio memoria di un rigore sbagliato da Inzaghi poco dopo il gol dell’uno a zero (non so nemmeno come lo abbia tirato). Me ne dispiace più che altro per lui; di sbagliare un rigore è capitato a tutti, e a Del Piero non meno che agli altri. Era la giornata nella quale si giocavano, anche, Milan Parma e, la sera, Roma Lazio. A San Siro ha vinto il Milan dopo che i gialloblu erano passati in vantaggio con Balbo ed avevano condotto un gran primo tempo, sfiorando più volte il raddoppio. Nel secondo perdevano Thuram e, anche a causa di Cannavaro che (quando mai lui?) si faceva uccellare come un principiante dal fainesco Ganz, anche la partita, l’onore e, assai probabilmente, ogni residua possibilità di puntare allo scudetto (tra i due gol c’era stato quello di Maldini su tiro franco). Il risultato riaccende al contrario le speranze di scudetto dei rossoneri, che per effetto dei risultati di oggi si ritrovano, senza in vero molto sforzo, secondi in classifica a soli quattro punti da una Lazio che ha perso il derby in mala maniera e che domenica prossima, priva di Mihailovic, Nesta e Negro, dovrà andare a rendere visita alla Juventus (e, secondo un sedimentato luogo comune, perdere). Inoltre i laziali, o meglio le squadre di Eriksson, sono sospettate di una concreta possibilità di crollo, come l’anno scorso di questi tempi quando, dopo avere a lungo inseguito i bianconeri ed averli raggiunti, s’incepparono e persero l’una dopo l’altra le ultime cinque partite (né va dimenticata, sempre a discapito del tecnico svedese, l’analoga sorte toccata alla Roma in quel famoso campionato 1985/86 (cfr. Roma Lecce 1 a 3). Forse stasera i laziali hanno voluto strafare, cercando, nella stracittadina, la vittoria-scherno. Mentre avrebbero fatto meglio, e meglio farebbero nel prosieguo, se veramente si sentissero le gambe un po’ molli, a giocar con un po’ più di prudenza. Per cui la Roma ha vinto facile, profittando dei larghi spazi. Tre a uno il risultato finale, e feste e fescennini a non finire. I gol: di Del Vecchio (due) e di Totti; di Vieri (sul 2 a 0) quello dei laziali. Tra le inseguitrici da segnalare il pareggio casalingo della Fiorentina col Bari. La tifoseria viola si sente tradita dall’indifferenza di Edmundo, che, ormai in rotta con i compagni e l’ambiente, scende in campo (ma male fa Trapattoni a mandarglielo) ma ostentatamente non gioca. La barese è un’eccellente squadra, ben condotta panchina da Fascetti e in campo (ora che Zambrotta s’è spompato, e sta mostrando grossi limiti di personalità) da Osmanowsky. L’Inter le ha prese brutte dalla Salernitana tanto che il suo presidente s’è rifiutato, e si rifiuta e si rifiuterà, di incontrare la squadra. Addebitando tutte le colpe alla strafottenza dei giocatori. Secondo me le maggior colpe sono sue che non capisce di calcio; se no non avrebbe creduto, ad agosto, comprando Baggio, d’aver vinto il campionato. Povero Lippi!
Due parole sulla zona bassa della classifica. Dove, a parte il retrocesso Empoli (che ogni domenica, a meno che non incontri la Juventus, perde), si segnala una straordinaria vitalità di tutte le altre concorrenti, ognuna delle quali fa di tutto per tirarsi fuori dalla panìe delle sabbie mobili. Oggi, per esempio (ma non è un fatto solo di oggi) hanno vinto sia la Salernitana (27 punti), che il Vicenza (29 p.), che la Sampdoria (29 p.), che il Piacenza (31), che in classifica in questo stesso ordine sono situate innanzi agli empolesi. Con la conseguenza che Bari, Venezia, Perugia e Cagliari, che lungo il torneo si sono rese protagoniste di rimarchevoli imprese (e che le precedono con, rispettivamente, 32, 32, 33 e 33 punti) debbono sentirsi in rischio di sorpasso. Dopo ancora viene l’Inter, ma è abbastanza lontana (39 punti) e il campionato (purtroppo) sta per finire. L’eroe della domenica: Sicuramente Marco Del Vecchio. Suoi i primi due gol alla Lazio, e contro cerberi che di nome fanno Nesta e Mihailovic. Il quale Del Vecchio quest’anno si è reso protagonista di uno eccellentissimo "score". Ha segnato ben 16 gol (nessuno su rigore, ché i pochi che gli danno li tira Totti), cosicché segue a sole tre segnature Batistuta (che invece i rigori li calcia), con la possibilità di raggiungerlo. Segna di testa e con entrambi i piedi, ha risolto numerosissime partite e costringe in panchina il tanto declamato Fabio Junior che quell’incompetente di Sensi è andato a pagare trenta miliardi (tuttavia con ciò non voglio sostenere che il brasiliano sia un brocco).
Sulla chatline dei tifosi della Juve se ne trovano di tutti colori; un bello spirito, per esempio, ha pensato di lanciare il referendum su chi siano a parer nostro i cinque giocatori più stronzi. Primi, ad altezze irraggiungibili, ex aequo volano Sebastiano Rossi e Simeone; li seguono, a corta distanza, il Di Biagio della Roma e, onore al merito, il torinista Crippa. Né, giustamente, è stato dimenticato Totti. Anche se c’è chi ha pensato a Del Piero a me è parso che come metodo abbiano seguito quello di prenderne uno da ognuna delle principali nemiche. Dico i miei:
I due Baggio, quindi Ruggiero Rizzitelli, poi Nicola Amoruso e infine Sebastiano Rossi. Cristo, e Moriero?! e Pagliuca?, e Ronaldo?, e Vierchowod?, e Fernando Couto? Che crudeltà, a volte la limitazione!
18/4/99 – 29^ di c.: Lazio Juventus 1 a 3 con gol di Henry, Amoruso, Mancini, Henry. Sulla capitale è sceso il gelo, e la tifoseria di parte laziale, sconsolata, avvilita, rassegnata, fa i conti con la sindrome Eriksson. Non c’è nessuno che scommetterebbe mille lire sullo scudetto, e le azioni che da luglio ad ora avevano raddoppiato il loro valore stamani sono state sospese per eccesso di ribasso (avrà venduto Cragnotti). La Juve ha vinto facile, al di là forse delle sue stesse intenzioni. I laziali, come tutti i giocatori in avanzato stato di cottura, hanno avuto un inizio furente (dove Vieri ha ciclonicamente colpito un palo), ma poi, un quarto d’ora dopo, finita la benzina e complice anche lo sfortunato gol subito (papera di Marcheggiani), si sono imbambolati e arresi ai bianconeri. Tierry Henry ha segnato due reti, e adesso, secondo la deteriore costumanza italica, tutti lo incensano. Ci andrei cauto, Ancelotti lo raffrena. Henry non gioca che vorrebbe e potrebbe, questi due gol di oggi non possono fare primavera. Molto buona, invece, la prova di Davids, Di Livio, Mirkovic e Tacchinardi (mancavano Zidane e Deschamps, tenuti a riposo per mercoledì prossimo). Contemporaneamente la Fiorentina ne beccava tre (a zero) dal Bologna, e il Parma non andava più in là di un deludente pari casalingo con la Sampdoria (assai buona la prova di Ortega che molto ha cercato e più volte ha sfiorato il gol). Questi gli anticipi sabatini e questi i risultati delle squadre in lotta per lo scudetto, con esclusione del Milan che non partecipando ad alcun torneo europeo ha giocato di domenica. Doveva giocare ad Udine e se avesse vinto si sarebbe portato ad un solo punto dalla Lazio a cinque giornate dal termine. Udine è un campo assai difficile e la società e la squadra sono impegnate per il raggiungimento di un traguardo di prestigio (il piazzamento per la C.L. o, quantomeno, per la C.U.). Plaff! Udinese 1 Milan 5. E adesso, a fronte di un Eriksson che puzza di cadavere, il Diavolo è in paradiso. Io non so cosa sia successo agli udinesi, nel calcio può entrarci di tutto (anche la compravendita). Tutti abbiamo visto che sullo zero a zero, a pochi minuti dall’inizio, un loro terzino ha beceramente e vistosamente preso con la mano, in area, un pallone assolutamente e del tutto innocuo. Rigore (ovvio) e gol (facile) di Boban. Il resto non ha storia. Se i rossoneri vinceranno il campionato dovranno dire grazie al loro allenatore, che è persona seria e capace, e ha saputo raddrizzare una squadra che era impresentabile. Molte volte molte circostanze gli sono state gratuitamente favorevoli (su 15 partite 12 le hanno vinto col minimo scarto, e mai convincendo in pieno). E forse (dovranno dire grazie) anche al loro amministratore delegato, il sulfureo Galliani. D’altro: sono finite in pareggio le partite Bari Salernitana e Inter Vicenza. In entrambe le squadre ospiti sono state incapaci di vincere pur avendo espresso una marcata superiorità e avere cercato e sfiorato molte volte il gol della vittoria. Fascetti è stato contestato dal villain Matarrese e l’anno prossimo si accaserà altrove, mentre Moratti, poveraccio, non ha nemmeno chi contestare. Sono spiaciuto che la Juve abbia (frettolosamente) speso trenta miliardi per Zamparotta; mi convinco che sia solo un diligentino senza molta personalità. Hanno vinto invece il Piacenza (sull’Empoli), il Vicenza (sul Cagliari) grazie ad un gol su punizione dal limite dell’uruguagio Recoba (al povero presidente Moratti dobbiamo dare, almeno, il premio gran volpino dell’anno: dar via il ventiduenne Recoba per comprare il trentaduenne Baggio!) e il Perugia (per 3 a 2 sulla Roma). A proposito di questa partita ritengo doveroso sottolineare, come più volte mi è capitato di fare, la gran prova di Milan Rapaic. Che ha fatto segnare i primi due gol e ha personalmente realizzato quello del 3 a 2. L’eroe della domenica: Milan Rapaic. E’ l’anima dell’attacco; spentosi (abbastanza presto) Nakata; sparito (e non so perché) Kaviedes rimane solo lui a far tutto. Lasciamo stare, per carità di patria, Esnaider, ma possibile che alla Juve non si siano resi conto in pieno delle capacità di questo zingaro?
21/4/99 Juventus Manchester: 2 a 3 con gol di Inzaghi, Inzaghi, Kean, York e Cole. Siamo qui a dover commentare questa semifinale di ritorno (l’altra se l’è aggiudicata il Bayern, che, dopo il tre e tre di Kiev, ha battuto la Dinamo per uno a zero con un gol di Mario Basler). Se non come tifosi, almeno come scrivani siamo sereni: gli inglesi hanno ampiamente meritato e sul piano nervoso, e su quello agonistico, e su quello tecnico. E l’aver saputo rimontare due gol, in breve tempo, e con facilità, è impresa sicuramente meritoria. Ci asteniamo dal raccontare la partita della quale, tutto sommato, l’unica fase "originale" è stata quella relativa ai primi undici minuti di gioco quando i bianconeri, forse al di là delle loro stesse intenzioni, si sono trovati in vantaggio di due gol (molto bravo Inzaghi nelle due occasioni). La superiore asserzione ("forse al di là delle loro stesse intenzioni") è confortata dal fatto che Ancelotti aveva mandato in campo una squadra abbottonatissima (con il solo Inzaghi di punta, mentre, sia detto per inciso, gli inglesi ne avevano due, i Calypso boys, con il Beckham che flottava). Col senno di poi potrebbe dirsi, adesso, che quella felice, straordinaria, inopinata, rapida situazione di vantaggio doveva essere subito sfruttata per il terzo gol, quello del kappao, stante il fatto che gli avversari sono molti forti in attacco (e come sostiene giustamente Ferguson il gol prima o poi lo segnano sempre) ma non lo sono adeguatamente in difesa (ad eccezione di quello Stam che sotto tutti i punti di vista appare mostruoso). Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Un mare di debolezza fisica (Inzaghi), e mentale (Zidane). Così la squadra, colpita da quell’improvvisa ricchezza ma incapace di metterla a frutto, ha preso ad indietreggiare, subito mostrando limiti impressionanti giacché Conte era fuori fase, Deschamps fuori di tutto, i terzini dei poveracci che penavano oltre misura, Davids appena appena normale, Ferrara troppo lento e soprattutto incapace di governare la difesa e darle sicurezza (difatti ci si difendeva in area) e Peruzzi, anche lui, non mi sembra più quello di una volta. E Zidane, e Zidane…. Zidane è come quello cui manca sempre un soldo per fare una lira. Ma di Zidane diremo dopo. Dopo il conseguimento del doppio vantaggio, e forse per causa di questo, io ero molto pessimista sull’esito finale, ritenendo che gli inglesi non si sarebbero affatto arresi e che subito si sarebbero gettati all’arrembaggio per far gol, mettendo a ferro e a fuoco la nostra area di rigore. Pensavo che, a far così, il gol prima che finisse il primo tempo l’avrebbero trovato, e (certe esperienze lasciano il segno) magari a tempo scaduto avrebbero trovato anche il secondo gol, così eliminandoci senza darci il modo di riparare. Alla luce di come sono andate effettivamente le cose ero anzi troppo ottimista. La difesa, troppo debole, non reggeva (gli inglesi, oltre ai tre gol, hanno anche colpito due pali) e Inzaghi (l’unico che avrebbe potuto far qualcosa) era troppo solo (irritante la pochezza di Amoruso, mandato, nella ripresa, a dargli man forte). Penso che con questa eliminazione finisca quel fortunato ciclo iniziatosi con il cambio della dirigenza e l'arrivo di Lippi: quantitativamente sontuoso (quattro finali europee, cinquantacinque partite di seguito) anche se di queste quattro finali ne è stata vinta soltanto una, ai calci di rigore. Speriamo che la società voglia rifondare la squadra con coraggio e senza tirchieria. D’altronde chi più spende meno spende: se la squadra esce fuori dai grandi circuiti internazionali le entrate (diritti televisivi, contributo degli sponsor, e incassi anche in rapporto al numero delle partite di coppa giocate) deperiranno fortissimamente.
Io ho fiducia negli Agnelli, e non siamo quelli che siamo (non dico oggi, dico in genere) per caso. Come tutti i tifosi vorrei impancarmi a dar consigli, ma si tratterebbe di un esercizio sterile. Ma è una tentazione irresistibile.
Chi mi ha seguito con assiduità sa che io per Zidane ho sempre stravisto (sostenendo anche, con convinzione e forse, comincio a pensare ora, con eccessiva generosità, che è l’unico che mi ricordasse il grande Gianni Rivera). Zinedine è un lusso che non sempre possiamo permetterci: non è risolutivo, ha una insuperabile idiosincrasia per il gol. Per esempio per me un Veron dà sempre un maggiore affidamento. Su Del Piero la mia opinione è nota, ma la riassumo. Il personaggio personalmente mi è antipatico anche se tecnicamente è indiscutibile, e per creatività e classe pochi al mondo lo eguagliano. Ma poiché per me Inzaghi è incedibile (chi lo contesta per favore consideri che ha un rapporto "partite giocate"-"gol realizzati" superiore allo 0,5, e io mi ricordo sempre di quel che diceva il presidente Mao a proposito del colore dei gatti) risulta necessario affiancargli, per l’attacco alle difese avversarie, un partner forte fisicamente e abile nel gioco di testa (Crespo? Kovacevic?). Degli altri terrei i soli Peruzzi, Montero, Di Livio, Davids e Iuliano; sul resto si può trattare e qualcuno è anche da regalare.
25/4/99 – 30^ - Juventus Fiorentina: 2 a 1 con gol di Inzaghi, Tacchinardi (aut.) e Conte. Ci sbrighiamo presto, oggi. I bianconeri hanno giocato tutti benissimo (tranne Amoruso, che penso che abbia fatto perfino rimpiangere Esnaider). Concentrati psicologicamente, forti come rocce e ben determinati a vincere, (tutti su un ottimo livello di rendimento, con un Deschamps che, rara avis, ha cercato più volte il tiro a rete, e con un Igor Tudor, dopo lungo tempo di nuovo in campo, disinvolto e sicuro di se). La squadra passava in vantaggio intorno al ventesimo del primo tempo, con il solito Inzaghi che sfruttava da par suo un perfetto cross di Deschamps (Inzaghi è impagabile, e l’amico Carlo Fontana, i cui giudizi sono sempre lucidi e coerenti, e la cui superiore competenza, nel NG, spicca nitidamente, vorrà spiegarci le ragioni del suo sofferto NO alla ipotesi di riconferma del giocatore (mi riferisco al sondaggino Inzaghi sì – Inzaghi no che egli ha lanciato il 24 del c.m.; io le mie, di segno contrario, le ho rappresentate nell’intervento "Dopo Manchester Juve" quando ho parlato dei gatti del presidente Mao). Tuttavia abbiamo rischiato un ingiusto ed inopinato pareggio (del quale, è da supporlo, il Trap stesso si sarebbe vergognato) per la cronica incapacità a finalizzare le trame d’attacco. Il golletto viene se l’acciuffano o Inzaghi o Conte, ma si tratta, l’evidenza ha ormai le caratteristiche dell’abitudine, di fatti quasi episodici. La squadra in attacco manca di peso e Superpippo su quarantavolte che scatta o cerca di scattare diciotto volte si fa beccare in fuorigioco (a volte magari iniquamente), diciotto volte finisce per le terre, le quattro volte che tocca il pallone due volte sfiora i pali e due volte fa gol (o impegna il portiere). Sarà che ho i miei anni, ma io sono un fervente fautore del doppio centravanti (vi ricordate di Hrubesch e di Muller, di Bettega e di Boninsegna?), giocando, come vorrebbe fare Ancelotti, con i doppi laterali sulle fasce. Il quarto posto non è sicuro ma quantomeno ora è visibile (speriamo bene) stando appunto alla sconfitta dei viola (ormai in crisi irreversibile) e del Parma (che ha sottomesso la Roma ma ne è stato inopinatamente sconfitto). Fiorentina e Parma appunto, ci precedono in classifica, rispettivamente, di un punto e di tre. La Juve ha adesso in classifica (se ricordo bene) gli stessi punti della Roma (la cui inaffidabilità ci da buone ragioni di speranza) e dell’Udinese (molto in forma, molto pericolosa). I friulani hanno battuto l’Inter a San Siro per tre reti ad uno (due gol di Amoroso ed uno di Poggi), sotto gli occhi di un Lippi che bene gli stiano tutte le sofferenze del mondo (s’intende in senso calcistico) perché è andato a cercarsele proprio lui e di alcune migliaia di tifosi letteralmente inferociti (che alla fine cercavano la macchina di Ronaldo per scassargliela, come peraltro avevano già fatto con quella di Mazzola). Andando invece a chi ci precede diciamo che il Milan ha puntualmente vinto a Vicenza, dopo un primo tempo nel quale ha rischiato forte (rigore negato ai vicentini, strepitose parate di quel malcapitato del loro portiere, che ogni volta che lo guardo mi dà una certa sensazione di inadeguatezza che poi i fatti purtroppo non confermano). Meno male (dico per i miei gusti personali) che i laziali hanno vinto pure loro (a Genova, dove il gol, più volte cercato, l’ha trovato, di testa, in tuffo, il bue Vieri), per cui le distanze, al momento (dico al momento perché pavento il sorpasso e la vittoria finale dei rossoneri), rimangono invariate. Molto brevemente: il Bari è finalmente ritornato alla (facile) vittoria (sul derelitto Empoli), ma di Zambrotta ancora nessuna notizia (anche se sordomuto Zoff lo ha riconvocato). La Salernitana ha battuto con un sonoro quattro a zero il Bologna di quell’antipatico di Mazzone (temo che in Italia sia cominciando a diventar difficile parlar male di Zoff, di Bocelli e di Mazzone). Ai salernitani il talentuoso Giampaolo (ex nostro ragazzo prodigio) ha dato le ali ai piedi e a Di Vaio tanta polvere da sparo. Perugia e Cagliari hanno pareggiato (i cagliaritani devono dir grazie, per il pari raggiunto al novantesimo, ad O’Neill, uno che segna poco ma che è un grandissimo uomo squadra: testa irlandese e piede uruguagio); importante, infine, il risultato della partita di Piacenza dove il Venezia ha battuto la squadra di casa per un gol di Maniero (l’arbitro ha negato due calci di rigore ad Inzaghi, e quando finalmente glie ne ha dato uno, quello l’ha sprecato). L’eroe della domenica: Marco Di Vaio, senza alcuna incertezza. A motivo della scelta adduco i tre gol segnati al Bologna, e la sostengo ricordando ai miei quattro lettori che ha solo ventidue anni, grande tecnica e un’eleganza innata, ed è capace di far gol in mille modi. Voglio dirla tutta: a me, quando lo vedo correre e calciare, ricorda il grande Van Basten.
2/5/99 – 31^ Salernitana Juventus: 1 a 0 con gol di Di Vaio. Una sconfitta a Salerno poteva starci; avvertito delle belle prestazioni della squadra di Oddo, in cuor mio la paventavo. Ma che si possa perdere come la Juve oggi ha perso, nel modo ignominioso come – guardando l’intera partita – li ho visti oggi perdere, non è giustificabile. Ho il dente così avvelenato che se una vipera mi mordesse resterebbe stecchita all’istante. A costo di farmi ritenere inattendibile per emotività io denuncio innanzitutto il signor Carlo Ancelotti, auspicando che la Dirigenza si avveda dei limiti di questo signore e non perseveri nell’errore di affidargli la squadra per la prossima stagione. Risulta difatti del tutto cervellotica e perniciosa la sua pretesa di giocare con il solo Inzaghi di punta. Inzaghi non ha la forza e le caratteristiche fisiche per potere sopperire da solo alle incombenze di quel ruolo. E’ leggero, non è veloce in progressione, non è potente, un soffio di vento lo abbatte. E’ piuttosto, com’è noto a tutti, un valente opportunista, uno che dà il meglio di sé nelle aree affollate. E il signor Ancelotti, dichiarando di ritenere Zidane idoneo a fargli da spalla, o è un incompetente, o, me lo auguro per lui, è un non vedente. Zidane è un giocatore inidoneo a tutto; tecnicamente e teoricamente è un fuoriclasse, ma, a parte la sua cronica idiosincrasia al gol, nulla di ciò che fa appare risolutivo o riesce utile alla squadra e ai compagni. Se è vero che le migliori squadre di mezza Europa lo vogliono glie lo si dia subito, prima che si deprezzi ulteriormente. Lo dice uno che fuorviato dal suo amore per i giocatori eleganti e dotati di tecnica aveva fallacemente ritenuto che lui, Zidane, potesse essere il nuovo Rivera (che Dio mi perdoni). Citando a mente posso, qui e subito, fare il nome di almeno dieci giocatori migliori o quantomeno più utili di lui: Veron, O’Neill, Otero, Rui Costa, Mancini, Rapajc, Totti, Giampaolo, Di Michele, Walem, Recoba, Stankovic, Stanic, Ortega e - gran Dio che affliggi e non abbandoni! - ci metto anche l’egiziano Emam dell’Udinese. Ne ho le palle piene di questo alessandrino che si compiace del ricamo e ci lascia morir di freddo. La squadra non ha peso, non ha forza e, ormai è lampante, non ha schemi. La squadra in campo non ha un leader (solo Montero ha questa qualità ma Montero ha le sue gatte da pelare, lì dietro, con Iuliano, Tudor e Birindelli); la squadra non ha peso in attacco perché le trame offensive sono affidate alle inconcludenze del signor Pallone d’oro e a quel poveraccio di Inzaghi, che la inidoneità fisica destina ogni volta alla stessa fine che nel ’39 fecero i cavalleggeri polacchi quando pretesero di opporsi, con le loro sciabole e i loro pennacchi, ai tanks di Guderian. E ci induce a maggior pessimismo la pretesa del signor Ancelotti (o, forse, la sua acquiescenza) a che i problemi d’attacco possansi risolvere al meglio affiancando al predetto Inzaghi un altro peso piuma come il recuperando Del Piero. I doppi laterali cui Ancelotti opportunamente pensa (un terzino ala e un’ala terzino sia a destra che a sinistra) a quale di questi due "puffi" destinerebbero i loro cross? L’apprendistato che il signor Carlo Ancelotti ha avuto la buona sorte di poter fare, prima quale giocatore e poi quale assistente, presso Arrigo Sacchi non ha prodotto, per sua insipienza e per sua mancanza di coraggio, i giusti profitti. Noi, che sono ormai quasi quarant’anni che seguiamo queste vicende, mai vedemmo un complesso funzionale e terrificante come quel suo Milan. Quella squadra, nelle sue migliori espressioni, appariva allo sbalordito spettatore come la famosa testuggine romana, un monoblocco insuperabile. Non più di venti metri separavano la sua prima linea dalla terza, e tutte e tre avanzavano e indietreggiavano di concerto, senza giammai scomporsi e senza che mai allungarsi. Abbiamo avuto il privilegio di vederla allo stadio dove assai meglio che in televisione possonsi cogliere e la disposizione strategica del collettivo e il movimento che i giocatori fanno senza palla. Ricordo un Juve Milan giocato a Torino e finito (per nostra fortuna) solo zero a tre. Ricordo uno Schillaci avanzante sulla trequarti di destra. A parte le insormontabili difficoltà del predetto a mettersi d’accordo con quella strana cosa che gli avevano messo tra i piedi (il buon Totò era - anche lui, poveraccio – solo un’anguilla d’area, e per giunta alquanto mediocre) si poteva vedere come il malcapitato, senza sapere perché e per come, si trovasse circondato da cinque rossoneri (sui cui piedi poi andava bellamente a deporre la saponetta). A noi, sbalorditi epigoni di Brera, quel Milan insegnò che fuori casa si può giocare esattamente come a casa, e cioè imponendo il proprio gioco, e cioè per vincere. In quel Milan tutti facevano un tourbillon d’inferno ma mai una posizione risultava essere un momento sguarnita. Ebbene amici, inorridite; datemi del pazzo. Ma io sulla panchina della nostra Juve vorrei Arrigo Sacchi. Solo Lippi gli si è avvicinato, ma Lippi l’abbiamo perduto (e non credo che la colpa sia stata solo sua). Discorso giocatori. Questa Dirigenza mi dà la spiacevole impressione (piuttosto vorrei sbagliarmi) che passivamente attenda che altri decidano e in sua vece scelgano. Mi pare cioè che abbiano assunto nei riguardi dei vari Del Piero, Davids e Zidane una posizione passiva, nel senso che, risultando loro indecisi a tutto, aspettano di sapere ciò che il procuratore di questi e la gentile signora di quello decideranno di fare per poi raccapezzarsi. Non condivido nemmeno il rinnovo del contratto a Conte, anche perché Conte è uno che mal si rassegnerà a far panchina, e creerà casini, come ne sta sicuramente creando, se è vero, com’è vero, che Ancelotti tradisce una certa soggezione ad avvicendarlo con Tacchinardi. Ho il fegato gonfio di bile e oggi non scriverò delle altre partite (anche perché a commentare Milan Sampdoria potrebbe scoppiarmi la cistifellea). Noi intanto al quarto posto possiamo dire addio.
Riguardo alla mia venerazione per il pelato di Fusignano e all’auspicio acché egli venga alla Juventus qualcuno, opportunamente, mi rammenterà piuttosto quel che perse, giacché in effetti quel che egli vinse (mi riferisco soprattutto agli scudetti) fu assai poco in rapporto al potenziale della squadra e al gran livello dei giocatori. Probabilmente è vero, com’è vero che Annibale e Napoleone morirono in esilio e senza potere. Ma chi può sostenere che non siano stati dei grandi generali?
9/5/99 – Prima di Juventus Milan: La (ennesima) invereconda prestazione di ieri sera degli interisti (che bisognerebbe retrocedere, se si potesse, "per indegnità") e la conseguente vittoria del Parma, ci precludono ogni possibilità di poter raggiungere il quarto posto, anche se, per ipotesi, vincessimo le prossime tre partite. Di conseguenza per oggi prevedo, anche per nostra demoralizzazione, una rotonda vittoria del Milan. Riguardo alle dimissioni di Moratti invece penso che si tratti solo di una farsa, nel senso che secondo me questo Napoleone dell'alta finanza è ricorso a questo puerile espediente solo perché non sapeva come far fuori, diversamente, Mazzola, Suarez e Corso, e che le dimissioni verranno ritirate. Per quanto riguarda la nostra partita mi auguro di sbagliarmi, ma sono pessimista.
Da adesso in poi non commenterò più nulla, metto solo i tabellini. Farò un commentone finale quando tutto sarà finito.
Partite del 10/5 (32^): Cagliari-Salernitana: 1 a 3 gol di Di Vaio, M’boma, Beretta, Beretta. Empoli-Venezia: 2 a 2 gol di Zalayeta, Tonetto, Recoba (rig.) Recoba. Inter-Parma: 1 a 3 gol di Ronaldo, Stanic, Asprilla e Fuser. Juventus-Milan: 0 a 2 doppietta Weah. Lazio-Bologna: 2 a 0 gol di Almeyda e Vieri. Perugia-Bari: 0 a 1 gol di Osmanowski. Piacenza-Roma: 2 a 0gol di Rastelli e Statuto. Sampdoria-Fiorentina: 3 a 2 gol di Rui Costa®, Montella, Heinrich, Montella, Palmieri. Vicenza-Udinese: 2 a 3, gol di Amoroso ®, Amoroso ®, Zauli, Walem, Di Cara.
Eroe della domenica: Molti giocatori, oggi, si sono resi protagonisti di imprese memorabili: il veneziano Recoba che ha sollevato la sua squadra da uno 0 a 2 che l’avrebbe risucchiata nei bassifondi della classifica; il barese Osmanowsky che con il gol della vittoria in quel di Perugia ha scacciato i fantasmi di una crisi incombente e sancito la raggiunta salvezza della squadra; i sampdoriani Montella e Palmieri in quanto protagonisti e dei due gol di una difficilissima rimonta (Montella) e di quello di una vittoria che potrebbe voler dire salvezza (Palmieri). Potrebbe benissimo meritare la designazione il milanista Weah, che ha realizzato, a Torino, sul campo della Juventus, i gol della preziosissima vittoria. Tuttavia io designo, quale eroe della domenica, l’argentino centrocampista della Lazio Matias Almeyda. Primo perché, pur mai segnando, con questo suo gol di oggi (vieppiù perché, come appunto dicevo, lui non ne segna mai, non ne ha mai segnati) è come se avesse aperto alla sua squadra, ai suoi compagni, ai tifosi, le acque del Mar Rosso. E’ uno di quei gol – così come quello che due anni fa lo juventino Boksic segnò a Bologna, così come quello che lo juventino Pecchia segnò l’anno scorso ad Empoli – che sarebbe una tragedia se non arrivassero e un miracolo se arrivassero. Oggi è arrivato che il Milan era sul due a zero a Torino e la Lazio, se non avesse segnato, si sarebbe vista sorpassare e salutare. Il longilineo, filiforme, piccolo Almeyda quest’anno ha fatto grandissime cose; con questo gol ha sposato la figlia del re.
Partite del 16/5/99 (33^): Bari-Juventus: 0 – 1 gol di Conte. Bologna-Sampdoria: 2 – 2 gol di Montella, Ingesson, Montella, Ingesson ®. Fiorentina-Lazio: 1 – 1 gol di Batistuta e Vieri. Milan- Empoli: 4 – 0 gol di Bierhoff (3) e di Leonardo. Parma-Piacenza: 0 – 1 gol di S.Inzaghi. Roma-Cagliari: 3 – 1 gol di Totti, Di Francesco, M’Boma e Totti. Salernitana-Vicenza: 2 – 1 gol di De Michele, Mendez, Vannucchi. Udinese-Perugia: 1 – 2 gol di Petracchi, Petracchi, Amoroso ®. Venezia-Inter: 3 – 1 gol di Volpi, Recoba, Maniero, Ronaldo ®.
Eroe della domenica: In questo scorcio di stagione molti gol (così come taluni rigori negati o regalati) assumono il valore della provvidenzialità. Pesantissimi e lucentissimi risultano oggi, per esempio, quelli di Simone Inzaghi, di Petracchi e di Vannucchi. Tuttavia mi corre l’obbligo di assegnare la palma settimanale al milanista Oliver Bierhoff. Non che segnare tre gol al malconcio e già rassegnato Empoli e alla sua strabuggeratissima difesa sia stato compito difficile, ma questi suoi tre gol hanno portato alla vittoria che ha sancito – dopo una lunga e svagata quanto fortunata rincorsa – al sorpasso sulla capintesta Lazio e forse, se la dea bendata non li abbandona sul più bello, allo scudetto. Come avevamo detto non commentiamo, né vogliamo accodarci alla becera campagna antiarbitri di Biscardi & co. Tuttavia feriscono, hanno profondamente ferito Lazio e Sampdoria, le decisioni di Treossi che ha negato ai biancocelesti un chiaro rigore che avrebbe potuto determinarne la vittoria finale (stamani le azioni della SS Lazio sono crollate da 7,0 Euro a 2,2), e quella di Trentalange (se mal non ricordo) che assegnando nel recupero un rigore fasullo ai bolognesi ha defraudato i doriani di una vittoria fuori casa precipitandoli in serie B.
Questo scudetto del Milan (dico scudetto del Milan perché intanto i rossoneri hanno sopravanzato in classifica la Lazio) puzza troppo di zolfo. Schifosamente troppo.
23/5/99 - 34^ ed ultima: Cagliari-Fiorentina: 1 – 1 gol di Zebina (a) e Muzzi. Empoli-Udinese: 1 – 3 gol di Di Napoli, Jorgensen, Amoroso, Amoroso. Inter-Bologna: 3 – 1 gol di Ronaldo, Simic, Simutenkov, Ventola. Juventus-Venezia: 3 – 2 gol di Conte, Inzaghi, Pedone, Henry, Recoba. Lazio-Parma: 2 – 1 Salas, Vanoli, Salas. Perugia-Milan: 1 – 2 gol di Guglielminpietro, Bierhoff, Nakata ®. Piacenza-Salernitana: 1 – 1 gol di Vierchowod, Fresi ®. Sampdoria-Bari: 1 – 0 gol di Doriva. Vicenza-Roma: 1 – 4 gol di P.Sergio, Ambrosetti, Delvecchio, Gautieri e Fabio Junior.
Classifica finale del campionato:
Milan 70 punti (59 gol fatti, 34 subiti), Lazio 69 (gol fatti e subiti rispettivamente 65 e 31), Fiorentina 56, Parma 55, Roma, Juventus e Udinese 54, (Juventus gol fatti 42 e subiti 35), Inter 46… Retrocedono Salernitana, Sampdoria, Vicenza e Empoli (con punti, nell'ordine) 38, 37, 33 2 20. Perugia (39), Cagliari e Piacenza (con 41) si sono salvate. La Juve e l'Udinese spareggeranno per accedere alla coppa Uefa, la perdente verrà dirottata sull'Intertoto.
Classifica dei cannonieri:
22 gol: Marcio Amoroso (7 su rig.); 21: Gabriel Batistuta; 18: Marco Delvecchio e Oliver Bierhoff (2); 16: Hernan Crespo (1) e Roberto Muzzi (1); 15: Beppe Signori (2) e Simone Inzaghi (8); 14: Marcelo Salas (2) e Ronaldo (14); 13: Filippo Inzaghi; 12: Vieri, Leonardo, Paulo Sergio, Di Vaio (1), Maniero (1), Totti (3), Montella (4); 11: Roberto Sosa, Mazinga, Recoba (2), Di Napoli (5); 10: Rui Costa, Nakata (4), Mancini (4), Otero (1); 9: Rapajc, Weah, Zamorano, Mihajlovic (1) e Chiesa (1).
Commento:
Lo scudetto è dei rossoneri grazie ad un finale di campionato nel quale hanno vinto le ultime sette partite, recuperando ai laziali otto punti. E a chissà cos'altro. E non riferendomi al "Cul de Zac" del quale oggi compiacentemente si parla. Bensì a certe partite troppo "facili" e a certi arbitraggi troppo favorevoli. Tuttavia Zaccheroni ha lavorato molto bene. E si iscrive ne novero dei grandi esordienti (come sacchi, Capello e Lippi). Certamente spiacerà quest’esito ai tifosi laziali che ragionevolmente ci credevano proprio, ma non nuocerà più che tanto al finanziere Cragnotti, che, chiacchiere a parte, così si risparmia i 25 miliardi di premi promessi (e per tirare su' il corso delle azioni gli basterà l’acquisto di paio di stranieri di grido). E costerà probabilmente il posto a mister Eriksson che è il secondo o forse anche il terzo scudetto che sul più bello si fa sfilare di tasca. Aveva, sui rossoneri, fino a poche giornate dal termine, un vantaggio enorme. E’ stato indubbiamente sfavorito dalla "sorte" (ma Bonaparte sosteneva che la sfortuna è una colpa), ma i numeri ci dicono che la sua squadra è quella che ha segnato più gol (a parte la Roma, che però in difesa si è rivelata un autentico colabrodo) e ne ha subiti meno di ogni altra. Né può addurre la circostanza che nello scontro diretto del ritorno (finito zero a zero) i suoi giocatori annichilirono i rivali (14 a 0 i calci d’angolo, un gol valido di Vieri fu ingiustamente annullato e la domenica successiva a Firenze non fu concesso alla sua squadra un rigore per un fallo evidentissimo su Salas). Circostanze fortunate (o equivoche) in favore dei rossoneri o a danno dei laziali ne sono ricorse più di una ventina. Ci viene in mente l'avventurata vittoria dei rossoneri sulla Sampdoria, per un’autorete di mano di un difensore al cinquantesimo del secondo tempo. Ci fu il rigore (che non proprio c’era) che ne propiziò il successo a Udine. Ci fu, ieri, la strana papera del portiere Mazzantini sul tiretto telefonato di Guglielminpietro nella provvida e (stranamente) arrendevole Perugia. Cul de Zac, dicevamo. O dinero del Berluscao?
A me spiace che abbiano vinto i rossoneri, sia per il modo che ancora offende il mondo dei giusti, e sia perché essi sono, della mia squadra, i più antichi e agguerriti rivali, e questo successo li avvantaggia in quella originale tenzone dettata dall’immaginifico Avvocato che vorrà vedere "se arriveremo noi primi al trentesimo (scudetto) o loro al ventesimo". Con questo stiamo sedici a venticinque. Come a dire meno quattro e meno cinque. Secondi in classifica, quindi, come si è detto, i laziali, che, sorpassati alla penultima, non sono riusciti, pur vincendo, ad agguantarli all'ultima. Né sicuramente li consola il fatto che hanno vinto la coppa delle Coppe (due a uno a Birmingham su un interessante Real Maiorca). I biancocelesti hanno pagato, oltre che la "fortuna" dei rossoneri, il pessimo avvio dovuto in gran parte alle prolungate assenze di Vieri e di Nesta (che quando sono rientrati si sono rivelati i migliori nei loro ruoli) e, secondo me, l’aver voluto insistere, Eriksson, forse per un fatto di sudditanza psicologica, ad libitum sul trentacinquenne Mancini, a discapito, anche quando il geniale "Mancio" non si reggeva più in piedi, del più fresco e dinamico Nevded. Terza in classifica è la Fiorentina, squadra mediocre e di modesto organico se si fa eccezione per il grande Batistuta che è l’effettivo vincitore della classifica dei cannonieri, per Rui Costa, il quale all’innata eleganza finalmente ha unito un apprezzabile vigore fisico, elevandosi, insieme con il centravanti argentino, al rango di leader della squadra, e per il portiere Toldo. Pur se dotato di grandissimi mezzi tecnici, ha deluso invece il brasiliano Edmundo, che ha appalesato gravi carenze socioaffettive. Quarto il Parma che pur ha vinto la coppa Uefa (tre a zero a Mosca all’Olympique di Marsiglia), ma raccogliendo, alla fine, meno di quanto avrebbe dovuto, giacché dispone di un organico poderoso e superbo. Quinte l’Udinese che si è ripetuta sui livelli di eccellenza degli ultimi due anni pur avendo cambiato tecnico (Guidolin al posto di Zaccheroni), grazie al dinamismo dei suoi centrocampisti e alle doti tecniche e realizzative del brasiliano Amoroso (quello che noi, in epoca non sospetta, dicemmo di preferire a Ronaldo); la sciagurata Roma di Zeman, che se il suo tecnico avesse un minimo di senso tattico chissà dove arrivava (hanno realizzato più gol di ogni altra squadra e continuano a comprare punte!) e la smarrita Juventus della quale diremo per ultimo, dopo che avrà giocato con l’Udinese le due tristi partite per scongiurare l’Intertoto. Molto staccata, e assai deludente, l’Inter che ha condotto un campionato che è stato un’autentica sofferenza e una inarrestabile spirale a precipitare (su quella rovente panchina si sono bruciati i glutei ben quattro allenatori, ma il quinto, tenuto buono per la prossima stagione, è uno che può ribaltare le cose, ed è il migliore che ci sia in circolazione. Ci riferiamo a Marcello Lippi, che ha divorziato in malo modo e non senza qualche ragione dalla Juventus). Chi si è salvato ha condotto tutto sommato un buon campionato (Bologna, Venezia, Cagliari, Bari, Piacenza, Perugia), così come, anche, chi non si è salvato, eccezion fatta per l’Empoli, troppo debole e subito rassegnatasi (20 punti gli empolesi e rispettivamente 33, 37 e 38 Vicenza, Sampdoria e Salernitana, che, pur essendosi ben battute, li seguono in B). La Sampdoria scende in B per la svista dell’arbitro che a Bologna, a tempo scaduto, la condannò al pari con un rigore che non c’era, per aver dovuto fare a meno per molte domeniche del suo cannoniere Montella e per avere, negli anni passati, venduto sempre i pezzi migliori (Veron, Seedorf, Karambeu, Jugovic, Chiesa, Serena ed altri).
I migliori per squadra e per ruolo:
Bari (all. Fascetti): De Ascentis (mediano destinato al Milan), Zambrotta (esterno destinato alla Juventus), più Madsen e Osmanovski. Bologna (all. Mazzone): Ingesson, Andersson, quindi Signori. Cagliari (all. Ventura, destinato alla Sampdoria): O’Neill e il portiere Scarpi; quindi Muzzi, M’Boma, Berretta e Vasari. Empoli (all. Sandreani, Orrico): squadra materasso e non attrezzata per la massima serie, sorvoliamo. Fiorentina (all. Trapattoni): Batistuta, Rui Costa e Toldo, quindi Torricelli. Inter (all. Simoni, Lucescu, Castellini, Hodgson): squadra scriteriata, piena di doppioni inadatti a correre e a lottare: nessuno da segnalare. Juventus (all. Lippi, Ancelotti): vedi alla voce. Lazio (all. Eriksson): nell’ordine, e tutti su un livello di eccellenza, Almeyda, Vieri, Nesta, Mihajlovic, Mancini, Salas, Marcheggiani; un gradino più giù, Negro e Nedved. Milan (all. Zaccheroni): Bierhoff (15 gol di cui 12 di testa) e Weah, il portiere Abbiati, pur se alquanto sgraziato, Albertini e Ambrosini, Boban e Leonardo, Maldini, Costacurta e Sala (tutti su livelli medi o medioalti). Parma (all. Malesani): Veron (destinato, per 52 mld. alla Lazio), Crespo e Chiesa, Cannavaro e Thuram, Vanoli, Buffon, Sensini e Stanic. Perugia (all. Castagner, Boskov): l’estroso Rapajc. Piacenza (all. Materassi), l’unica squadra a non presentare giocatori stranieri: Simone Inzaghi. Roma (all. Zeman): Marco Delvecchio, che ha fatto una caterva di gol e Francesco Totti. Salernitana (all. Rossi, Oddo): Marco Di Vaio e Federico Giampaolo, il braccio e la mente, quindi Di Michele e il mediano di mischia Gattuso (il quale andrà al Milan). Sampdoria (all. Spalletti, Platt, Spalletti): Montella (il quale per infortunio ha saltato quasi metà campionato), Franceschetti, Doriva, Lassissi (anche se troppo indisciplinato) e (le poche volte che gli girava) Ortega. Udinese (all. Guidolin): Marcio Amoroso (che probabilmente andrà al Parma), Bachini (che probabilmente andrà alla Juventus), Jorgensen, Giannichedda, Appiah e Walem. Venezia (all. Novellino): su tutti Recoba, che ha segnato e ha fatto segnare Maniero. Vicenza (all. Colomba, Reia): il vecchio, grande, Otero, ma non è bastato.
I migliori per ruolo:
Portieri: Buffon, poi Toldo, Abbiati e Marcheggiani; difensori: primo Nesta, poi Mihajlovic, Cannavaro, Thuram e gli juventini Di Livio e Montero. Centrocampisti: Almeyda e Davids, quindi Ingesson, De Ascentis, Bachini e Giannichedda. Mezzeali e mezzepunte: Recoba, O’Neill, Rui Costa, Roberto Mancini, Marione Stanic e Federico Giampaolo. Ali: Milan Rapajc e Gian Luca Zambrotta. Punte: il romanista Marco Delvecchio e il fiorentino Batistuta, quindi i laziali Vieri e Salas, l’udinese Marcio Amoroso, il bolognese Kenneth Andersson (tanto inutilmente invocato da Lippi), i fratelli Inzaghi, il milanista Bierhoff, il duo Crespo e Chiesa, Montella (che andrà alla Roma), Di Vaio (che andrà al Parma) e il cagliaritano Muzzi. Per pietà aggiungerei il cileno Zamorano in quanto il meno infame fra gli interisti. La migliore coppia gol in assoluto quella del Parma (Crespo e Chiesa). Nell’ideale probabilmente quella formata da Vieri e da Montella. Il miglior allenatore della stagione: naturalmente Alberto Zaccheroni. Una segnalazione di buona condotta (tattica) per il veneziano Novellino (che andrà a cercarsi maggiori glorie e grane al Torino o al Napoli). Tra le delusioni più grandi non si può non segnalare tutti quanti gli interisti, nessuno escluso. Una menzione particolare di demerito per il fiorentino Edmundo, per i laziali De Pena e Stankovic e per lo juventino Zidane. A Zeman, tra gli allenatori, per la scellerata incapacità a farsi furbo e coprirsi.
Così in Europa:
Inghilterra: Manchester Utd.; Germania: Bayern di Monaco; Francia: Bordeaux; Olanda: Feyenoord; Spagna: Barcellona.
Commento al campionato della Juventus:
Per compiutezza d’informazione rendiamo conto al lettore che la squadra, al colmo di un’annata del tutto negativa, ha mancato anche il traguardo dell’ammissione diretta alla coppa UEFA, cui pertanto potrà accedere per la via traversa (e impervia) dell’Intertoto. Quest’ultimo obiettivo è stato mancato in quanto al pareggio senza reti conseguito in Friuli ha fatto seguito, in un Delle Alpi dove c’erano solo un paio di migliaia di irriducibili sciagurati tifosi, un pareggio per uno a uno (gol di Inzaghi e di Poggi, gol che è risultato, come succede sempre con i gol di questi bastardi ex torinisti, determinante per l’insuccesso). Non ci induce a recriminazioni il fatto che la compagine dei giocatori a disposizione di Ancelotti nelle due partite contasse solo tre titolari (Tacchinardi, Di Livio ed Henry; gli altri essendo tutti chi più e chi meno infortunati). Finisce come coerenza dettava un campionato in vero disgraziato. Nel quale si sono sommati nel modo più perverso che fosse possibile carenze congiunturali e strutturali.
Tutti i nostri guai hanno una data e un’ora d’inizio: i quattro minuti successivi al novantesimo della partita giocata ad Udine il 8 novembre dello scorso anno. Al novantesimo minuto la squadra, pur se non brillante, prima in classifica, conduceva l’incontro per due reti al uno (Inzaghi, Zidane, Bachini). Al 93° pareggia il bue della Pampa, al secolo Roberto Sosa. E siccome le disgrazie non vengono mai sole, un minuto dopo, al 94°, correndo dietro ad una palla semimorta e al disperato desiderio di raddrizzare il risultato, Alex Del Piero si rompeva i legamenti crociati del ginocchio destro, consegnandosi ad una inattività destinata a durare per tutto il campionato e per qualche mese ancora. La squadra, che fino ad allora mastro Lippi aveva miracolosamente tenuto insieme e che, grazie alle complessive deludenze delle rivali, aveva portato sul tetto della classifica, come per incanto si sfaldò. Si deconcentrarono, persero la testa, andarono in crisi, presero persino a litigare. E non c’è niente di peggio di quando ci si mette a litigare. E’ apparso in seguito chiaro anche che, con l’occasione e al di là delle obiettive carenze che in quel momento raffrenavano la squadra (dell’uscita di scena di Del Piero si è detto; ma anche i francesi, onusti di gloria e sovraccarichi di tossine per quelle inebrianti passeggiate sui Champs Elysées, latitavano alla grossa!), certi giocatori (diciamo i meno propensi a correr troppo) abbiano voluto, nel parapiglia, regolare i conti con l’allenatore. l quale aveva due lati deboli: il primo era costituito dal fatto che egli aveva già fatto sapere, alla Dirigenza e ai giocatori, che a fine campionato li avrebbe lasciati (ovviamente che dovesse andare all’Inter non fu detto, ma non ci voleva molto per capirlo, e forse per questo – opino - Umberto Agnelli fu restìo a negargli, in fase di calciomercato, i richiesti rinforzi). Il secondo, senza sue specifiche responsabilità e in vero non senza qualche ragione, veniva dal fatto che andava montando sempre di più, presso l’opinione pubblica, l’opinione che del quadriennio d’oro della Juve, egli, il Marcello, fosse se non il solo quantomeno il principale artefice, il che alla lunga ai giocatori non doveva piacer molto. E così, quelli che s’erano sentiti in odor di accantonamento e meno lo amavano (principalmente Conte e Deschamps, per non far nomi) gli fecero la fronda. Non c’è allenatore al mondo che possa resistere a fronda. Fu un rapido e squallido precipitare, con la Dirigenza che stava a guardare non andando oltre a delle generiche e tiepide attestazioni di stima, sostanzialmente restìa, giustamente, a spendersi per un allenatore che in quello staio era ormai un’anatra zoppa, e che, come non bastasse, presto si sarebbe trasformato in una cicogna e sarebbe andato a posarsi sui comignoli nemici. Dopo la brutta sconfitta interna col Parma, Lippi con la famosa frase "se il responsabile di tutto questo sono io, me ne vado" intese chiamare la Dirigenza alle sue responsabilità, aspettandosi dall’azzardo che compiva che essa gli respingesse le dimissioni (nella sua dichiarazione c’era un "se" che diceva tutto) e gli rinnovasse la piena fiducia. Invece il dottore Agnelli non si fece pregare due volte e dall’avvocato Chiusano fece dare due rumorose mandate alla porta. Pur stimando molto Lippi non ci sentiamo di criticare la società; non c’è uomo, di campo o di panchina, per il quale essa debba ridursi a pietire. D’altronde Lippi avrebbe voluto andarsene già l’estate prima, in vigenza di contratto. La Dirigenza quindi pregò il signor Carlo Ancelotti ad iniziare con quattro mesi di anticipo la collaborazione che s’era pattuito dovesse iniziare col campionato a venire.
Carletto Ancelotti, detestato dalla tifoseria più becera e a gran voce chiamato "il maiale" in ragione di certe poco eleganti insinuazioni uscitegli di bocca due anni prima, quando, alla guida del Parma, ci contese (invano) il ventiquattresimo scudetto, è un uomo molto prudente. Ha fatto quel che ha potuto, e probabilmente non poteva fare di più. Che potesse rientrare nella lotta per lo scudetto, con Del Piero ancora e sempre in infermeria e con "pallone d’oro" Zidane disperso nei Campi Elisi, non c’erano assolutamente i presupposti. Perse la semifinale della Champions League per un imbambolamento complessivo nella partita di Torino con il Manchester. Perse il quarto posto in campionato (obiettivo minimo, ma che avrebbe consentito la Champions League) alla fine per un punto. Perse la zona Uefa solo per differenza reti. Sono annate che nascono male; non è colpa di nessuno né è il caso di fare tragedie. Così come ci sono annate, vedi il Milan quest’anno, dove tutto fila a meraviglia.
Dei giocatori diremo che Peruzzi ha giocato sì e no i due terzi delle partite, apparendo, la sua fragilità muscolare, sempre più evidente e particolarmente angoscianti (per noi che lo stimiamo quanto altri mai) certe sue incertezze in fase d’uscita. Il sei che gli diamo, trattandosi del nostro caro Angelo, è soprattutto di stima. Un sei anche a Rampulla. Ritengo che Ancelotti avrebbe dovuto far giocare di più Morgan De Sanctis, anziché lui, e vederne la stoffa. Mirkovic: Ancelotti gli ha dato fiducia e lui non ha sfigurato tenendo soprattutto a mostrarsi disciplinato e prudente. Sei più. Ciò è avvenuto a discapito del buon Birindelli che con Lippi giocava e che il nuovo tecnico ha invece accantonato. Diciamo sei meno. Tra i due non ci sono differenze abissali. Pessotto: diligente e preciso, e la solita buona tecnica. Ma senza il soffio della genialità. Sei e mezzo. Poi Ancelotti in quel ruolo ha voluto provare Angelino Di Livio. Una potenza, uno schianto! Veloce, preciso, inesauribile. Sembrava il miglior Cabrini. Peccato che tra pochi giorni compie trentatré anni. Voto otto. Montero: l’unico che in quel bailamme di squadra abbia conservato un po’ di lucidità. Se la squadra non è precipitata molto del merito è suo. Voto sette. Iuliano: va molto bene quando le cose vanno bene (e può giovarsi della vicinanza di Montero), se non, rischia la barca. Voto sei. Tudor: criticatissimo dagli eterni scontenti, ma a me (e ad Ancelotti) è piaciuto. Anche perché è uno che non butta mai la palla a vanvera e i disimpegni cerca sempre di trasformarli in palloni giocabili. E poi è forte di testa. Voto dal sei e mezzo al sette. Ferrara: quasi sempre acciaccato, lo si è visto assai poco, e le poche volte ha lasciato alquanto a desiderare. A trentadue anni non è facile recuperare con prontezza. Voto cinque. Tacchinardi: Purtroppo non si è puntato abbastanza su di lui perché per far ciò si sarebbero dovuti far fuori Deschamps o Conte (Ancelotti ha potuto farlo solo in ultimo, quando il francese s’è infortunato). Per me è più che maturo per la titolarità, ed è anche cattivo al punto giusto. Voto sei e mezzo. Davids: Il solito indomabile pit-bull, ma quest’anno, per come sono andate le cose in campo e fuori, ha abbaiato più di quanto non abbia morsicato. Comunque fa sempre paura. Voto sette e mezzo. Conte: i tifosi stravedono per lui perché ogni tanto segna gol risolutivi. A me non m’incanta. E’ che non avendo più il fiato per inseguire le mezze ali avversarie (compito per il quale viene pagato) va a cercar gloria in attacco, dove ogni tanto, come dice Del Pietro, c’azzecca. Farebbero bene a venderlo e a puntare sul Tacchi. Voto sei meno, per i gol dei quali si è detto. Deschamps: girone d’andata (a causa dei postumi del mondiale) pessimo; nel ritorno, forte dell’orgoglio e del sostegno morale di Ancelotti, ha disimpegnato il suo ruolo canonico di centromediano metodista con il consueto (grande) mestiere. Voto dal cinque al sette, che di media fa sei. Zidane: gli è mancato l’orgoglio di Deschamps, al bell’addormentato nel bosco. Ha latitato tutto l’anno, irritando tutti, financo me che l'ho sempre apprezzato. Voto quattro. In quanto "pallone d’oro" ha un grosso mercato (varrebbe una sessantina di miliardi), perché non profittarne? Inzaghi: il mondo della tifoseria bianconera è incoercibilmente diviso in due parti: i suoi detrattori che, fini di palato lo chiamano "la pippa", i quali gli rimproverano la poca tecnica, l’eccessiva fragilità e i "fuori-gioco" cui troppo di frequente incorre; e i suoi sostenitori, che pragmaticamente contano i gol, i quali, tenendo in gran conto la gratitudine, lo chiamano Superpippo. Io faccio parte della seconda schiera. Senza i suoi gol di rapina (e come se non, essendogli mancato l'aiuto e di Del Piero e di Zidane?) avremmo lottato per non retrocedere. Io ad uno che in quest’annata infelicissima e con questa squadra sbrindellata è stato capace di segnare in neanche trenta partite quindici gol determinanti do otto. Henry: è giovane e ingenuo, ma i numeri li ha. E’ molto veloce e, soprattutto, sa crossare dalla linea di fondo (ma a beneficio di chi?). Voto sei. Esnaider (acquistato in febbraio, in concomitanza col cambio del tecnico): poche partite, molta grinta nessun gol. Ma aveva dei seri problemi fisici; merita una prova d’appello: non giudicabile. Del Piero: non giudicabile anche lui, a causa del grave infortunio dell’8 novembre, che ci è costato quanto la guerra di Libia. Blanchard: non lo si è mai visto, n.g.; Amoruso: una merda d’uomo, uno schifo di giocatore, voto tre; Fonseca: ha fatto quel (poco) che ha potuto, voto cinque.
Ancelotti: nonostante che sia accreditato di utili apprendistato col vecchio Liedholm e con Arrigo Sacchi, due insigni maestri del gioco a zona, a me par’essere, piuttosto, un epigono del Trapattoni Giovanni. Comunque questo scorcio d’esperienza, difficilissima sia sotto il profilo tecnico che psicologico, non è sufficiente per poterlo giudicare con cognizione. Rimane il fatto che ha mancato anche il traguardo minimo, ma quella che ha coraggiosamente rilevato in febbraio non era più una squadra di calcio. Voto sei (scarso) di fiducia.
Marcello Lippi: quattro parole o quattrocento? Di Lippi doviziosamente parla questo memoriale, cui è dedicato. E spiace anche il malo modo nel quale si è chiuso questo breve e felice rapporto. Noi pensiamo che l’atteggiamento ipocrita e sostanzialmente corrivo tenuto dalla proprietà all’atto della crisi che sfociò nelle dimissioni del tecnico sia stato sostanzialmente corretto in quanto, a quel punto, coerente, con la piega che aveva preso la vicenda. Marcello nella sostanza era già un allenatore dimissionario, e aveva rifiutato, al dottor Umberto, il prolungamento del contratto. Come tutte le persone di carattere Marcello Lippi ha un brutto carattere, ma è il miglior allenatore che circoli attualmente nel Bel Paese. Il presidente dell’Inter gli aveva appena offerto tre volte tanto di quel che prendeva alla Juve e per quattro anni (una bazzecola di ventiquattro miliardi netti), e, soprattutto, gli offriva carta bianca in sede di campagna acquisti. Si tratta di prerogative che la Juve per costume non concede mai a nessuno. La sua perdita rappresenterà per la Juve dell’anno prossimo e degli anni a venire l’handicap più grave.
20 giugno 1999