Gilberto Cristante

 

 

OHM

 

 

2007


Avvertenza:
I nomi e tutti i personaggi di questa finta autobiografia discendono dalla fantasia dell’autore e i luoghi e le circostanze descritti sono anch’essi frutto della sua immaginazione.
I soli dati che concretamente possonsi prendere a riferimento sono le indicazioni di natura musicale che, annotati a inizio dei capitoli e di taluni paragrafi, vogliono definire il tono se non il temperamento del discorso lungo le diverse fasi della narrazione.
Con questa trovata l’autore offre al lettore uno strumento che lo agevoli nel cogliere la stimmung dei fatti narrati, al fine di un suo maggiore coinvolgimento.
Più di questo non possiamo fare, non essendo purtroppo in grado di porre in atto l’artifizio artistico di quell’inestricabile, voluttuoso, sconfinato, suggestivo e indefinito impasto di parole e musica che è nel teatro wagneriano e che va sotto il nome di “wort-ton drama”.



Definire il bello è facile. E’ ciò che ci fa disperare. (Paul Valery)

 


 

1947 : anno della nascita

(Andante sostenuto, allegro vivace)

Il mio nome è Cristante, Gilberto Cristante. Nacqui il tre di gennaio a San Giovanni Gemini, un paese dell’agrigentino che solo un ponte in ferro e la invincibile grettezza dei locali divide dalla più ricca e meno bella Cammarata, nella casa dei miei genitori; erano le sette di sera del giorno della settimana dedicato al Signore. Mio padre, già colono in Eritrea, poi combattente in Etiopia, quindi maresciallo di guerra in Cirenaica e nella Tripolitania, tornato a casa l’anno precedente dopo quattro anni di prigionia in Inghilterra (era stato preso ad El Alamein), ricevette, poche ore dopo la mia venuta al mondo e nel mentre che, seduto sul bordo del letto mi rimirava, la notizia dell’assunzione al Municipio. Caldo di testa, di temperamento irrequieto, più povero di quando dodici anni prima, da Napoli s’era imbarcato per raggiungere la quarta sponda, aveva bisogno, ora che aveva passato i quaranta, le cose s’acquietavano e s’era rimesso a far figli, di qualcosa che gli cambiasse la vita in meglio. Vi provvide un suo zio, fratello di sua mamma, lo zio Ermenegildo, un raffinato sibarita dedito agli stravizi, che nominato non si sa come né perché sindaco, la prima cosa (e probabilmente l’unica) che fece fu quella di sistemare lo scapestrato nipote al Municipio. Ebbe molto coraggio e una gran costanza lo zio Ermenegildo, primo perché lo scellerato nipote che con tutto il cuore e l’anima era stato fascista (“Non fascista, ma mussoliniano!” amava puntualizzare, non rendendosi conto che con questa puntigliosa specificazione peggiorava ulteriormente le cose) non s’avvedeva che le cose della politica erano pericolosamente cambiate e che a quelli come lui conveniva tenere la lingua a freno, e secondo perché a mio zio Ermenegildo lo sorreggeva una maggioranza comunista e i comunisti con queste cose non scherzavano. Il buon Dio lo ricompensi il povero zio Ermenegildo e gli rimetta almeno una parte - tutti non gli verrebbe facile, non si può chiedere troppo neanche a un dio - dei molti peccati che, sacrificando costantemente a Bacco a Venere e al tabacco, commise nella sua lunga vita, perché grazie a lui mio padre si sistemò, mise la testa (abbastanza) a posto e in famiglia potemmo godere, soprattutto psicologicamente, del conforto che discende agli uomini dal fruire di un reddito costante e sicuro anche se non elevato, in quanto in quei tempi grami la condizione impiegatizia era una condizione di sicuro privilegio.

(segue)